Google I/O, i nuovi Nexus e Android M

Google I/O, i nuovi Nexus e Android M

Ancora indiscrezioni sulle novità che Mountain View presenterà nel corso della conferenza per gli sviluppatori, un appuntamento che dovrebbe sancire il debutto di nuovi Android, nuovi terminali e molto altro ancora.

Nexus e Android M

A pochi giorni dall’avvio della conferenza I/O, appuntamento annuale che Google dedica agli sviluppatori e alla presentazione delle novità tecnologiche prossime venture, le ultime indiscrezioni parlano di nuovi terminali e (presunte) funzionalità della prossima release di Android.

Di cose nuove da dare in pasto a programmatori, aziende di terze parti e utenti ve ne saranno in gran quantità, suggeriscono le previsioni, ma a occupare un posto d’onore tra le notizie provenienti da Google I/O saranno prevedibilmente i terminali Nexus in arrivo entro quest’anno.

Nel 2015 Mountain View lancerà ben due smartphone della linea Nexus, dicono i bene informati, uno realizzato da LG (“Angler”) e l’altro prodotto da Huawei (“Bullhead”): il primo terminale avrà uno schermo da 5,2″, una batteria 2700mAh e un chip SoC Snapdragon 808, mentre il secondo sarà equipaggiato con schermo da 5,7″, batteria da 3500mAh e SoC Spandragon 810.

Niente tablet Nexus, almeno per quest’anno, così come è ignota la possibilità di far debuttare la nuova versione di Android con i suddetti smartphone next-gen: Android M sarebbe al momento noto con il nome in codice interno (soggetto a modifica prima della release pubblica) di Macadamia Nut Cookie (MNC), e tra le novità più significative includerà un nuovo piano di supporto integrato per gli OS Android su terminali vecchi e nuovi.

Google si impegna a rilasciare aggiornamenti per il sistema operativo fino a 2 anni dall’uscita, dicono le indiscrezioni, mentre gli aggiornamenti di sicurezza “garantiti” si dovrebbero protrarre per 3 anni o 18 mesi per i gadget meno recenti acquistati direttamente da Google.

La prospettiva che infine non stupisce, viste le continue lamentele degli utenti, è che per Android “MNC” M Mountain View pare si sia concentrata soprattutto sul fronte del consumo della batteria e della RAM integrata sul terminale.

The Pirate Bay, l’idra perde una testa

The Pirate Bay, l’idra perde una testa

Uno dei domini registrati dai nocchieri della Baia è stato bloccato, in violazione delle policy del registry che lo gestisce. Ne restano cinque, e forse più.

The Pirate Bay

La ciurma della Baia dei Pirati lo aveva previsto: dei domini messi provocatoriamente in campo per fare fronte al sequestro dei siti associati a TLD svedesi, uno è già stato abbattuto.

È il dominio di primo livello .gs il primo a cadere, così come era avvenuto in precedenza per un’infinità di lidi presso cui il galeone pirata aveva gettato le ancore: reso operativo dopo il sequestro decretato dalla giustizia svedese nei giorni scorsi, il registry che gestisce i domini della Georgia del Sud lo ha evidentemente ritenuto incompatibile con le proprie policy.

La stessa sorte potrebbe toccare anche agli altri domini dell’idra pirata, ma i nocchieri di The Pirate Bay ostentano sicurezza e promettono di non rinunciare al gioco del gatto col topo ingaggiato con le autorità: “Abbiamo altri nomi a dominio, se dovessero essere necessari – dichiarano a TorrentFreak – Siamo più forti che mai e difenderemo il sito fino alla fine”.

Chi invece ha scelto di confrontarsi con la giustizia per difendere la propria fedina penale in relazione ai domini della Baia è Fredrik Neij, parte del nucleo fondatore del sito originario: è stato il suo nome a permettere al tribunale di Stoccolma di decretare il sequestro di thepiratebay.se e piratebay.se, dopo una lunga battaglia con l’organizzazione che gestisce i TLD svedesi, intenzionata a non assumersi la responsabilità di intervenire. Neij, che sta scontando la propria pena per il primo caso The Pirate Bay, è stato identificato come intestatario dei due domini: nel 2009 era stato diffidato dal gestire qualsiasi tipo di attività legata alla Baia e ricorrendo contro la decisione del tribunale di Stoccolma intende dimostrare la propria estraneità rispetto alle sorti di The Pirate Bay dopo la sua condanna. Se riuscisse nel proprio intento, verrebbero a decadere gli appigli legali a cui il tribunale si è aggrappato per mettere fuori gioco thepiratebay.se e piratebay.se.

Twitter, Gasparri e le ingiurie cinguettate

Twitter, Gasparri e le ingiurie cinguettate

Denunciato per un messaggio diretto ripubblicato dal destinatario vittima dell’offesa, il politico dovrà presentarsi davanti al giudice. Gasparri minimizza: le offese sono pane quotidiano.

Twitter

Il Senatore di Forza Italia e vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri dovrà rispondere delle accuse di ingiurie mosse contro di lui. In Italia, si tratto del primo caso aperto per offese a mezzo Twitter.

Ci sono momenti in cui anche il più strenuo sostenitore della libertà di espressione online barcolla; ci sono cose che possono fare infuriare invocando l’intervento delle autorità e strepitare denunce; troll o cyberbulli, piccoli insulti ed angherie che possono mandare su tutte le furie anche il più convinto dei voltairiani. Ed il politico italiano Maurizio Gasparri fa decisamente parte di questa lista. Nonostante ricopra un ruolo istituzionale di altissimo rilievo, il Vicepresidente del Senato si contraddistingue per un atteggiamento informale su Twitter, che più di una volta l’ha visto al centro di polemiche ed imbarazzo: Gasparri, d’altro canto, non sembra disposto ad accettare le provocazioni e le critiche a cui la sua visibilità lo espone, e finisce per dare sfogo alla propria aggressività, senza esclusione di colpi per account fake, tra cui Puffo Brontolone, adolescenti ed oppositori politici.

Proprio in quest’ultima categoria alla fine Gasparri ha trovato pane per i suoi denti e lo scambio di tweet che l’ha visto protagonista con Riccardo Puglisi, ricercatore di Economia alla facoltà di Scienze Politiche di Pavia e oggi nella direzione nazionale del movimento politico di Corrado Passera “Italia Unica”, gli costa ora un rinvio a giudizio.

Il tutto parte da un cinguettio in cui il Senatore Pdl nel 2013 attaccava Ciampi, accusato di aver affondato la lira e cancellato il 41 bis ai boss. Da lì lo scambio di tweet è degenerato, fino all'”Ignorante presuntuoso mi fai vomitare” di Gasparri nei confronti di Puglisi. In quell’occasione, tuttavia, a minacciare il ricorso alle autorità era stato lo stesso Gasparri: secondo il suo racconto si era rivolto al Questore, che a quanto pare non ha ascoltato le sue rimostranze.

Successivamente è stato tuttavia Riccardo Puglisi a ricorrere alla giustizia, trovando nella procura di Pavia un interlocutore pronto ad accogliere le sue istanze. Ad essere contestato a Gasparri è il reato di “ingiuria” che punisce chi offende “l’onore o il decoro di una persona presente, o lo fa mediante comunicazione telegrafica o telefonica, con scritti o disegni, diretti alla persona offesa”. Per questo Gasparri rischia una reclusione fino a 6 mesi o un’ammenda di 516 euro.

Ora Maurizio Gasparri dovrà presentarsi davanti al Giudice di pace (l’udienza è prevista per il prossimo 21 settembre).

Prima di questo episodio, d’altronde, Gasparri si era già fatto notare per la deriva legale di un altro scambio di insulti, quello con il giovane rapper Fedez: questo gli ha chiesto 100mila euro di danni per avergli dato del coniglio, Gasparri ne ha rivendicati 500mila per essere stato definito “maiale”.

Per il momento Gasparri, dopo essersi scusato “preliminarmente” per i toni utilizzati nella discussione, si appella al surreale: “È una sciocchezza. Se va avanti questa inchiesta, chiederò che si facciano processi per tutti quelli che mi hanno insultato finora. Potrei campare di rendita con tutte le offese che ho ricevuto. Non l’ho fatto finora, ma se è così, ne faccio un caso. E vediamo come finisce”.

Xbox One, Microsoft punisce i beta tester?

Xbox One, Microsoft punisce i beta tester?

Redmond avrebbe a disposizione specifici “superpoteri” per rendere una console Xbox One inutilizzabile in caso di violazioni gravi da parte dei tester. Le console non funzionano nemmeno off-line. Tutto falso, risponde la corporation.

Xbox-One

Microsoft sarebbe attivamente impegnata nel “bricking” delle console Xbox One appartenenti a utenti colpevoli di aver violato un accordo di “non-disclosure”, una pratica che porterebbe all’impossibilità di usare la console anche offline. Redmond, però, ha ufficialmente negato tutto – a parte la messa al bando dai servizi online nel caso avvenisse la suddetta violazione.

La faccenda è connessa ai leak, emersi a partire dal mese scorso, su una nuova “collection” di Gears of War per Xbox One, una delle serie videoludiche di punta della precedente generazione di home console, ora prevista al debutto (in versione rimasterizzata) anche sulle macchine di ottava generazione.

Le indiscrezioni sulla versione Xbox One di Gears of War si sono fatti via via sempre più insistenti, con alcuni beta tester che si sono spinti fino a distribuire online video dimostrativi della “build” provvisoria della raccolta con tanto di commento sonoro.

L’intraprendenza dei tester ha spinto VMC Consulting – servizio di testing di terze parti che collabora con Microsoft – a prendere una posizione ufficiale sulla faccenda, con dichiarazioni di fuoco riguardanti i rischi incorsi dai “leaker” di informazioni su giochi ancora in sviluppo: i tester infedeli verranno puniti, i loro account Xbox Live disabilitati e gli altri “privilegi” Xbox One bloccati. Di fatto, ha spiegato VMC, la console diverrebbe “completamente inutilizzabile”.

Microsoft avrebbe insomma implementato in Xbox One il tanto temuto “kill switch”, un sistema hardware-software che permette alla corporation di disabilitare le funzionalità della console da remoto. Interpellata direttamente, Redmond ha però smentito: una console (unità retail) che viola i termini di utilizzo non può più accedere al network Live, ha spiegato la corporation, ma può continuare a essere utilizzata offline senza limitazioni. Niente kill switch tra le nuvole, almeno per il momento.

Belgio: i cittadini si difendano da Facebook

Belgio: i cittadini si difendano da Facebook

Il social network è nuovamente ammonito al rispetto delle leggi locali, mentre i netizen dovrebbero attrezzarsi contro il tracciamento. Facebook, dal canto suo, fatica a confrontarsi con i particolarismi europei.

facebook belgio

Le autorità che vigilano sulla privacy del Belgio, che guidano una coalizione di authority europee negli accertamenti sui comportamenti di Facebook nel quadro normativo che tutela i diritti dei netizen comunitari, non intendono ammorbidire la propria posizione nei confronti del social network: Facebook traccia gli utenti senza avere ottenuto alcun consenso esplicito, anche attraverso soluzioni tecnologiche non pienamente trasparenti, e se non recepirà le raccomandazioni dovrà affrontare le conseguenze del caso.

Ultimo atto della battaglia ingaggiata dalle autorità del Belgio nei confronti del social network, è un corposo documento che ripercorre i comportamenti di Facebook e li mette a confronto con la legge, per dispensare ammonimenti nei confronti della piattaforme e suggerimenti a favore di amministratori di siti e utenti.

Basato sulla recente analisi condotta nel contesto belga a proposito delle pratiche di tracciamento a mezzo social plugin e alla possibilità di sfruttamento dei dati degli utenti introdotte con l’aggiornamento delle policy del social network, il documento del Garante belga sbaraglia qualsiasi recriminazione avanzata da Facebook: la disseminazione dei cookie presso i non utenti e la raccolta dei dati attraverso i social plugin non è lecita senza un’informativa trasparente e senza il previo consenso del netizen. Fino a quando Facebook non avrà apportato le opportune modifiche, la pratica dovrà essere sospesa.

Nel frattempo, raccomanda il Garante belga, gli amministratori dei siti che intendono integrare i plugin social di Facebook devono provvedere a informare adeguatamente gli utenti dei rischi per la privacy a cui vengono sottoposti e ottenere il loro consenso, eventualmente sfruttando gli strumenti tecnici già a loro disposizione.
A favore degli utenti, l’authority suggerisce poi di impiegare funzionalità dei browser come add-on o la navigazione privata per tutelarsi dall’invasività del social network.

“Siamo a un punto di rottura” ha commentato il presidente dell’authority Willem Debeuckelaere, suggerendo come per Facebook sia arrivato il momento di adeguarsi, o di affrontare lo scontro con le istituzioni. Facebook, per voce del vertice europeo della divisione che si occupa di policy sulla privacy Stephen Deadman, si mostra convinta di doversi adeguare al solo quadro normativo del paese in cui ha sede, vale a dire l’Irlanda, con le sue specificità. Almeno fino a quando l’Europa non avrà sviluppato un contesto legislativo armonico e comune, come previsto dalla strategia volta a creare un vero Mercato Unico Digitale.

 

Giochi Senza Frontiere: l’Europa del Single Digital Market

Giochi Senza Frontiere: l’Europa del Single Digital Market

Single Digital Market

Circa una settimana fa, la Commissione Europea ha dato il via alla prima grande misura dedicata all’unificazione del mercato digitale: l’attuazione del cosiddetto “Single Digital Market“, secondo i piani del presidente Jean-Claude Juncker, dovrebbe contribuire a facilitare il commercio digitale allo stesso modo di quanto già avviene (o perlomeno DOVREBBE avvenire, sulla carta, salvo fluttuazioni di IVA completamente sbilanciate) per lo scambio di merce fisica.

Di base, il nocciolo della questione è questo: se già le merci fisiche possono essere liberamente scambiate tra le nazioni europee (esempio: posso acquistare da Amazon un prodotto presente in Inghilterra e farmelo spedire sotto casa in pochi giorni), perchè lo stesso non è stato sinora possibile con buona parte dei contenuti digitali? Alcuni esempi: servizi di streaming come Hulu, Netflix o il più vicino iPlayer della BBC. Tutti questi servizi sono soggetti al cosiddetto blocco geografico, ossia l’impossibilità di accedere ai programmi da aree geografiche non previste, spesso a causa di mancati accordi sui diritti di distribuzione, ma molto più spesso a causa di decisioni arbitrarie. In mezzo ai 350 miliardi di euro di incremento stimato sul valore del mercato digitale Europeo, tuttavia, ci sono anche esempi a noi giocatori più familiari, come ad esempio quello dello Store EA: di base, senza l’uso di VPN, non è possibile effettuare acquisti se non nella versione locale dello store (quella italiana per l’Italia, quella francese per la Francia e via dicendo), ma questo non sarebbe stato un problema se i prezzi dei titoli fossero stati uniformi. Così non è, tuttavia, e in questo caso, l’abbattimento della barriera digitale geografica potrebbe venire incontro a coloro che da anni speravano ormai nell’uniformazione dei costi sui titoli in digital delivery.

Ovviamente, visto che questo blog tratta principalmente di videogame, poco c’interessa dello streaming digitale come (anche se, personalmente, ho molto gradito la notizia in combinazione con le prime avvisaglie dell’arrivo in Italia di Netflix), e molto di più invece è quanto possiamo discutere sul campo degli store online come Steam o Origin.

Quella in atto è una vera e propria ventata di cambiamento verso l’apertura delle barriere di distribuzione tecnologica, e a quanto pare, inoltre, noi europei non siamo i soli che hanno iniziato ad intravederla. Persino Nintendo, muovendosi su un terreno decisamente più ostico, ha infatti iniziato a parlare di rimuovere i blocchi regionali. Tuttavia, tra geo-blocking e region locking c’è un briciolo di differenza che è bene chiarire:

Geo-Locking, altrimenti detto blocco geografico: avete presente la fastidiosa scritta che compare sui canali Youtube?

Ecco, questo è in soldoni il geo-locking, ossia un barbatrucco digitale basato sull’IP dell’utente, che, comunicando col server, viene intercettato e indirizzato ad una versione specifica della pagina richiesta, laddove non esista una “master-page” indipendente dalla regione. Questo, ovviamente, è il caso della maggior parte degli store digitali come Origin, e visto che non stiamo parlando solo di condivisione video, ma di prodotti il cui prezzo è spesso e volentieri sbilanciato al ribasso in certe regioni (probabilmente per motivi di costi di gestione e distribuzione dei prodotti in tali zone), viene naturale, come giocatori, chiedersi perchè essere limitati a dover acquistare sullo store locale quando, di base, internet dovrebbe offrire per sua stessa definizione la libertà di scelta.

Essenzialmente ciò che si sono chiesti anche Juncker & co., la cui risposta ha però gettato un ulteriore dubbio a cui arriveremo fra poco…

Region Locking: in questo caso si tratta perlopiù di una funzionalità legata all’hardware del dispositivo su cui siamo intenzionati a far girare il nostro contenuto (anche se non mancano esempi software). La classica distinzione tra dischi PAL, JAP e NTSC, ad esempio, rientra in questa categoria, e di solito è trattata a livello di macroregione, anzichè locale come il geo-locking (sotto quest’ottica, il geo-lock è un caso specifico del region-lock, limitato alla distribuzione digitale). Tra le varie compagnie operanti sia come produttori hardware che software, negli ultimi anni Nintendo si è rivelata la più restia ad abbandonare il concetto di region-lock, ma le ultime interviste sembrano indicare che il vento sta cambiando anche per la casa di Kyoto, cosa che a sua volta potrebbe portare anche ad un’abolizione del geo-lock digitale, consentendo agli utenti di acquistare da un unico store globale.

L’idea di base, quindi, sembrerebbe buona, e se persino le case di sviluppo principali sembrano supportare il concetto di rimozione delle barriere tra giocatori, perchè non gioirne istantaneamente?

Essenzialmente, per due motivi.

Il primo è legato ad un semplice dubbio (quello di cui vi accennavamo qualche riga sopra): se gli store digitali verranno uniformati, e all’utente non verrà più proposta una pagina locale con prezzi diversi a seconda della regione, al publisher non resterà che livellare i propri prezzi. Su quale base avverrà questo? Esempio: i prezzi dello store EA Polacco sono da sempre i più bassi d’Europa, il che aveva sinora spinto alcuni giocatori ad utilizzare VPN o mezzi simili per accedere alla pagina regionale, risparmiando discrete percentuali sull’acquisto dei titoli. Con l’avvento del Single Digital Market, il resto degli store regionali Origin si uniformerà a quello polacco come prezzi? Oppure EA si limiterà ad alzare il prezzo ai più bassi e festa finita per tutti?

L’incognita al momento resta, e senza una normativa chiara e univoca per tutti, il rischio è quello di trovarsi in un far west economico in cui molti utenti si troveranno a dover ingoiare il rospo di prezzi più alti per compensare il ribasso di altre regioni (nella migliore delle ipotesi).

Il secondo problema che rischia di emergere è legato a questioni di copyright, diritti di distribuzione e localizzazione. Essenzialmente, l’accordo sul Single Digital Market potrebbe costringere tre quarti delle aziende che operano nel settore a rivedere i propri accordi di distribuzione locale. Esempio: una serie tv presente su uno store digitale locale ma non caricata nel server di un’altra regione in quanto, in quell’area, è già in vigore un accordo di distribuzione con un’emittente regionale. Tutto questo rischia di venire meno, e di scatenare un ginepraio senza fine, vista la possibilità di accedere senza più limiti a contenuti di altre zone. Non che questo sia un male dal lato utente, intendiamoci, ma dal lato del gestore del servizio rischia di aumentare i costi, che indovinate su chi andrebbero a scaricarsi?

Più vicina al nostro contesto di videogiocatori, invece, è la questione della localizzazione: se sinora l’avere store separati imponeva agli sviluppatori di tentare almeno un minimo di localizzazione dei titoli (come il classico multi-5, ad esempio, che raggruppava cinque lingue considerate importanti nell’area di distribuzione), l’avere uno store unico, perlomeno per i prodotti digital-only, potrebbe avere l’effetto negativo di diminuire l’interesse verso lo sviluppo di versioni locali. La conseguenza diretta sarebbe quella di trovarsi ad avere versioni create solo in una “lingua franca” come l’inglese, anche solo per rientrare dei costi di sviluppo dei titoli, dietro la scusa che l’avere uno store unico a cui affluiscono utenze di ogni regione fonetica sarebbe troppo complesso da gestire. Personalmente parlando, trovo che non sarebbe un male così grande se nel 2015 vi fosse un po’ più di gente in grado di fare lo sforzo di impararsi l’inglese per una passione come quella videoludica, ma le massicce proteste di qualche anno fa legate alla mancata localizzazione italiana di Kingdom Hearts 3D: Dream Drop Distance sembrerebbero far pensare ad una realtà ben diversa. Una realtà che, qualora si avverasse questa situazione estremizzata, diventerebbe piuttosto pesante da gestire…

Tirando le somme, quindi (e visto che pur sempre di “schiaffi ludici” stiamo parlando), stavolta il nostro metaforico ceffone di richiamo alla realtà resta sospeso: è stata una buona idea quella di implementare un mercato digitale unico da parte della Commissione Europea? Molto probabilmente si, ma (ed è qui che rischiano di calare le cinque dita del titolo della nostra rubrica) è chiaro come il sole che la strategia è stata pensata con in mente un’ottica piuttosto ristretta rispetto a quello che è nel suo intero il mercato digitale, con problematiche diverse legate ai suoi molteplici aspetti. Viste le recenti compenetrazioni tra politica e mondo della distribuzione digitale (l’ex consulente marketing di Steam, Yanis Varoufakis, attualmente in forze al governo Greco), ci aspettavamo qualcosa che tenesse conto già in partenza anche delle specifiche esigenze del digital delivery videoludico, ma non è detto che questa fumosità non venga chiarita nelle prossime settimane.

Xbox One batte PS4, è la console più venduta di aprile

Xbox One batte PS4, è la console più venduta di aprile

Xbox One è la console più venduta negli Stati Uniti nel mese di aprile. Sony si consola con le vendite combinate di PS3, PS4 e PS Vita.

Xbox One batte PS4

Xbox One è riuscita a sconfiggere PS4 in madrepatria. I dati di NPD incoronano la console di Microsoft come la più venduta negli Stati Uniti nel mese di aprile e come potete immaginare l’azienda di Redmond ha approfittato dell’occasione per celebrare questo risultato.

“Le vendite di Xbox One negli Stati Uniti sono cresciute del 63 percento nel mese di aprile 2015 in confronto ad aprile 2014, mentre il numero di utenti attivi di Xbox Live (Xbox One e Xbox 360) è cresciuto del 24 percento a livello globale. Siamo grati ai nostri fan per la loro passione e il supporto, e non vediamo l’ora di condividere più dettagli sulla miglior lineup di sempre per Xbox all’E3 di Los Angeles”, ha dichiarato un portavoce di Microsoft.

Se dunque Microsoft può essere soddisfatta del mese di aprile anche Sony non ha molto da lamentarsi, visto che PlayStation continua a guidare le vendite software negli Stati Uniti.

L’azienda giapponese può inoltre consolarsi con le vendite combinate di PS3, PS4 e PS Vita, che mettono Sony sul primo gradino del podio negli Stati Uniti.

Buon momento anche per Nintendo, grazie alla crescita del 15% delle vendite di Wii U in confronto ai primi quattro mesi del 2014, mentre il 3DS continua a dominare il mondo delle console portatili, con vendite in aumento del 65% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Tutti felici e contenti?

 

Gigabyte Z97X-Game Plus, nuova motherboard pronta per CPU Broadwell

Gigabyte Z97X-Game Plus, nuova motherboard pronta per CPU Broadwell

La Z97X-Game Plus è una nuova scheda madre di Gigabye con tre slot PCI Express 3.0 e socket LGA 1150. Permette configurazioni 3-Way CrossFire o 2-Way SLI.

Gigabyte Z97X-Game Plus

Gigabyte ha presentato una nuova scheda madre, la Z97X-Game Plus, che sembra un perfetto abbinamento per configurazioni dotate di schede video GeForce. Questo si deve al colore nero e verde della motherboard, che ricorda per l’appunto i colori di Nvidia. Per i modder attenti anche a questa caratteristica è senz’altro una scelta più a disposizione.

Per quanto concerne le caratteristiche tecniche la GA-Z97X-Game Plus è dotata di socket LGA 1150 compatibile con CPU Intel Core di quarta e quinta generazione, Haswell e le future Broadwell. Il regolatore di tensione è dotato di otto fasi. Per quanto concerne l’alimentazione c’è il classico connettore ATX a 24 pin e un connettore EPS a otto pin.

La motherboard è dotata di quattro slot per memorie DDR3 e tre PCI Express 3.0 x16, configurabili in modalità x8, x4 e x4, il che esclude quindi la possibilità di realizzare configurazioni 3-way SLI (come riportato in questo articolo), mentre non ci saranno problemi per quanto riguarda il CrossFireX con più schede. Questa soluzione è dotata anche di tre slot PCI Express 2.0 x1 e uno slot PCI.

Per quanto riguarda l’archiviazione sono presenti sei porte SATA 6Gbps, un SATA Express e uno slot M.2 (PCIe 2.0 x2). A completare la dotazione, caratterizzata da soluzioni esclusive Gigabyte, troviamo l’audio HD gestito da un codec Realtek ALC1150 con amplificatore integrato, una porta Gigabit Ethernet amministrata da un chip Killer E2200, sei porte USB 3.0 e due BIOS.

L’azienda taiwanese non ha svelato il prezzo e la disponibilità della Z97X-Game Plus sul mercato, ma è lecito attendersi un listino tra i 120 e i 150 euro, simile ad altri prodotti a catalogo.

HP Spectre x360 promosso nella prova d’uso

Bello, ben fatto e comodo da usare in quasi tutte le sue funzioni, lo Spectre x360 si conferma uno dei migliori ibridi in circolazione.

HP Spectre x360

Difficilmente chi vede nuovi notebook tutti i giorni si lascia entusiasmare da una linea attraente, ma nonostante questo quando si toglie dalla scatola lo Spectre x360 c’è l’effetto wow. È uno dei notebook più belli in circolazione, elegante, raffinato e adatto a qualsiasi situazione.

Sull’aspetto esteriore dello Spectre x360 diamo ragione ai colleghi statunitensi: è un intelligente mix delle peculiarità degli ultrabook di maggior successo. Il colore e il tipo di verniciatura ricordano il MacBook Air; il peso mi fa venire in mente gli Zenbook: dopo avere ammirato lo spessore a lametta ci si aspetta qualcosa di più leggero. Sia chiaro: sta in una borsetta senza problemi e si lascia portare in giro per tutto il giorno senza tediare, ma oggettivamente ci sono ultrabook delle stesse dimensioni che pesano un pochino meno.

Le cerniere lucide fanno venire in mente le soluzioni ultramobili di Toshiba, e sono una piacevole interruzione a una linea altrimenti monotona. Probabilmente è proprio per creare movimento che HP ha optato per uno stile differente sulla parte anteriore e posteriore della base. Apprezzo quella posteriore arrotondata, per poter installare un meccanismo di conversione in tablet che non sporge e non si nota.

Forse riportarlo anche davanti sarebbe stato monotono, però il profilo squadrato del poggiapolsi non è granché comodo: francamente avrei preferito una linea più morbida su cui appoggiare i polsi. È un dettaglio sia chiaro: questo portatile è talmente bello che per trovare un difetto bisogna cercare il pelo nell’uovo.

Schermo e conversione in tablet

Uno degli aspetti che ho maggiormente apprezzato è lo schermo luminosissimo: si riescono a leggere perfettamente i contenuti anche sotto alla luce diretta del Sole. Personalmente ho apprezzato l’idea della risoluzione Full HD, che è ben leggibile quando si lavora e permette di riprodurre video Full HD: i palloncini di Up! Sono uno spettacolo da ammirare e qualsiasi contenuto è brillante e dettagliato. Peccato per le ditate che restano impresse sul touch: se non vi portate dietro una pezza da passare ogni tanto l’effetto wow si affloscia dopo un paio d’ore che lo maneggiate.

Come gli altri prodotti che funzionano allo stesso modo tastiera (retroilluminazione compresa) e touchpad si disattivano quando convertite il notebook in tablet. Nella prova d’uso ho notato che la disattivazione impiega meno di un paio di secondi, quindi anche se chiudete al volo il coperchio e agguantate subito il tablet non finite per fare qualche selezione. Ottimo.

Il componente migliore del prodotto sono le cerniere: sono talmente scorrevoli che si riesce a ruotare lo schermo praticamente senza alcuno sforzo. Però se si dispone il notebook in modalità stand o notebook e si effettuano selezioni con il touch lo schermo vibra (cosa che succede con tutti i prodotti) ma non cambia posizione.

Una cosa che lascia un po’ perplessa è che è capitato spesso di sollevare l’x360 in modalità tablet facendo alzare involontariamente il coperchio dalla base. Paradossalmente quando il coperchio è chiuso in modalità notebook le due parti aderiscono talmente bene che non si separano facilmente. Il motivo è nella progettazione: sia la base sia il coperchio nella parte interna hanno profili con un taglio angolare netto, esternamente entrambi sono leggermente arrotondati. Ne segue che la chiusura come notebook è perfetta, come tablet no. È una piccola sbavatura a un design altrimenti perfetto.

Quanto a tastiera e touchpad, chi deve lavorare tutto il giorno apprezzerà molto questo Spectre. Persino le frecce direzionali nella “disposizione HP” che non è del tutto standard si trovano alla cieca senza bisogno di prenderci l’abitudine. Merito della mancanza del tastierino numerico, che dà un punto di riferimento facile da trovare. Notevole il fatto che quando la retroilluminazione è disattivata resta acceso il tasto F5 che serve per accenderla: se iniziate a lavorare al buio troverete subito il riferimento per illuminare la tastiera.

I tasti emettono un clic secco che è indispensabile per capire che la battuta è andata a buon fine. Per scrivere basta sfiorare i tasti, e la base è sufficientemente ampia da alloggiare una tastiera larga e confortevole con cui ho preso la mano in pochi minuti. Ottimo.

Il touchpad è semplicemente spettacolare. Dire che è grande è un eufemismo, rispetto alla media è enorme e c’è abbastanza spazio per tracciare le gesture con ben più di 4 dita. Avere una superficie di 14 centimetri di larghezza in un poggiapolsi da 32,5 centimetri significa abbassare le mani a caso da qualsiasi posizione sulla tastiera e trovare il touchpad.

In sostanza con questo equipaggiamento ho lavorato agevolmente, come se fosse il mio notebook da tempo, sia alla scrivania in ufficio che sul divano a casa. Capita raramente ed è un plus da non sottovalutare.

Il rivestimento in alluminio ha una controindicazione comune a tutti i notebook che sfruttano questa soluzione, compreso lo Spectre: si scalda. Finché ho usato lo Spectre appoggiato sulla scrivania non mi sono quasi accorta del calore, perché viene sprigionato da una griglia sul fondo e da una seconda nella parte alta del lato sinistro.  Ho provato poi ad appoggiarlo sulle gambe per le due ore che ho impiegato a testare una web app: il calore sul fondo è salito a livelli fastidiosi. Colpa mia che ho ostacolato la ventilazione otturando la griglia sul fondo: sconsiglio di farlo.

Per compensare il sistema ha chiamato in causa spesso le ventole di raffreddamento, che sulla scrivania non si erano proprio sentite, mentre dopo 20 minuti sulle gambe restavano quasi sempre accese emettendo un sibilo ben percettibile.

Grazie alla versatilità del prodotto la soluzione è a portata di mano: se volete riprodurre contenuti multimediali sul divano disponete lo Spectre in modalità a tenda o stand. Le griglie resteranno libere, la base fresca e le ventole in silenzio. In questa modalità inoltre beneficerete di un altro vantaggio: sentirete l’audio in maniera decente. HP infatti ha posizionato gli altoparlanti sotto alla base, quindi tenendolo sulle gambe il suono che vi arriva è sordo. Se usate la modalità a tenda o stand il problema non si pone.

Per questo ho trovato molto utili le due modalità appena descritte, oltre a quella notebook, mentre non ho amato quella tablet sia perché l’aggancio fra base e coperchio non è stabile, sia perché il prodotto non è così maneggevole in modalità tablet.

La configurazione basata sulla CPU Core i5 è ampiamente sufficiente per lavorare senza problemi. Ho usato a batteria un paio di documenti di Word, Spotify e i browser Chrome e Firefox con una ventina di tab aperte per ciascuno senza notare alcun rallentamento.

L’unica incertezza – ma non è una questione di potenza di elaborazione – si verifica puntualmente quando si passa da una modalità d’uso all’altra: la rotazione dello schermo impiega qualche secondo ad attivarsi.

L’aspetto che ho apprezzato maggiormente è che ho lavorato con questo notebook con Wi-Fi attivo per un paio di giorni lasciandolo in standby durante gli spostamenti e le interruzioni dell’attività e la batteria aveva ancora un po’ di carica residua. Ovviamente ho regolato il sistema di risparmio energetico in modo che display e disco fisso potessero spegnersi nei momenti di inattività. Inoltre ho impostato una luminosità dello schermo più bassa quando dovevo lavorare al chiuso perché, risparmio energetico a parte, se non si è sotto al Sole la luminosità massima è quasi fastidiosa tanto che è intensa.

Ottimo il fatto che a prescindere da come si è usato il portatile l’ultima volta, quando si riprende dallo standby ha sempre la tastiera spenta per default. In tutte le modalità d’uso poi i connettori sono comodi da trovare. Ho trovato intelligente l’idea di non mettere il pulsante Windows sulla cornice del display, perché con altri prodotti ho spesso finito per selezionarlo involontariamente. In questo caso è sul lato destro e si trova facilmente al tatto perché sul lato opposto non ci sono pulsanti e accanto c’è il bilanciere del volume che è molto più lungo.

Applausi anche per la presenza di un connettore HDMI standard: se c’è un aspetto odioso delle prove d’uso è dover leggere tutto il giorno sullo schermo del portatile perché puntualmente manca l’adattatore giusto per collegare il monitor dell’ufficio. Le due USB a sinistra sono un po’ troppo vicine per usarle insieme con pendrive voluminosi, ma la presenza di un terzo connettore a destra mi ha sempre risolto il problema.

Se oggi dovessi comprare un ultrabook ibrido sarei molto indecisa fra questo Spectre x360 e lo Yoga e Pro di Lenovo, che metto sullo stesso piano per versatilità, luminosità dello schermo. Preferirei il Lenovo per la migliore chiusura in modalità tablet e per la tastiera, lo Spectre per il touchpad, l’autonomia e le prestazioni di un Core i5 rispetto a un Core M.

Falla nei router Netgear, si entra facilmente

Un ricercatore ha individuato un difetto nei router Netgear che permette l’accesso anche senza la password. L’attacco è possibile anche via Internet e mette a rischio i computer collegati al router.

router Netgear

Molti router Netgear hanno una falla di sicurezza che permette di estrarre la password generale e quella del Wi-Fi. La vulnerabilità si può sfruttare tanto tramite rete locale quanto via Internet se è attiva l’amministrazione remota del dispositivo – un’impostazione che generalmente è disattivata di default.

A individuare il difetto è stato Peter Adkins, che spiega di aver contattato Netgear per spiegare il problema senza tuttavia ottenere attenzione. Il difetto sarebbe legato all’applicazione Netgear Genie, che serve per gestire il router tramite smartphone o PC.

A quanto pare quest’applicazione permette di accedere al router anche senza possedere i dati di accesso, e ottenere così la password di amministrazione, i nomi e le password delle reti Wi-Fi, il modello e il numero di serie del router stesso.

I modelli che soffrono di questa vulnerabilità sono Netgear WNDR3700v4, WNDR3700v4, WNR2200 e WNR2500. Secondo Adkins però potrebbero essere colpiti anche altri prodotti, come WNDR3800, WNDRMAC, WPN824N e WNDR4700, che usano lo stesso software.

l rischio è relativamente contenuto per i router in cui non è attiva l’amministrazione remota, cioè via Internet. In questi casi è necessario collegarsi alla rete locale per sfruttare la vulnerabilità in questione. In alternativa un intruso potrebbe infettare uno dei PC collegati con uno specifico malware e poi attaccare il router. Chi invece ha attivato l’amministrazione remota è maggiormente esposto, e il consiglio è quindi di disattivare tale funzione se si possiede uno dei modelli citati.

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