Tor, l’FBI vuole il segreto sull’exploit

Tor, l’FBI vuole il segreto sull’exploit

Tor, l'FBI

Il Bureau resiste ai tentativi di accesso alle tecniche usate per smascherare i PC degli utenti pedofili di Playpen. Conoscere i dettagli non serve alla difesa, dice l’agenzia, mentre Tor promette sicurezza e il pubblico disapprova.

 No, l’FBI non ha intenzione di fornire i dettagli sui meccanismi della “network investigative technique” (NIT) usata per smascherare i visitatori di Playpen nel corso dell’Operazione Pacifier. Il giudice dice il contrario? Non importa: conoscere l’exploit non serve alla difesa.

Con l’Operazione Pacifier il Bureau statunitense ha arrestato 137 persone, e molte altre sono state identificate grazie a un sistema capace di infettare il PC, identificare gli indirizzi di rete (IP) e fisici (MAC) della macchina (teoricamente) protetta dalla rete Tor e tracciare gli utenti anche in caso di modifica del summenzionato IP su connessioni ADSL dinamiche.

Jay Michaud, uno degli accusati per la fruizione di contenuti pedopornografici su Playpen, ha fatto richiesta per conoscere i dettagli delle tecniche usate dall’FBI, richiesta che il tribunale ha approvato qualche settimana fa.

Ma l’FBI continua a resistere alle richieste di pubblicazione, dicendo che l’exploit è semplicemente servito a bypassare le protezioni sul PC di Michaud per inviare le istruzioni NIT a scopo di identificazione e tracciamento. Conoscere l’exploit in dettaglio non fornirebbe informazioni aggiuntive utili alla causa, suggerisce il Bureau.

L’FBI si rifiuta di svelare i “ferri del mestiere” adoperati per compromettere Tor, mentre gli sviluppatori della darknet più popolare si richiamano al caso delle chiavi crittografiche di Apple per confermare di essere a loro volta indisponibili a capitolare alle richieste delle autorità USA.

Il progetto Tor rafforzerà la sicurezza, comunicano gli sviluppatori, e come quelli di Apple anche i programmatori della darknet sono disposti a licenziarsi piuttosto che essere costretti a inserire una backdoor all’interno del codice. La percezione di Tor presso il pubblico è però pessima, visto che il 71 per cento degli intervistati di una ricerca recente (Centre for International Governance Innovation) preferirebbe vedere il network chiuso e la considera come un semplice ricettacolo di attività illegali.

Fotor Photo Editor

Fotor Photo Editor

Fotoritocco multipiattaforma con filtri preconfezionati, ma con funzioni interessanti. Provato per OSX.

Fotor Photo Editor

Con Apple, si sa, per avere la migliore integrazione tra computer, mobile e cloud, occorre utilizzare i prodotti di Cupertino; ma proprio a Cupertino hanno ideato il concetto di App Store, che porta con sé la possibilità di utilizzare molte più applicazioni per realizzare quel che si vuole, e questo concetto vale anche per i software di fotoritocco, campo in cui la casa della Mela si è sempre distinta.
L’applicazione di cui parliamo oggi è Fotor, software che non ha certo la pretesa di volersi sostituire a Foto di Apple (il cui scopo è principalmente quello di archiviare le proprie foto e permetterne la condivisione in cloud con tutti i dispositivi Apple) ma piuttosto quello di realizzare delle operazioni complementari rispetto a ciò che può fornire il software incluso in OSX.

Compatibile per OS X 10.6 e successivi (64 bit), Fotor consente fondamentalmente di effettuare tre tipi di operazione: modificare un’immagine, realizzare un collage di più foto, o eseguire un’operazione “batch” capace di applicare una serie di modifiche ad un insieme di foto. L’editor offre un’interfaccia molto semplice ed immediata che consente di scegliere tra numerose opzioni di regolazione dell’immagine e un numero anche più ampio di filtri ed effetti per ogni gusto. Il rovescio della medaglia è che questi effetti non offrono alcuna opzione di personalizzazione, se non sull’intensità dell’applicazione del filtro stesso. Rispetto a Foto di OSX ci sono molti più filtri, ma sono tutti preconfezionati senza opzione di scelta: prendere o lasciare, soluzione che sicuramente farà storcere il naso a chi preferisce un approccio più personale alla post-produzione fotografica.La seconda modalità di lavoro di Fotor è quella che offre la possibilità di realizzare una composizione fotografica con più immagini, opzione totalmente preclusa in Foto (a meno di realizzare album o calendari da stampare). Anche qui le opzioni sono semplici e immediate, ed è anche possibile effettuare dei piccoli aggiustamenti sulle foto utilizzate nel collage.L’ultima modalità di lavoro di Fotor è quella forse più potente: in un colpo solo potete dare in pasto al software una cartella di immagini e richiedere che vengano applicate a tutte le foto che essa contiene una serie di modifiche, che possono riguardare sia le comuni operazioni di ridimensionamento o conversione, sia l’applicazione di uno o più effetti di quelli messi a disposizione dell’applicazione. Si tratta una funzione estremamente utile in molte circostanze, per esempio quando si deve preparare una lunga serie di immagini per il web, secondo determinati standard di formato e dimensione.

Infine, una delle caratteristiche apprezzabili di Fotor è che possiamo trovarlo su tutte le piattaforme, fra cui iOS e Android per il mobile, e Windows: chi apprezza gli strumenti che offre, li può ritrovare pressoché identici in ogni sistema.

WebTorrent porta BitTorrent sul Web

WebTorrent porta BitTorrent sul Web

Un nuovo progetto vuole rivitalizzare la scena BitTorrent traslando il protocollo di P2P in un meccanismo di comunicazione nativo per il Web. La prospettiva di un uso più efficiente della banda di rete titilla Netflix e non solo.

WebTorrent porta BitTorrent sul Web

Lo sviluppatore Feross Aboukhadijeh ha deciso di “tradurre” il protocollo BitTorrent portandolo dal file sharing via client dedicati a una tecnologia nativa per il Web, un sistema potenzialmente in grado di aprire nuove prospettive di efficienza (e quindi di business) ai grandi colossi di rete e alle aziende dello streaming videoludico sopra tutti.

WebTorrent, il progetto nato appunto dalla conversione Web di BT, viene descritto dall’autore come “un client di streaming torrent per il browser”, scritto completamente in JavaScript e basato sull’uso del nuovo protocollo WebRTC per una “autentica” comunicazione peer-to-peer che non necessita di plug-in o estensioni aggiuntive per funzionare.

Esattamente come nei client di BitTorrent classici, un sito che fa uso di WebTorrent condivide con i suoi visitatori il carico di trasmissione dei dati a tutti gli utenti connessi in contemporanea raggiungibili da uno o più nodi della rete. Lo streaming audiovisivo di portali come YouTube e non solo sarebbe in tal modo “accelerato” e gioverebbe, piuttosto che soffrirne, della presenza online di un gran numero di utenti.

WebTorrent è in realtà pensato come una vera e propria traduzione completa di BitTorrent per il Web, quindi il nuovo protocollo può essere utilizzato per condividere i dati di qualsiasi tipo di sito Web e non solo delle trasmissioni audiovisive in streaming.

Prevedibilmente, la prospettiva di migliorare, piuttosto che ridurre la qualità video nelle ore di punta è una prospettiva che attrae soprattutto i siti di streaming: il succitato Netflix ha già contattato da tempo l’autore di WebTorrent, mentre l’Internet Archive sta valutando la possibilità di implementare la tecnologia per la distribuzione dei propri contenuti video.

OneDrive, chi prima è arrivato meglio alloggia

OneDrive, chi prima è arrivato meglio alloggia

Gli utenti di vecchia data del servizio gratuito potranno evitare il ridimensionamento degli spazi di archiviazione annunciato da Microsoft e godere di 15 GB. Ai nuovi utenti, invece, spettano 5 GB.

OneDrive

Quella del ridimensionamento dell’offerta di spazio di archiviazione per OneDrive annunciata a novembre era una semplice decisione di business, comunicata in maniera inopportuna, ha ammesso Microsoft: il malcontento degli utenti, all’idea di vedersi restringere da 5 a 15 GB gli account gratuiti, negare lo spazio dedicato allo stoccaggio delle immagini e limitare a 1 TB la proposta illimitata a pagamento, ha spinto Redmond a un parziale cambio di rotta.

Alla rumorosa petizione portata avanti dagli utenti più affezionati, oltre 72mila persone che si sono espresse per spingere Microsoft a ripristinare l’offerta proposta in precedenza, Redmond ha risposto con delle scuse, e con una revisione del piano di modifica.

Gli utenti del servizio gratuito, lanciato con 15 GB di spazio e ridotto dal 2016 a 5 GB, verranno omaggiati di una sottoscrizione di un anno a Office 365 Personal, che include spazio di archiviazione per 1 TB, nel caso in cui dimostrino di avere superato la soglia dei 5 GB per OneDrive e quindi finiscano per essere concretamente danneggiati dal ridimensionamento dell’offerta. Anche gli utenti che non abbiano superato i 5 GB ma desiderino conservare i termini della precedente offerta, compresi i 15 GB di spazio per le immagini, possono farne richiesta alla pagina appositamente approntata da Microsoft entro il 31 gennaio 2016.

Gli utenti paganti di Office 365 Home, Personal, e i fruitori dei servizi dedicati alle università a cui era offerto spazio illimitato, invece, non avranno modo di continuare ad approfittare dell’offerta: spetterà loro 1 TB di spazio di storage, ma potranno chiedere un rimborso nel caso la proposta non facesse più al caso loro.

I potenziali nuovi utenti si confronteranno direttamente con l’offerta ridimensionata: del resto l’obiettivo di Microsoft, in un contesto in cui l’abbassamento dei prezzi dello spazio di archiviazione in uno scenario sempre più competitivo va di pari passo con la sete di archiviazione per contenuti sempre più voluminosi, non è quello di proporre OneDrive non come una soluzione di hosting generalista, ma come collante per i propri servizi.

Screenshot Facile

Screenshot Facile

Per catturare schermate dal proprio dispositivo Android, e personalizzare l’acquisizione.

Screenshot Facile

A volte capita che si voglia “catturare” il contenuto del display del proprio dispositivo e salvarlo come immagine.
Può essere utile, ad esempio, al programmatore che deve mostrare il layout della sua nuova app, all’utente che ha la necessità di condividere con un centro di assistenza lontano il modo in cui si manifesta un malfunzionamento software o agli autori di un post come questo che devono documentare con immagini la recensione di un’applicazione.

Nonostante sia possibile catturare screenshot senza bisogno di software aggiuntivi, Screenshot Facile è un’app che svolge questo compito e lo fa così bene da essersi conquistata una discreta fama tra l’utenza Android. Realizzare uno screenshot è un po’ come fotografare, pertanto l’applicazione deve fornire dei meccanismi di scatto comodi. In questo caso, si dovrà tenere premuto per almeno due secondi contemporaneamente il tasto accensione e quello per l’abbassamento del volume o, in alternativa, tasto accensione e Home. Prima di svolgere l’operazione si deve però attivare il servizio che gira “dietro le quinte” semplicemente cliccando il pulsante che si trova aprendo l’interfaccia di Screenshot Facile.Il comportamento dell’app può essere personalizzato mediante una serie di opzioni raggiungibili da un menù interno. Curano vari aspetti sia relativi all’interfaccia sia relativi al funzionamento.Tra questi ultimi si può impostare l’avvio al boot del servizio di acquisizione, il formato dei nomi di file, la loro estensione (di default gli screenshot sono PNG) o la collocazione del salvataggio (default: la cartella Pictures della memoria di massa).
Come si è detto all’inizio non tutti gli utenti hanno la necessità di dover catturare il contenuto del display, ma qualora capitasse si cercherà un programma semplice, gratuito e efficiente proprio come Screenshot Facile.

 

 

Natale in casa Zuckerberg

Natale in casa Zuckerberg

Il CEO di Facebook annuncia la donazione del 99 per cento delle azioni del social network: quello che conta è il mondo che lasceremo ai nostri figli. La sua è appena nata.

Zuckerberg

Mark Zuckerberg e la moglie Priscilla Chan hanno avuto una figlia. E la notizia arriva con una lettera aperta su Facebook con cui il giovane CEO annuncia che darà in beneficenza il 99 per cento delle sue azioni del social network.

Con un lungo post pensato per essere indirizzato alla figlia, Max, Zuckerberg ha legato la notizia intima e privata con un’iniziativa destinata a far parlare: la donazione delle azioni del social network, per un valore al momento di circa 45 miliardi di dollari, non sarà naturalmente istantanea ma andrà avanti per tutta la sua vita in un processo progressivo che ha lo scopo di supportare sempre di più attività che hanno lo scopo di costruire un mondo migliore.

“Tua madre ed io non abbiamo parole per descrivere la speranza che ci dai per il futuro”, dice Zuckerberg ringraziando la figlia ed esprimendo la commozione di padre con le preoccupazioni sul destino del mondo: “Ci hai già dato una ragione per riflettere sul mondo in cui speriamo di poter vivere” e soprattutto “come ogni genitore vogliamo che tu cresca in un mondo migliore di quello in cui viviamo noi oggi”.

I soldi frutto delle donazioni andranno alla Chan Zuckerberg Iniziative gestita da lui e dalla moglie, con cui la coppia già si profonde in attività filantropiche che spaziano dalla tutela della salute alla lotta alla povertà, e che ha l’obiettivo di “migliorare il potenziale umano e promuovere l’uguaglianza tra tutti i bambini della prossima generazione”.

D’altra parte non è la prima volta che Zuckerberg parla personalmente di impegni da prendere nei confronti del mondo intero e del futuro: un esempio molto legato agli interessi di Facebook è quello di Internet.org che punta a colmare i problemi legati al digital divide (e a portare la Rete e il suo business in territori ancora vergini), ma recentemente il CEO di Facebook ha anche fornito il suo supporto al fondo di ricerca per progetti di energia pulita promosso da Bill Gates.

Swatch, è l’ora dei pagamenti mobile

Swatch, è l’ora dei pagamenti mobile

Partnership tra la casa orologiera svizzera e Visa per le funzioni di pagamento contactless da polso. Bellamy sarà il primo modello di orologio tradizionale ad integrare la tecnologia NFC.

Swatch

Swatch ha annunciato una partnership con Visa per integrare la tecnologia per i pagamenti contactless all’interno dei suoi orologi.

Grazie a tale accordo l’azienda, su orologi che non si discosteranno dal suo design tradizionale, metterà a disposizione la tecnologia NFC necessaria ad effettuare pagamenti senza bisogno di contanti: l’idea del produttore è quella di non entrare nel nuovo settore degli smartwatch, ma di limitarsi ad integrare nei suoi dispositivi singole funzioni aggiuntive, come è il caso del suo Touch Zero One che è pensato specificatamente per gli sportivi.

La novità frutto dell’accordo con Visa riguarderà gli orologi in produzione il prossimo anno: il modello che per primo la adotterà sarà lo “Swatch Bellamy”, che prende il nome del romanzo del 1888 “Looking Backward 2000-1887” dello scrittore Edward Bellamy in cui viene descritto un mondo utopico in cui i contanti sono stati sostituiti da carte magnetiche di credito. Il primo riferimento culturale a tale prossima evoluzione dei pagamenti secondo Swatch.

A parte la tecnologia NFC, Swatch Bellamy non sembra essere dotato di altre connessioni, né Bluetooth, né WiFi, fatto che spinge gli osservatori a chiedersi come avverrà il processo di autenticazione dal momento che non potrà essere collegato ad un cellulare o ad altri dispositivi: l’idea, forse, è che ci sia bisogno comunque di digitare una password.

Bellamy sarà disponibile solo per gli utenti possessori di carte di credito Visa negli Stati Uniti, in Svizzera ed in Brasile, ma il sistema promette di effettuare pagamenti accettati a livello globale, vale a dire ovunque nel mondo si accettino pagamenti tramite NFC.

Microsoft, sviluppare app è un gioco nel cloud

Microsoft, sviluppare app è un gioco nel cloud

Redmond apre le porte di PowerApps, nuovo servizio dedicato alla creazione semplificata di app aziendali. Un settore in cui la corporation non vede quel boom che ci si potrebbe aspettare con la proliferazione dei gadget mobile.

Microsoft, sviluppare app è un gioco nel cloud

Stando a quanto sostiene Microsoft, nelle aziende si usano poche app rispetto agli smartphone e tablet (spesso BYOD) a disposizione dai dipendenti: per ovviare a questo “problema”, Redmond ha dunque creato il servizio PowerApps con l’obiettivo di facilitare quanto più è possibile la creazione delle suddette app.

PowerApps dovrebbe rappresentare la risposta di Microsoft al “divario di innovazione” che esiste nel settore delle app per il business, un gap che deriva – sempre secondo Redmond – dalla scarsa disponibilità di sviluppatori mobile rispetto alla richiesta, dalla difficoltà di connettere i dati presenti sul cloud e quelli sui sistemi on-premise, e dai problemi connessi alla condivisione delle app tramite gli app store controllati da remoto dalle grandi corporazioni di settore.

Con PowerApps, spiega Microsoft, creare nuove app su misura delle esigenze aziendali diventa facile come creare una presentazione PowerPoint con drag&drop degli elementi pertinenti, ed è ovviamente possibile connettere la propria app con i database locali (SQL Server, Oracle, SAP eccetera) e quelli cloud (Office 365, Salesforce, OneDrive, Dropbox eccetera) contemporaneamente.

Grazie a PowerApps, sostiene Redmond, qualunque dipendente può sviluppare app tramite un’interfaccia grafica con tanto di template predefiniti; una volta terminato lo “sviluppo”, la app può essere condivisa e distribuita (tramite URL) con la app ufficiale PowerApps disponibile su iOS, Android e Windows Phone/10 Mobile.

Il reparto IT aziendale può naturalmente avere l’ultima parola nell’accesso al servizio, mentre i “veri” sviluppatori di codice che non hanno bisogno di un’interfaccia semplificata potranno sfruttare l’offerta App Service disponibile su piattaforma Azure.

Mozilla e la zavorra di Thunderbird

Mozilla e la zavorra di Thunderbird

Il supporto, seppur limitato, allo storico client di posta elettronica rappresenta per la Fondazione una dispersione di risorse. Per questo Mozilla sta valutando la possibilità di esternalizzarne la gestione.

 

Mozilla

Che il client email Thunderbird rappresentasse per Mozilla un obiettivo non prioritario è cosa nota già da tempo: lo sviluppo del codice, fin dal 2012, è stato affidato alla community, mentre gli sviluppatori della Fondazione si limitano a manutenerlo. Ora i vertici di Mozilla contemplano la possibilità di affidarne a terzi la gestione: è prioritario che il team di sviluppatori di Mozilla si concentri su Firefox e altri prodotti che sappiano offrire più prospettive per il futuro.

In un messaggio indirizzato alla community la chairwoman Mitchell Baker descrive il supporto a Thunderbird come “una tassa da pagare”, una zavorra che pesa sullo sviluppo di Firefox: il client di posta elettronica lanciato nel lontano 2003 viene ora manutenuto da Mozilla nella sola modalità Extended Support Release, con cui garantisce aggiornamenti di sicurezza soprattutto a favore delle aziende. Si tratterebbe in ogni caso di un impegno consistente, per gli sviluppatori che si dedicano a Thunderbird ma anche per gli stessi sviluppatori di Firefox, a cui spesso viene richiesto di offrire assistenza a coloro che sono attivi nell’aggiornare il client di posta elettronica.

“Credo che Thunderbird potrebbe avere più fortuna separandosi dalla dipendenza dei meccanismi di sviluppo di Mozilla – scrive Baker – in alcuni casi, dalla tecnologia di Mozilla”. La chairwoman non è esplicita nel suggerire piani per il futuro, ma propone di “cominciare a prendere attivamente in considerazione le modalità con cui si possa effettuare una trasizione ordinata verso un futuro in cui Thunderbird e Firefox viaggino su binari separati”.

Più diretto è invece l’executive director della Findazione Mark Surman, che comunica che Mozilla è in contatto con “almeno una organizzazione che sta prendendo in considerazione l’idea di supportare Thunderbird”. Surman assicura alla community che il progetto non verrà abbandonato a se stesso: “dobbiamo investire del tempo e delle risorse per immaginare un buon futuro per Thunderbird”.

Skype, risarcimenti in arrivo

Skype, risarcimenti in arrivo

Skype, risarcimenti in arrivo

Microsoft, per scusarsi del disservizio che ha interrotto le comunicazioni degli utenti consumer il mese scorso, promette chiamate gratuite da consumare entro pochi giorni.

Venti minuti di chiamate per tentare di far dimenticare agli utenti la mezza giornata di disservizi che hanno afflitto Skype il 21 settembre: Microsoft, segnalano alcuni affezionati del servizio VoIP, ha avviato una campagna di risarcimenti.

Skype

Nel messaggio diramato agli utenti, anche a coloro che il giorno del blackout non stavano tentando di collegarsi con la piattaforma, Microsoft promette 20 minuti di chiamate gratuite verso linee fisse di 60 paesi e verso linee mobile di 20 paesi.

Il traffico concesso a mo di risarcimento figurerà negli account Skype degli utenti “nei prossimi giorni” e sarà utilizzabile per i 7 giorni successivi.

Redmond non ha ancora comunicato pubblicamente l’iniziativa in maniera ufficiale, né ha reso noto l’estensione della campagna e quali mercati coinvolgerà, ma si è limitata a ringraziare via Twitter per la pazienza e la comprensione.

Il disservizio del 21 settembre, che Microsoft ha attribuito a “un cambiamento nelle configurazioni più imponente del solito”, aveva messo in ginocchio il versante consumer della piattaforma di comunicazione VoIP per diverse ore.

 

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