YouTube Music e YouTube Premium sbarcano in Italia

YouTube Music e YouTube Premium sbarcano in Italia

YouTube diventa un canale per l’ascolto musicale e per la fruizione premium di contenuti video: sbarcano infatti in Italia YouTube Music e YouTube Premium.

YouTube Music, per sfidare Spotify (o quasi). E YouTube Premium, per sfidare Netflix (o quasi). E tutti e due assieme sbarcano oggi in Italia, per trasformare YouTube in quel che ha cercato di diventare fin dal giorno in cui Google l’ha acquisito con chiare idee in mente per il futuro. E tre mesi di prova gratuita consentiranno agli italiani di capire quanto e se possa piacere la nuova doppia offerta di Mountain View.

YouTube Music e YouTube Music Premium

YouTube Music è un nuovo servizio di streaming musicale progettato per ascoltare musica, che va ad arricchire la magia di YouTube: rendere il mondo della musica più facile da esplorare e più personalizzato che mai. Che vogliate ascoltarla, guardarla o scoprirla, la musica che volete sarà tutta a portata di mano.

Il servizio ha tutto quel che serve per poter sfidare Spotify a viso aperto, con una freccia fondamentale al proprio arco: l’utenza, soprattutto quella più giovane, è già oggi su YouTube. Non serve dunque far conoscere un servizio, ma occorre persuadere alla conversione da utente “free” a fruitore “premium”. Occorre dunque fornire il valore aggiunto che ha controparte in un pagamento, quindi, per ovviare a quella che è la semplice esperienza gratuita basata sull’advertising.

YouTube Music è gratuito, ma l’opzione Premium consente di rimuovere adv ed abilitare l’ascolto offline al costo di 9,99 euro al mese (14.99 euro nel caso di un piano famiglia).

YouTube Premium

YouTube Premium è invece l’evoluzione di YouTube, incentrando dunque sui video il tipo di intrattenimento offerto. L’accesso è disponibile al costo di 11,99 euro al mese (17.99 euro per il piano famiglia) e comprende:

    • YouTube Music Premium, con musica senza annunci e ascolto in background
    • Video senza annunci su YouTube
    • Download dei video
    • Tutti i contenuti YouTube Originals

YouTube è diventato grande

Si, quello che nasce è un nuovo YouTube. Un salto di qualità, un’offerta che migliora l’esperienza possibile al prezzo di un abbonamento mensile. L’offerta è sufficiente per convincere ad un investimento alternativo a Spotify e Netflix? Il rischio è sicuramente maggiore per Spotify, poiché già oggi l’offerta di YouTube è ampia ed aggiornata; Netflix per contro ha tale numero di contenuti di qualità in esclusiva da potersi difendere comodamente.

YouTube diventa grande e questo è quel che avrebbe voluto fare da grande. La prossima scommessa sarà tutta sui contenuti, valore che il gruppo dovrà migliorare per aumentare la conversione degli utenti da un’esperienza free ad una di maggior caratura.

Quanto tempo passi su Facebook?

Quanto tempo passi su Facebook?

Facebook sta per introdurre una dashboard per il controllo del tempo passato da ognuno sul social network: uno strumento utile, ma è sufficiente a capire e misurare l’impatto di Facebook sulla quotidianità?

Che relazione c’è tra le app e il tempo? La domanda è più complessa di quanto non ci si immagini, poiché è una relazione che può passare per una misurazione diretta, ma che non si può pesare solo in minuti. Alcune funzionalità in arrivo sugli smartphone degli utenti potrebbero però aiutare quantomeno a compiere il primo passo: entro breve sarà possibile capire quanto tempo passiamo sulle app, in attesa di maturare la giusta consapevolezza per intuire fino a che punto il rapporto con il device possa essere positivo o meno.

Your time on Facebook

Una nuova funzione è in arrivo su Facebook: a parlarne è TechCrunch, secondo cui Facebook avrebbe pronta in fase di rilascio una pagina denominata “Your time on Facebook” nella quale è snocciolato il numero di minuti passati sull’app in ognuno dei 7 giorni antecedenti. Tale misurazione consente di capire quanto tempo si sia consumato sul social network ogni singolo giorno, con la possibilità di impostare anche un alert che avverte nel caso in cui si sia superata una soglia considerata eccessiva (una forma di autocontrollo affidato a Facebook, ossia proprio allo strumento che si intende limitare).

Esistono già strumenti di questo tipo. Chi volesse monitorare il proprio uso dello smartphone può già farlo con app dedicate e nel giro di breve tanto iOS quanto Android integreranno strumenti similari direttamente a livello di sistema operativo. Una funzione inserita direttamente all’interno di Facebook è però chiaramente più incisiva e utile, potendo così offrire realmente uno strumento di monitoraggio efficace per coloro i quali, incapaci di porsi una forma di autocontrollo alle proprie abitudini, necessitano di uno strumento terzo in grado di porre un argine.

Secondo recenti i dati AGCOM, intanto, il tempo medio passato dagli utenti italiani su Facebook equivale a circa 50 minuti al giorno, ossia circa 24 ore al mese. Un giorno intero ogni mese prestato alla bacheca di Mark Zuckerberg, essenza primordiale dell’incredibile valore maturato dal social network in questi anni.

C’è tempo e tempo

Eppure il tempo passato sui social network non può essere messo tutto sullo stesso piatto della bilancia. C’è un tempo passivo, infatti, fatto di scrolling (quello che una volta era lo zapping) e di filmati da visualizzare; ma c’è anche un tempo attivo, fatto di socializzazione e di spunti stimolanti. Molto dipende non tanto dallo strumento in sé, quanto dall’uso che se ne fa: dipende dalla cerchia sociale che ci si crea, dai filtri che si inseriscono sul news feed, dalle abitudini di consumo dei post e molto altro ancora, tutti elementi non monitorabili a posteriori e percepibili soltanto dal diretto fruitore.

Misurare semplicemente il tempo consumato sui social media non è dunque assolutamente sufficiente: può aiutare a capire se si vada oltre le proprie aspettative (potendo avere così un conforto oggettivo alle proprie percezioni), ma non può valutare se il tempo sia stato sprecato o investito poiché ciò dipende non dal “quanto”, ma dal “come”. La valutazione su questo punto può arrivare soltanto da una sorta di esame di coscienza che ognuno ha il dovere e l’onere di compiere tra sé e sé. Cercando di capire così quale sia la soglia reale di tolleranza per una vita social salubre ed equilibrata.

Tempo frammentato

Ciò che con maggior difficoltà è possibile valutare, è l’impatto che i social media possono avere sul tempo della giornata non tanto in termini di tempo sottratto alle altre attività, quanto in termini di frammentazione. Si può immaginare ad esempio la giornata di un adolescente che durante la giornata riceve notifiche da Instagram, Facebook, Snapchat, Twitter, casual gaming e app di varia natura, a cui aggiungere il trillo continuo di chat quali WhatsApp, Messenger o altri ancora. Le notifiche sfuggono a qualsivoglia misurazione del tempo, ma al tempo stesso sono un continuo disturbo all’attenzione: le notifiche rompono il tempo dedicato ad altre attività, favoriscono la distrazione, rovinano la qualità dei processi di concentrazione sfuggendo tuttavia al conteggio del minutaggio sulle app.

Ogni notifica non solo ruba pochi secondi, ma distoglie la concentrazione per alcuni minuti, sia che le si dia un seguito (cliccando e visualizzando il contenuto), sia che le si dia soltanto un’occhiata superficiale (distogliendosi comunque dall’attività in corso). Sebbene sia contemplabile una maggior capacità di tolleranza da parte di chi è abituato a questo tipo di interazioni, nasce anche di qui un conclamato disturbo nell’attenzione che le giovani leve, ormai sottoposte continuamente ad un iper-sollecitamento, portano in sé con sempre maggior aggressività. E il problema non è chiaramente soltanto per i più giovani, sebbene sia su questi ultimi che si pone maggior attenzione in virtù degli effetti che la cosa può manifestare in termini di apprendimento e maturazioni di capacità cognitive.

Il tempo frammentato, la divisione binaria del cervello (con un “canale” sempre online in attesa di notifiche e sollecitazioni da contesti diversi da quello su cui ci si sta applicando) e la continua distrazione sono elementi che nessuno strumento di misurazione del tempo consumato sulle app è in grado di evidenziare. Ma è questo un aspetto probabilmente più impattante che non le parentesi – lunghe o corte che siano – che si dedicano esplicitamente ai social network scorrendone le pagine ed i post.

Misurare il tempo non significa capirlo

L’impatto che le app hanno sulla vita quotidiana è un aspetto ancora tutto da approfondire nonostante l’esperienza conti ormai vari anni di prove sul campo. App particolarmente pervasive come Instagram, Facebook ed altri social network (oltre al gaming, per sua natura comunque differente in termini di esperienza d’uso) hanno una ricaduta importante sul modo in cui i tempi della giornata si susseguono e si alternano. Ci sono contesti in cui un minuto passato su Facebook equivale ad una pausa caffé ed aiuta a concentrarsi di nuovo; altri in cui un minuto passato su Facebook può bloccare un fondamentale flusso di studio rovinando un ragionamento e spegnendo per sempre una buona idea.

Misurare il tempo passato sulle app è quindi sicuramente utile, ma non se ne ricava che un valore fine a sé stesso. Non vale insomma più di una misurazione della febbre: qualora sia alta, è cosa intelligente chiedersi il perché, cercare la causa e curare il malato. Il rischio è però quello per cui tale misurazione sia l’unico aspetto tenuto in considerazione, portando a vuote conclusioni circa para-dipendenze da social network con cui para-“esperti” avrebbero buon gioco a riempirsi la bocca. Sempre che, una volta visualizzato il proprio minutaggio, in troppi non credano di aver dedicato persino poco tempo ai social network, abbandonandosi ad un uso ancor più massivo. Questione di percezione, del resto.

Privacy, vademecum per vacanzieri

Privacy, vademecum per vacanzieri

Nel periodo estivo aumentano le minacce online che minano la privacy degli utenti. Il Garante per la protezione dei dati personali ha stilato alcune regole da seguire per riuscire a tutelarsi. Ma il primo passo resta sempre il buon senso

Un’estate all’insegna della sicurezza online quella del Garante della Privacy che ha lanciato l’iniziativa “@-state in privacy“, un vademecum utile a tutti gli utenti per non cadere nelle numerose trappole che la stagione calda spesso acuisce. I dieci consigli spaziano da informazioni utili su selfie e foto, protezione di smartphone e tablet, acquisti online in sicurezza, uso di app, chat e social network.

Il primo consiglio verte sull’evitare un’eccessiva esposizione a selfie e foto, specialmente quando sono coinvolte altre persone (che andrebbero informate e il consenso dovrebbe essere preliminare a qualunque pubblicazione su social network e altre piattaforme) specialmente se si tratta di minori. Queste immagini nelle mani di malintenzionati potrebbero essere usate per scopi malevoli, all’insaputa dei proprietari. Attenzione poi ai dati veicolati inconsapevolmente tramite le foto: i metadati come titoli, descrizioni e dati di geolocalizzazione rappresentano un’arma a doppio taglio.

Per proteggere i propri movimenti è meglio bloccare la geolocalizzazione di PC e smartphone. Far sapere costantemente dove ci si trova, cela pericoli che dovrebbero essere sufficienti a convincere a questa piccola rinuncia. Per fare degli esempi, non sono poi così rari i casi di furti condotti dai cosiddetti social ladri (come li chiama il Garante): malintenzionati che prima di violare un’abitazione si accertano che il legittimo proprietario sia lontano da casa, indagando sui social network. Sulle piattaforme sociali è opportuno in tal senso evitare di pubblicare foto relative al domicilio, targa dell’auto e altri riferimenti che possano aiutare un delinquente a individuare la prossima abitazione da svaligiare in tutta tranquillità.

Per non incorrere in spiacevoli sorprese e aumentare il livello di sicurezza è meglio impostare i social network affinché i post siano visibili solo agli amici, non accettare sconosciuti nella propria cerchia di contatti, impostare il controllo degli accessi non noti su Facebook (attraverso il pannello delle impostazioni privacy), ricordarsi di navigare in incognito dalle strutture alberghiere e specificando che il browser non salvi mai le password. Se si sfruttano reti WiFi offerte da terzi, è bene ricordare che il loro grado di sicurezza non è detto che sia sempre così elevato come ci si aspetterebbe; quindi OK la navigazione, ma meglio evitare acquisti con carta di credito, accessi all’home banking e altre azioni che necessitano di un grado di protezione elevato.

In viaggio, così come a casa, essere protetti a sufficienza è la prima regola basilare. Un antivirus aggiornato è indispensabile così come lo è intercettare prontamente casi di phishing per evitare di abboccare alle truffe. Email con oggetti poco chiari, con richiami sessuali o richieste di accesso al proprio conto bancario, magari scritte in italiano incerto, e contenenti un invito ad aprire un allegato sono tutti elementi che devono far scattare un campanello d’allarme. In questi casi l’unica cosa da fare è cancellare la mail senza esitazioni. Inoltre, è bene ricordare che le infezioni possono essere veicolate non solo via posta elettronica, ma anche scaricando software e applicazioni da store paralleli o siti poco raccomandabili.

Il browser stesso offre alcuni accorgimenti utili per difendersi: nel caso in cui si nutrano dubbi su un link basta passarci sopra il mouse per vedere nella barra in basso il vero link di puntamento e decidere quindi se proseguire con l’apertura o meno; nel caso invece si stiano inserendo dati personali è bene verificare la presenza del protocollo SSL, che si riconosce sulla barra degli indirizzi dalla presenza di https:// ed un lucchetto chiuso.

Il garante della privacy invita infine a non conservare dati sensibili nei dispositivi che si portano in vacanza così come a fare un backup su supporti fisici o su cloud. Questo tipo di prevenzione può rivelarsi fondamentale nel caso in cui i dispositivi fossero compromessi (come per le infezioni da ransomware in stile WannaCry e varianti mobile) o semplicemente perduti.

In vacanza d’altronde, il relax psicofisico porta ad abbassare la guardia, ad essere un po’ più distratti e vulnerabili anche quando si tratta di usare il buon senso.

Salva

Salva

Cisco prevede il futuro del mobile

Cisco prevede il futuro del mobile

La corporation statunitense aggiorna le sue previsioni sui trend della connettività prossima ventura, con il mobile a giocare un ruolo sempre più da protagonista. Crescono le connessioni, la velocità e i dati consumati.

 Cisco Systems ha pubblicato la nuova versione del suo Visual Networking Index (VNI) Forecast, studio periodicamente aggiornato che illsutra i trend di crescita della connettività globale da qui ai prossimi cinque anni. Di particolare rilevanza, nell’edizione 2017, il VNI per le reti mobile con un’evoluzione (prevista) del mercato a dir poco sostenuta.

Entro il 2021, sostiene Cisco, il traffico dati veicolato dalle reti mobile raggiungerà i 49 exabyte mensili o 587 exabyte annuali, uno scambio di informazioni che rappresenterà il 20 per cento di tutto il traffico IP contro l’8 per cento attuale. In cinque anni il traffico mobile sarà cresciuto di 122 volte rispetto a quello generato nel 2011, anche se le diverse macro-aree del pianeta contribuiranno in maniera diversa.

Il traffico generato da Medio Oriente e Africa dovrebbe infatti sperimentare in incremento di 12 volte rispetto a quello attuale, prevede ancora il produttore americano, in Asia e Pacifico si assisterà a un aumento di 7 volte mentre America Latina ed Europa cresceranno di sei volte. Negli States l’aumento sarà “appena” del 500 per cento.

I fattori che più contribuiranno all’esplosione del mobile includono la crescita degli utenti che fanno uso delle reti cellulari – 5,5 miliardi nel 2021, 4,9 miliardi nel 2016 – il numero di dispositivi interconnessi – 12 miliardi contro 8 – e reti più veloci con una media di 20,4 Mbps contro gli attuali 6,8 Mbps.

Cisco prevede infine una crescita significativa della connettività “machine-to-machine” (M2M), ambito nel quale i bot la faranno da padroni e la Internet delle Cose contribuirà a intasare il 29 per cento di tutte le connessioni mobile (3,3 miliardi) contro l’attuale 5 per cento (780 milioni). Nel 2021 le reti 4G saranno la maggioranza (58 per cento contro il 26 per cento del 2016) contro un magrissimo 1,5 per cento del 5G, anche se la quantità di traffico generata sarà ovviamente molto superiore.

Salva

Apple lavora a un chip ARM per i Mac

Apple lavora a un chip ARM per i Mac

Scoop di Bloomberg su quanto stanno sviluppando a Cupertino per la prossima generazione dei loro PC. Ma l’addio alle CPU Intel è ancora molto lontano

 

Le fonti anonime di Mark Gurman e Ian King, le cui dichiarazioni sono riportate in un articolo su Bloomberg, parlano chiaro: Apple è impegnata sempre di più a costruire hardware su misura delle proprie esigenze, e questa volta punta a migliorare le performance energetice dei Macbook di prossima generazione. Sono almeno 12 mesi che i tecnici di Cupertino sono al lavoro ma, almeno per ora, quello a cui si applicano è un chip che collaborerà con la CPU Intel per far funzionare al meglio i PC della Mela.

Tra le qualità più pubblicizzate dal marketing Apple c’è già l’autonomia del suo hardware: i MacBook sono i laptop che riescono a spremere più di tutti la singola carica della batteria integrata, con una durata di moltissime ore e funzioni avanzate per l’aggiornamento delle email e del software presente a bordo anche mentre il coperchio è chiuso e il dispositivo è in standby. Power Nap, così si chiama la funzione che permette di mantenere attivo il Mac a schermo spento, con un consumo minimo di batteria, e che alla riaccensione mostra materiale e app aggiornate all’utente.

Quello a cui stanno lavorando gli ingegneri è un chip ARM che sovrintenda agli stati di power management del Mac, proprio durante lo standby: nome in codice T310, verrebbe montato sulla logic board dei portatili (la mother board da sempre si chiama così nei prodotti Apple), per funzionare in collaborazione con la tradizionale CPU prodotta da Intel e il chipset che gestisce in parallelo anche tutti i vari canali di input/output. È già stato fatto un esperimento in tal senso: la Touch Bar presente sull’ultima generazione di Macbook, lanciata a ottobre 2016, è gestita appunto da un chip ARM sviluppata dalla stessa Apple allo scopo.

Un anno di lavorazione alle spalle è abbastanza per pensare, secondo le fonti di Bloomberg, per un debutto di questo chip direttamente nell’aggiornamento 2017 dei MacBook: oltre agli aggiornamenti consueti di CPU (Kaby Lake) e RAM (si arriverà a 32GB?), ci potrà essere anche una nuova modalità Power Nap che consumi ancora meno e permetta di lasciare il Mac in standby per tantissimo tempo pur garantendo di trovarlo perfettamente aggiornato alla riaccensione. Per sfruttare al meglio il nuovo hardware sarebbe indispensabile anche adeguare il software: ma con la piattaforma software che ha messo in piedi Apple, Swift in primis, potrebbe essere una questione di pochi clic mettere in piedi estensioni appositamente compilate per sfruttare le qualità del chip ARM.

Naturalmente l’aggiornamento hardware potrebbe coinvolgere anche i desktop, ovvero l’iMac, dove non c’è batteria ma per i quali una diminuzione dei consumi potrebbe essere comunque una bella notizia da verificare poi in bolletta. In ogni caso, è ancora presto per pensare alla autarchia hardware e software: per molto tempo ancora i Mac continueranno a girare su piattaforma Intel, con l’ausilio soltanto dell’hardware ARM.

Salva

Salva

Salva

Google fa miracoli con le foto

Google fa miracoli con le foto

Sviluppato un software, basato sulle reti neurali, in grado di aggiungere dettagli alle immagini a bassissima risoluzione. Così da rendere alcuni dettagli più riconoscibili

 

 Il team di Google Brain ha sviluppato un sistema basato su reti neurali in grado di aggiungere dettagli alle immagini a risoluzione molto bassa. Sebbene il risultato che si può ottenere sia ancora lontano dall’essere perfetto, in molti casi può avvicinarsi alla realtà. Una immagine di un primo piano da 8×8 pixel è inutilizzabile, ma grazie a questo software può diventare in pochi istanti un viso riconoscibile.

Se si guarda l’immagine sopra riprodotta, tratta dal documento di presentazione della tecnologia, si vede che la colonna di sinistra contiene una immagine da 8×8 pixel (indistinguibile), mentre nella colonna al centro si può vedere l’immagine che il software di Google Brain è in grado di creare dalla sorgente 8×8 pixel. Nella colonna a destra sono mostrate le immagini reali per effettuare una comparazione. Come si può vedere, il software ha apparentemente estratto una quantità incredibile di dettagli da soli 64 pixel.

Google Brain sfrutta una combinazione di due reti neurali. La prima, la rete condizionata, prova a rappresentare la sorgente 8×8 pixel confrontandola con altre immagini ad alta risoluzione, dopo averle ridotte a 8×8 pixel e cercando di farle combaciare. La seconda, la rete prioritaria, utilizza una implementazione di PixelCNN per ricercare e aggiungere dettagli realistici ad alta risoluzione all’immagine sorgente da 8×8 pixel. In sostanza, la rete prioritaria incamera un gran numero di immagini reali ad alta risoluzione – nel caso preso in esame, di celebrità e di camere da letto. Poi, quando l’immagine sorgente viene ingrandita, essa cerca di aggiungere nuovi pixel che combacino con ciò che la rete “conosce” circa quella classe di immagine. Per esempio, se c’è un pixel marrone verso la sommità dell’immagine, la rete prioritaria può identificare quell’elemento come un sopracciglio. Così, quando l’immagine è portata a risoluzione maggiore, può riempire il vuoto con una collezione di pixel marroni a forma di sopracciglio.
Per creare l’immagine finale ad alta risoluzione, i risultati delle due reti neurali sono mescolati fra loro. Con il risultato finale di avere aggiunto nuovi dettagli.
La tecnica ad alta risoluzione di Google Brain è sufficientemente efficace nei test effettuati nella realtà. Quando agli osservatori umani è stata mostrata una immagine reale ad alta risoluzione di personaggi celebri, per confrontarla all’immagine ingrandita dal computer, questi sono stati ingannati per il 10 per cento delle volte (il 50 dovrebbe essere un punteggio ideale). Una percentuale maggiore (28 per cento) di osservatori si è fatta ingannare dall’immagine computerizzata di una camera da letto.

Non è ancora chiaro a chi potrebbe tornare utile una simile applicazione. Google Plus (su alcuni smartphone Android) dispone già di una funzione simile per la compressione delle immagini. È importante notare che l’immagine computerizzata ad alta risoluzione creata da Google Brain non è reale. I dettagli aggiunti – che vanno sotto il nome di “allucinazioni” nel gergo dell’image processing – sono niente altro che le migliori supposizioni. Questo fa sorgere alcuni problemi spinosi di applicazione, specialmente nel campo della sorveglianza e forense. La sofisticata tecnologia Google non potrebbe essere utilizzata dalla polizia, ad esempio, per identificare in modo definitivo un sospetto (non allo stato attuale, almeno), ma potrebbe aiutare a convalidare il fatto che un elemento sospettato sia realmente presente sullo sfondo di una fotografia. Inoltre, potrebbe essere utile per chiarire piccoli dettagli nelle foto, che sfuggono quando queste sono portate a dimensioni maggiori.

punto-informatico

Salva

Salva

Salva

Material Terminal

Material Terminal

Material Terminal

Sotto l’interfaccia colorata e reattiva di Android si nasconde un cuore Linux ed un sistema flessibile, confezionato per un’accurata gestione delle risorse.

Molti non dimenticano questo aspetto, in buona parte programmatori e sistemisti che sono interessati a vivere il Robottino Verde dall’interno e per questo necessitano di un terminale che permetta di muoversi nel sistema come in una comune distribuzione Linux: Material Terminal fa al caso loro.

L’applicazione è curata da vari punti di vista: ha un’interfaccia personalizzabile per aggiustare la leggibilità secondo le proprie necessità, dispone di finestre multiple e delle codifiche di caratteri UTF-8 in modo da permettere la compatibilità con gli alfabeti più vari.

Il suo funzionamento è quello di un vero terminale che permette di attivare comandi, verificare la disposizione delle risorse memorizzate, monitorare processi o, se si è dei programmatori, interagire con quanto si è salvato su disco con la propria app, ad esempio, su un database Sqlite o su file.

Importante notare che il software è finalizzato a scopi perfettamente legali, non al rooting del dispositivo, tantomeno a contraffazioni: il fatto che si possa operare al suo interno senza passare per l’interfaccia non significa che Android abbassi le difese ma semplicemente che offre delle vie di dialogo diverse.

 

Oculus Rift, aspettative e attese

Oculus Rift, aspettative e attese

Oculus Rift

Il caschetto per la realtà virtuale giungerà con ritardo per una parte di coloro che lo hanno ordinato, a causa di problemi logistici. Nel frattempo c’è chi si intrattiene analizzandone le condizioni d’uso

Le ordinazioni sono state aperte nel mese di gennaio, i primi esemplari di Oculus Rift destinati al mercato consumer sarebbero dovuti essere consegnati nei primi giorni di aprile, con le spedizioni in partenza alla fine di marzo. Qualcosa, però, è andato storto nella catena logistica.
Coloro che hanno stanziato 600 dollari (o oltre 740 euro) per aggiudicarsi un esemplare del caschetto per la VR, nei giorni scorsi sono stati informati del fatto che avrebbero ricevuto una notifica nel momento in cui l’ordine sarebbe stato evaso. I mormorii, sull’onda delle aspettative deluse, si sono trasformati in polemiche e l’intervento su Twitter e su Reddit del fondatore di Oculus Palmer Luckey non è servito a placarle, anzi.

Coloro che hanno effettuato gli ordini hanno ricevuto nelle scorse ore una email nella quale si attribuisce il ritardo ad una non meglio precisata “inattesa indisponibilità di componenti” e a mo di risarcimento il CEO di Oculus ha promesso la spedizione gratuita a tutti coloro che abbiano ordinato Rift tra gennaio e il primo giorno di aprile.

Facebook, che ha acquisito Oculus nel 2014, stima di conquistare entro il 2016 600mila utenti per Oculus Rift, 2,7 milioni entro il 2017, nel contesto di un mercato che si sta popolando di offerte per i consumatori della prima ora.
Le sfide che i dispositivi per la realtà virtuale dovranno dimostrare di vincere per affermarsi sul mercato di massa sono ancora numerose, e non solo puramente tecnologiche: immergersi in scenari virtuali, come dimostrano le condizioni d’uso di Oculus, potrebbe dare origine a nuovi attriti con questioni trasversali come il diritto alla privacy.

America Latina, la democrazia è compromessa

America Latina, la democrazia è compromessa

america latina

Un hacker si assume le responsabilità delle peggiori campagne di cyber-warfare politico delle ultime decadi, un’attività che si estende per tutto il Sudamerica e che ha portato alla vittoria l’attuale classe dirigente del Messico

Roma – Andrés Sepúlveda dovrà restare in galera per i prossimi 10 anni, ma non per questo ha perso la voglia di parlare. In sostanza, Sepulveda sostiene di aver compromesso un gran numero di elezioni e campagne politiche in America Latina, una serie di operazioni altamente organizzate che potevano contare sul supporto economico di un consulente politico di origini venezuelane.

L’hacker colombiano, che di professione faceva lo “stratega” di campagne politiche telematiche, sostiene di essere stato finanziato da Juan José Rendón per mettere a soqquadro i regimi democratici del Sudamerica impiantando malware, spiando i candidati, diffondendo disinformazione e propaganda e più in generale conducendo una “guerra sporca” a favore del cliente di turno.

Le operazioni di hacking di Sepulveda avrebbero negli anni riguardato otto diversi paesi sudamericani (Colombia, Guatemala, Honduras, Nicaragua, Messico, Venezuela, Costa Rica, Panama), e alla fine il criminale è stato arrestato e incarcerato per crimini quali violazione dei dati personali e spionaggio, uso di software malevolo e altro ancora.

Tra i casi più eclatanti di cui Sepulveda si attribuisce le responsabiliutà c’è quello delle elezioni politiche messicane del 2012, vinte dal candidato del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) Pena Nieto: il team di hacker assemblato da Sepulveda avrebbe tenuto sotto controllo i telefoni e i computer dei concorrenti, avendo accesso in anticipo alla pianificazione della campagna elettorale, ai discorsi, alle email riservate e tutto quanto.

Alla fine Nieto ha vinto le elezioni, e ora lo stesso Sepulveda collabora con le autorità messicane per contrastare telematicamente i cartelli della droga sudamericani. Molti dei politici citati dal cybercriminale hanno respinto le sue accuse, così come hanno reagito in malo modo i vertici istituzionali del Messico. La democrazia messicana non è compromessa, ha suggerito il governo.

 

Windows 10, notifiche aggiornate

Windows 10, notifiche aggiornate

Windows 10, notifiche aggiornate

Microsoft rinnoverà l’Action Center del nuovo sistema operativo con funzionalità cloud, compatibilità Android e altro ancora. Obbligatorio usare un account di Redmond, indispensabile Cortana.

Oltre a inglobare un sottosistema Linux necessario al funzionamento della shell Bash, Windows 10 potrà presto contare su un Action Center dotato di funzionalità a tutto mobile. Di particolare rilevanza, la compatibilità con i gadget Android, sebbene la novità non sia proprio adatta agli utenti che preferiscono la privacy alla messaggistica anche su computer.

L’Action Center di Windows 10 è già dotato di funzionalità “cloud” con la possibilità di sincronizzare diversi dispositivi che fanno uso dell’OS, e l’upgrade in arrivo per l’Anniversary Edition del sistema collegherà questa possibilità con i gadget Android per mezzo dell’assistente digitale Cortana.

Accedendo ad Android e Cortana con un account Microsoft, gli utenti di Windows 10 potranno visualizzare o interagire in maniera completa con le notifiche Android. Un modo per facilitare ulteriormente la vita di chi divide le proprie attività hi-tech tra l’ecosistema per computer più popolare e l’OS mobile più usato al mondo.

In futuro l’Action Center di Windows 10 sarà del tutto rinnovato, e tra le novità preannunciate da Microsoft c’è un nuovo stile di notifiche per le app universali (UWP) ridotte a icona sulla barra delle applicazioni; anche qui l’update è “mobile”, e consiste nella visualizzazione contestuale del numero di notifiche accanto all’icona delle singole app social o di messaggistica.
1 2 3 12