Samsung, avanti tutta con NVMe nel settore SSD

Samsung, avanti tutta con NVMe nel settore SSD

Prosegue ininterrotta la marcia di Samsung nel settore SSD, come è emerso nel corso del recente 2015 Samsung SSD Global Summit. Il colosso coreano mette in mostra alcune strategie e tratteggia un futuro sempre più incentrato sulle memorie Flash in ambito storage, con prezzi destinati a calare ancor.

Samsung, avanti tutta con NVMe nel settore SSD

 

Appuntamento annuale a Seoul, Korea del Sud, con il 2015 Samsung SSD Global Summit, nel quale l’azienda coglie l’occasione per presentare nuovi SSD e offrire diversi approfondimenti che vanno dal mercato ai dettagli tecnici, fornendo una panoramica a tutto tondo sui nuovi prodotti e anche per quelli che verranno.  Lo slogan di quest’anno, più volte sottolineato, parla del marciare in una nuova era, facendo riferimento al superamento dell’interfaccia SATA 3 con i limiti del caso (ovvero i 600MB al secondo teorici).

Cerchiamo di fare un rapido punto della situazione: attualmente gli SSD più venduti in ambito consumer sono quelli con form factor da 2,5 pollici, acquistati come aggiornamento di un sistema già posseduto e dotato di hard disk meccanico. Interessati all’aggiornamento sono sia i sistemi desktop che quelli portatili, che possono così contare su una “seconda vita”, per giunta con prestazioni nettamente superiori rispetto a quando erano nuovi.

A margine dei 2,5 pollici ci sono anche i formati mSATA, ovvero delle schedine che integrano la stessa componentistica degli SSD da 2,5 pollici, comunque dotati di interfaccia SATA. Attualmente questa interfaccia costituisce un vero e proprio limite alle potenzialità dei moderni controller e chip NAND Flash, come testimonia l’allineamento più o meno generalizzato degli SSD SATA in commercio intorno ai 550MB al secondo massimi.

Perché non è facile andare oltre? Fino ad oggi sono mancate strategie uniche, ma ci si è un po’ arrabattati proponendo un nuovo form factor, M.2, che però da solo non basta a considerare il problema risolto. Esistono infatti SSD M.2 che sono comunque SATA, altri che sfruttano l’interfaccia PCIe ma solo parzialmente, altri ancora che invece si spingono a sfruttare 4 linee PCIe. Detto in altre parole: un SSD M.2 non è per forza diverso da un SATA 2,5 pollici; può esserlo, ma non è per nulla scontato.

Quando Samsung parla di “marciare in una nuova era” lo fa pensando al rinnovo delle piattaforme sia hardware che software, un’operazione che è appena iniziata. Stiamo parlando delle nuove piattaforme Intel per processori Skylake (hardware) e Microsoft Windows 10 (software), un ecosistema che può garantire per certo l’utilizzo del protocollo NVMe anche in ambito consumer, e con questo cambiare marcia al proprio sottosistema di storage basato su SSD. Ecco perché.

 

Windows 10, anche l’attivazione è cloud

Windows 10, anche l’attivazione è cloud

Il nuovo sistema operativo universale, mobile e cloud cambia le regole anche per quel che riguarda la procedura di attivazione, ora sempre più legata ai server remoti e potenzialmente semplificata in caso di reinstallazione.

 

windows

Fra le tante novità che caratterizzano la nuova era dei sistemi operativi “come servizi” aperta da Windows 10, quella riguardante l’attivazione dell’OS è una di quelle su cui Microsoft ha speso meno parole.

Una reticenza prevedibile che però nasconde cambiamenti di peso per gli utenti con l’ansia da reinstallazione.

Come nel recente passato (Windows 7, Windows 8.x), anche l’ultima versione dell’OS necessita dell’introduzione di una “product key” individuale in fase di installazione:

– una volta verificata la legittimità del codice, i server di Microsoft generano un identificativo (ID) per ogni installazione e lo salvano nel “cloud”.

L’ID di Windows 10 continua a essere ancorato all’hardware di base del sistema, ma grazie all’archiviazione in remoto la product key non è più indispensabile:

– a una successiva installazione, l’OS non chiederà più l’inserimento del codice limitandosi a ricevere la conferma di legittimità dai server (Azure?) di Redmond.

Per quanto riguarda l’influenza dei cambiamenti all’hardware del PC, infine, le regole che valgono per le vecchie versioni di Windows dovrebbero valere anche per Windows 10:

– sostituire la GPU PCIe discreta o un componente “secondario” non ha alcun effetto, mentre il cambiamento della scheda madre (a cui l’ID “cloud” è irrimediabilmente collegato) necessiterà della riattivazione dell’OS.

GitHub, nuovo client desktop unificato

GitHub, nuovo client desktop unificato

GitHub ha annunciato la disponibilità di un nuovo tool per PC Windows e Mac, un’interfaccia pensata per semplificare la collaborazione sui progetti software ospitati sui server del servizio.

gitup

Gli utenti di GitHub hanno a disposizione un nuovo client desktop per accedere ai loro progetti software preferiti, un tool chiamato prevedibilmente GitHub Desktop e che è destinato a sostituire i client singoli già disponibili per sistemi Windows e Mac OS X.

L’esperienza di GitHub Desktop sarà unificata su entrambe le piattaforme, dice l’azienda, permetterà di accedere facilmente alle “biforcazioni” del codice nei vari repository software, di collaborare e proporre una modifica al codice senza dover ricorrere alla riga di comando e di accorpare facilmente le branch disponibili locali e in remoto.

Al momento GitHub può contare sulla presenza di 25 milioni di progetti software tra i suoi repository online, mentre una mossa come il nuovo client desktop è evidentemente pensata per attirare l’interesse di quegli sviluppatori molto più portati a utilizzare un’interfaccia grafica che a dedicarsi alle gioie – e i dolori – della riga di comando.

In ogni caso la popolarità di GitHub è in crescita anche sul fronte degli account Enterprise, e la corporation si è recentemente assicurata 250 milioni di dollari di fondi aggiuntivi – per 350 milioni di dollari totali – da dedicare, secondo le intenzioni del CEO e co-fondatore Chris Wanstrath, a finanziare la crescita e l’espansione nelle vendite ma anche a prendersi qualche “rischio”.

Datagate, il ruolo degli operatori

Datagate, il ruolo degli operatori

AT.T e Verizon sarebbero stati determinanti nelle operazioni di sorveglianza di massa dell’NSA.

Datagate

Nuove rivelazioni, trapelate dall’archivio dei documenti trafugati dall’ex-contractor NSA Edward Snowden, mostrano il ruolo determinante svolto dai carrier Verizon e AT.T nelle attività di tecnocontrollo dell’intelligenze statunitense.

Mentre la politica ha cercato di imporre limiti alla sorveglianza di massa dei suoi servizi segreti attraverso la riforma del Patriot Act firmata da Barack Obama lo scorso giugno, nei nuovi documenti dellaNational Security Agency (NSA) trapelati online e che rientrano nel filone del cosiddetto datagate si legge della collaborazione che legava le telco alle spie a stelle e strisce: proprio tale partnership – avviata all’indomani dell’11 settebre – avrebbe permesso all’NSA di mettere in piedi il suo programma di intercettazione di massa.

Nei documenti in realtà si parla di programmi Fairview e Stormbew, senza nominare direttamente i carrier legati ad essi: tuttavia secondo un’indagine condotta dal New York Times e da ProPublica essi sarebbero ricondubibili rispettivamente a AT.T e Verizon. Una supposizione basata soprattutto sui numeri di utenti chiamati in causa dai due programmi.

La collaborazione di AT.T e di Verizon avrebbe permesso alle spie di avere accesso alle comunicazioni Internet internazionali e che si tenevano fuori dal suolo degli Stati Uniti, ma che passavano comunque sulle connessioni degli hub con sede negli Stati Uniti.

Nei documenti si legge infatti che AT.T ha collaborato in numerose attività classificate tra il 2003 ed il 2013, dando – con diverse modalità tecniche – accesso all’NSA a miliardi di email scambiate attraverso la sua rete domestica ed alle registrazioni più di 1,1 miliardi di telefonate al giorno. Inoltre AT.T avrebbe collaborato con le spie per agevolere il processo di ottenimento dei permessi necessari a condurre le intercettazioni delle comunicazioni Internet.

Non basta: AT.T avrebbe installato dispositivi per le intercettazioni in 17 dei suoi hub statunitensi ed il budget top secret stanziato da NSA per la partnership con AT.T sarebbe stato, per il solo 2013, più del doppio di quello stanziato per il programma immediatamente meno caro. Infine, i tecnici AT.T sarebbero stati i primi a sperimentare alcune tecnologie per le intercettazione sviluppate dalle spie a stelle e strisce.

 

Nextbit, c’è un nuovo smartphone in città

Nextbit, c’è un nuovo smartphone in città

Ex-Google ed ex-HTC assieme per un nuovo modello di sviluppo. L’annuncio del primo terminale il prossimo settembre.

Nextbit

Provare a scalare la vetta del mercato seguendo una strada diversa: i proclami del management di Nextbit, azienda sconosciuta ai più che ha ottenuto però già un buon successo con un software per il backup su Android venduto in Giappone, sono sfrontati e arrembanti. Puntano diritto a scardinare l’attuale equilibrio dell’ecosistema mobile, al momento dominato da Samsung ed Apple con quest’ultima l’unica a fare davvero tanti quattrini con la vendita di smartphone.

Per ottenere questo risultato, che c’è da dire è piuttosto ambizioso, Nextbit ha messo insieme una squadra completa: ci sono ex-googler che arrivarono a Mountain View con l’acquisizione di Android, dunque conoscono meglio di molti altri le qualità e le capacità del sistema operativo mobile del robottino verde. Poi c’è l’ex-HTC Scott Croyle, uno dei designer artefice dell’apprezzato One M7: si tratta di uno dei primi smartphone in circolazione interamente realizzato in metallo, ed è facile immaginare che anche lo smartphone Nextbit sarà realizzato in materiali pregiati.

In una intervista rilasciata a ZDNet, il CEO di Nextbit Tom Moss non si sbilancia troppo per quanto attiene le caratteristiche tecniche ed estetiche dello smartphone: però mette in chiaro che l’azienda punterà molto sullo sviluppo software della piattaforma anche e soprattutto dopo la messa in vendita. In un certo senso il terminale migliorerà col tempo, visto che il team di sviluppo continuerà a elaborare modifiche e miglioramenti per il dispositivo: al contrario di quanto accade normalmente oggi nella maggioranza dei casi, l’idea di Nextbit è di cercare di staccarsi dalla base di Android per migliorare performance e funzioni, senza tuttavia perdere di vista l’esperienza utente elaborata a Mountain View in questi anni.

Tutto questo dovrebbe servire a rendere il prodotto Nextbit meno incline a una obsolescenza precoce, senza tuttavia inserirlo in un universo parallelo come accaduto al Fire di Amazon. Questo assieme al design dovrebbe convincere gli utenti a sborsare una cifra superiore alla media, riconducibile comunque nella fascia di mercato compresa tra 300 e 400 dollari: con un prezzo simile ci dovrebbero essere margini bastanti a ripagare i costi di sviluppo e generare anche un profitto, indispensabile per tenere a galla le ambizioni di Nextbit.

L’annuncio del primo smartphone dell’azienda, che conta anche Google Ventures tra i suoi investitori, avverrà il 1 settembre prossimo.

Marshmallow, il lato dolce di Android

Marshmallow, il lato dolce di Android

Con l’annuncio del nome ufficiale della release M, fa il suo esordio anche l’SDK 6.0 per gli sviluppatori.

Marshmallow

Google non lascia sulla graticola gli appassionati, e dopo aver presentato le principali novità della prossima realese del suo sistema operativo mobile, fa esordire ufficialmente Android 6.0 SDK per lo sviluppo delle app pensate per esso e svela cosa si nasconde dietro alla M che contraddistingue il suo nome: Marshmallow.

Con il nome in codice, come nei casi precedenti, arriva anche una nuova statua nelle strade del quartier generale di Mountain View: l’Androide verde ha stavolta in braccio un enorme toffoletta, di quelle che nei film made in USA si vedono spesso arrostire sulla punta di un bastoncino mentre ci si trova attorna al fuoco.

Si tratta solo dell’ultima nota di colore del nuovo SO atteso per il prossimo ottobre e che era peraltro già stato mostrato lo scorso maggio nel corso della M Developer Preview durante il Google I/O: tra le principali novità esso è caratterizzato da un approccio più semplice ai permessi che dà anche un maggiore controllo agli utenti sulle informazioni a cui le app possono avere accesso, dalla presenza della nuova piattaforma per i pagamenti mobile di Google Android Pay e dal supporto USB Type C.

Mancavano il nome per esteso, che senza sorprese continua la tradizione dolciaria perseguita in rigoroso ordine alfabetico, e gli strumenti a dispozione degli sviluppatori terzi per arricchirne l’offerta: esordisce dunque ora Android 6.0 SDK, scaricabile dall’SDK Manager di Android Studio. Permetterà l’accesso alla versione finale delle API di Android e alle ultime build dei tool di sviluppo.

Sony – primo smartphone con schermo a 4K

Sony – primo smartphone con schermo a 4K

Si vocifera che all’IFA di Berlino, a inizio Settembre, Sony presenterà un proprio smartphone da 5,5 pollici con una risoluzione di 4K, per la prima volta abbinata ad un device mobile di questo tipo. Tanti numeri, ma saranno utili.

Sony smartphone

L’indiscrezione proviene dal sito Xperiablog, e riporta la possibilità che Sony presenti in occasione dell’IFA 2015 di Berlino il primo smartphone abbinato a schermo capace di una risoluzione 4K. Il modello che per primo potrebbe debuttare con questa caratteristica è indicato con il nome di Xperia Z5+.

Si ipotizza che un prodotto di questo tipo possa utilizzare uno schermo dalla diagonale di 5,5 pollici. Una diagonale di questo tipo con risoluzione di 4K è del resto quanto Sharp ha annunciato alcuni mesi fa, presentando il proprio pannello IGZO dotato proprio di queste caratteristiche.

Se confermato, un prodotto di questo tipo raggiungerebbe una densità di 801 PPI, Pixels per Inches, che rappresenterebbe un nuovo record per i prodotti consumer. D’altro canto ci si può lecitamente domandare quali siano le ricadute pratiche di una tecnologia di questo tipo per l’utente, vista la già elevatissima densità ottenibile al momento con gli smartphone dotati di display QHD.

Alcuni anni fa è stata lanciata una vera e propria rincorsa tra i produttori di smartphone verso lo schermo più grande e con la risoluzione più alta. Tutto questo ha portato a prodotti oggettivamente molto belli, e in grado di restituire una risposta a schermo di elevatissima qualità. Spingersi però sino a 4K con un pannello così piccolo come quello di uno smartphone ci pare essere un eccellente risultato dal punto di vista tecnologico, ma allo stesso tempo qualcosa privo di una effettiva utilità.

Una risoluzione così elevata, inoltre, impone un carico di lavoro supplementare al sottosistema video integrato nel SoC dello smartphone, chiamato a gestire un numero di pixel estremamente elevato e per i quali debba garantire una riproduzione sempre fluida. Resta da capire se con i SoC attuali, e per questo smartphone Sony si parla del chip Qualcomm Snapdragon 810 (MSM8944), si possa arrivare a questo risultato con 3.840×2.160 pixel da gestire.

 

Lenovo, software persistenti installati sfruttando Windows

Lenovo, software persistenti installati sfruttando Windows

Sfruttando una funzionalità in origine pensata per i sistemi anti-theft, Lenovo ha installato programmi di dubbia utilità e di impossibile rimozione sui suoi sistemi desktop e notebook da ottobre 2014 ad aprile 2015.

Lenovo

I sistemi operativi Windows 8 e Windows 10 incorporano una funzionalità che consente ai produttori di PC di integrare un eseguibile di Windows all’interno del firmware di sistema. Questo eseguibile potrà essere estratto durante il boot e avviato, permettendo così al produttore di installare un proprio software anche nel momento in cui un computer viene “piallato” e viene eseguita una installazione ex-novo.

Se la maggior parte degli OEM non sembra fare uso di questa funzionalità, Ars Technica ha recentemente scoperto che Lenovo l’ha invece sfruttata tra ottobre 2014 e aprile 2015 per installare un software in alcuni dei suoi sistemi desktop e notebook. Si tratta del software Lenovo Service Engine, che compie attività differenti a seconda che sia installato su un sistema desktop o su un notebook.

Nel primo caso il software raccoglie solamente alcune informazioni di base (il modello di PC, la regione geografica, la data e l’ID di sistema) e le invia ai server Lenovo solo al momento della prima connessione del sistema ad Internet. Le informazioni raccolte non dovrebbero consentire alcun tipo di identificazione dell’utente, anche se l’ID di sistema è un codice unico per ciascun dispositivo.

Quando LSE è installato su un notebook, provvede ad installare un’altra applicazione chiamata OneKey Optimizer. Si tratta di un software che pur occupandosi di alcune attività utili, come ad esempio l’aggiornamento dei driver, svolge anche altre funzioni la cui utilità è invece dubbia, come “ottimizzazione” del sistema e “pulizia” di file.

Il problema, però, è che LSE e/o OKO non sono software affidabili, avendo mostrato una serie di problemi (tra cui buffer overflow e connessioni di rete non sicure) che sono stati resi noti a Lenovo e a Microsoft negli scorsi mesi dal ricercatore di sicurezza Roel Schouwenberg. A seguito delle notifiche ricevute da Schouweberg, Lenovo ha deciso di non includere più LSE nei nuovi sistemi (i prodotti in commercio da giugno non dovrebbero più presentare il software) e ha rilasciato un aggiornamento firmware sia per notebook, sia per desktop.

Legato ad LSE, però, è stato scoperto un problema ancor più fastidioso e che riguarda inaspettatamente il sistema operativo Windows 7. In questo caso LSE pare andare a sostituire un file di sistema di Windows, autochk.exe, che esegue un controllo del disco all’avvio. Il finto autochk.exe crea servizi di sistema che riportano file su una connessione HTTP non cifrata.

Le indicazioni di Lenovo parlano della possibile sovrascrittura di file di sistema, ma non è chiaro come ciò possa avvenire su Windows 7 dal momento che la capacità di avviare eseguibili stoccati nel firmware è una caratteristica inserita solo da Windows 8 in poi e non è nemmeno chiaro per quale motivo debba sovrascrivere un file di sistema.

Lo scopo principale della funzionalità di avvio di eseguibili dal firmware è pensata principalmente per poter installare in maniera automatica le soluzioni software anti-theft. Questo tipo di software fa una serie di cose che richiedono la connettività, come ad esempio comunicare la propria posizione o consentire il blocco da remoto. Dato che è abbastanza frequente che i portatili si vedano il disco cancellato, la funzionalità è stata pensata per consentire di ristabilire il software anti-theft anche a seguito della cancellazione del disco e poter così segnalare che il sistema è stato rubato.

Non è l’unica tecnica che viene utilizzata nel settore per iniettare nel sistema operativo soluzioni anti-theft: nel caso ad esempio di una delle soluzioni anti-theft più usate, LoJack/Computrace, viene impiegata una porzione di codice BIOS che va a modificare i file di sistema Windows, incluso autochk.exe. E’ quindi possibile che anche LSE usi una tecnica simile quando si esegue l’avvio si sistemi operativi meno recenti come Windows 7.

Limitatamente ai sistemi anti-theft si tratta di una funzionalità sensata e utile che lascia a tutti gli effetti al proprietario di un sistema la decisione di determinare un adeguato livello di protezione in caso di furto. LoJack/Computrace, per esempio, è di norma presente in stato “disabilitato” e richiede un intervento dell’utente per poter essere reso operativo. Molto differente è il caso di LSE: non si tratta di un software realmente utile, mostra problemi di sicurezza e, per di più, è abilitato di default.

 

 

Samsung Unpacked 2015 – S6 Edge+ e Note 5

Samsung Unpacked 2015 – S6 Edge+ e Note 5

Il colosso coreano presenta i nuovi phablet che faranno concorrenza ad iPhone nella stagione delle vendite natalizie. Poco di nuovo sotto la scocca, con qualche piccola miglioria qua e là. Debutta inoltre il nuovo servizio di pagamenti mobile Samsung Pay che può essere sfruttato con tutti i terminali POS in grado di leggere una carta di credito tradizionale.

Samsung Unpacked 2015 - S6 Edge+ e Note 5

Si è da pochi minuti concluso l’evento Samsung Unpacked 2015, l’appuntamento annuale con l’azienda Coreana per la presentazione di nuovi smartphone che andranno a battagliare con i nuovi iPhone per la supremazia nel trimestre più importante dell’anno, quello delle vendite legate alle festività natalize e di fine anno.

Durante l’evento Samsung ha ufficialmente presentato il nuovo Galaxy Note 5, l’ultimo nato della linea di phablet Note. L’azienda coreana descrive il nuovo prodotto come l’unione del Galaxy S6 introdotto in precedenza nel corso dell’anno e il Note 4 presentato lo scorso anno.

Galaxy Note 5 rappresenta l’ammiraglia della linea di smartphone Samsung, anche se l’azienda coreana ha deciso di riutilizzare ampiamente molte delle cose già viste con Galaxy S6 a partire dall’impostazione progettuale ed estetica e dai materiali utilizzati come il vetro anteriore e posteriore e l’intelaiatura metallica. Tuttavia l’evoluzione nel design e nei materiali avviene non senza qualche importante perdita: spariscono infatti la batteria rimovibile e il supporto alle schede Micro SD.

Per quanto riguarda le specifiche tecniche, ritroviamo lo stesso SoC Samsung Exynos octa-core usato in Galaxy S6, questa volta però abbinato a 4GB di memoria RAM. Il phablet è disponibile in capienze da 32GB o 64GB e Samsung non prevede di commercializzare una versione con 128GB di spazio di archiviazione. La batteria ha invece una capacità di 3000mAh.

Da Galaxy S6 è tratto anche il modulo fotocamera posteriore, da 16 megapixel e con tecnologia OIS (che ora può effettuare direttamente lo streaming live di riprese video su YouTube grazie all’apposita app), ed il display Super AMOLED da 5,7 pollici di diagonale ha la sessa risoluzione QHD da 2560×1440 pxiel. Le dimensioni fisiche dello schermo sono le stesse dei predecessori Note 3 e Note 4, ma le dimensioni complessive dell’intero dispositivo sono state ridotte: il phablet è infatti leggermente meno largo, più sottile e più corto rispetto a Note 4 offrendo all’utente la possibilità di utilizzarlo agevolmente anche con una sola mano, grazie anche alla forma ricurva della superficie posteriore.

Distintiva della famiglia Note è la presenza del pennino S Pen che trova alloggio in uno slot nell’angolo inferiore destro del dispositivo. Con Note 5 Samsung inserisce un pennino più lungo e dall’aspetto più elegante rispetto ai predecessori. Samsung ha dichiarato di aver migliorato la sensibilità alla pressione ed il comportamento durante la scrittura, oltre ad aver aggiunto una serie di nuove funzionalità come ad esempio la possibilità di estrarre la penna dal suo alloggiamento e iniziare immediatamente a scrivere sul display, senza doverlo accendere manualmente, allo scopo di prendere velocemente nota di qualcosa.

Dal punto di vista software, Samsung Galaxy Note 5 è basato su sistema operativo Android “Lollipop” 5.1 con interfaccia TouchWiz ed una serie di personalizzazioni apportate dal colosso coreano. Il nuovo Samsung Galaxy Note 5 sarà disponibile in commercio il prossimo 21 agosto, ad un prezzo ancora non comunicato ma che sarà verosimilmente corrispondente a quello del modello che va a sostituire, ovvero attorno ai 769 Euro (listino ufficiale) per il modello da 32GB.

Modello

Galaxy S6 Edge Galaxy S6 Edge+ Galaxy Note 4 Galaxy Note 5
SoC Exynos 7420
4xA57 @ 2,1GHz
4xA53 @ 1,5GHz
Exynos 7420
4xA57 @ 2,1GHz
4xA53 @ 1,5GHz
Snapdragon 805
2,7GHz
Exynos 7420
4xA57 @ 2,1GHz
4xA53 @ 1,5GHz
GPU Mali T760MP8 Mali T760MP8 Adreno 420 Mali T760MP8
Memoria sistema 3GB 4GB 3GB 4GB
Storage 32/64/128GB 32/64GB 32GB+microSD 32/64GB
Dimensione schermo 5,1 pollici, dual edge 5,7 pollici, dual edge 5,7 pollici 5,7 pollici
Ridoluzione schermo 2560×1440 2560×1440 2560×1440 2560×1440
Network 2G/3G/4G LTE (Cat 6) 2G/3G/4G LTE (Cat 6/9) 2G/3G/4G LTE (Cat 6) 2G/3G/4G LTE (Cat 6/9)
Dimensioni 143,4×70,5×6,8 mm 154,4×75,8×6,9 mm 153,5×78,6×8,5 mm 153,2×76,1×7,6 mm
Peso 138gr 153gr 176gr 171gr
Fotocamera posteriore 16MP, f/1,9 16MP, f/1,9 16MP, f/2 16MP, f/1,9
Fotocamera frontale 5MP, f/1,9 5MP, f/1,9 3,7MP, f/1,9 5MP, f/1,9
Batteria 2.550mAh 3000mAh 3220mAh 3000mAh
OS Android 5
TouchWiz
Android 5.1
TouchWiz
Android 4.4.4
TouchWiz
Android 5.1
TouchWiz
WiFi 802.11a/b/g/n/ac 802.11a/b/g/n/ac 802.11a/b/g/n/ac 802.11a/b/g/n/ac
NFC si si si si

La scorsa primavera con il rilascio di Galaxy S6 e Galaxy S6 Edge, Samsung ha mostrato un cambio abbastanza radicale nella filosofia estetica e progettuale. A cinque mesi di distanza l’azienda coreana presenta Galaxy S6 Edge+, che al primo impatto somiglia in maniera impressionante al suo diretto predecessore. Cambiano di pochissimo le dimensioni, con il nuovo S6 Edge+ che è di 12mm più lungo e di 5mm più largo di S6 Edge, e con uno spessore praticamente identico (6,9mm contro i 7mm di S6 Edge).

Anche all’interno troviamo elementi familiari con il medesimo processore Exynos octa-core utilizzato in S6 e che, come accade nel caso del nuovo Note 5, viene corredato di 4GB di memoria RAM. Stesso modulo fotocamera da 16 megapixel e sistema operativo Android 5.1 Lollipop. Insomma, Samsung pare aver seguito in maniera pedissequa il vecchio adagio secondo il quale “squadra che vince non si cambia”.

Due però sono gli elementi su cui l’azienda coreana è intervenuta nello sviluppo di S6 Edge+. Anzitutto la batteria che pur restando non rimovibile, cresce dai 2550mAh di S6 Edge ai 3000mAh di Edge+ e regala un po’ più di autonomia operativa. L’altra novità riguarda una piccola miglioria al software che permette di avere un grande impatto sull’uso del telefono: si tratta di “App Edge“, veloci collegamenti alle applicazioni che vengono collocate sul profilo dell’home screen allo stesso modo in cui vengono visualizzati i contatti “People Edge” che Samsung ha introdotto con S6 Edge. Il tab dei collegamenti veloci non è però una funzionalità riservata solamente all’home screen in quanto è possibile configurarla affinché si mostri in ogni circostanza.

Anche per S6 Edge+ Samsung sceglie di integrare la funzionalità che permette di eseguire il live streaming (fino a [email protected]) di riprese video su YouTube tramite l’app nativa della fotocamera. L’utente può decidere di programmare trasmissioni o di avviarle live sul momento, così come di creare sessioni private su invito o sessioni pubbliche da condividere tramite i canali social.

Samsung Galaxy S6 Edge+ sarà disponibile in livrea nera o dorata a partire dal 21 agosto nelle varianti da 32GB e da 64GB. Anche in questo caso il prezzo non è ancora stato comunicato, ma è verosimile supporre un ordine di grandezza simile a quello S6 Edge, per un esborso complessivo che dovrebbe assestarsi sugli 889 Euro per la versione a 32GB.

Accanto ai due nuovi telefoni Samsung ha inoltre annunciato il nuovo servizio Samsung Pay che a differenza di altri vari servizi simili venuti alla ribalta negli ultimi mesi (Apple Pay, Google Wallet e l’imminente Android Pay) non richiede un terminale di lettura NFC apposito ma può essere utilizzato con qualsiasi terminale in cui si possa “strisciare” una carta di credito. Lo stratagemma inventato da Samsung riguarda una piccola bobina magnetica che è in grado di emettere lo stesso tipo di codice magnetico che i lettori rilevano quando leggono una carta di credito.

Si tratta di Magnetic Secure Trasmission, MST, ed è presente in Galaxy S6, S6 Edge e nei nuovi S6 Edge+ e Note 5. Samsung Pay permette comunque di effettuare pagamenti tramite NFC e di conservare carte fedeltà, tessere punti e voucher.

Per usare Samsung Pay è sufficiente effettuare uno swipe dalla cornice inferiore del telefono: apparirà una carta di credito virtuale che può essere sbloccata a seguito della verifica dell’impronta digitale. A questo punto si può effettuare il pagamento tramite NFC (come Apple Pay o Android Pay) o avvicinare il telefono vicino alla zona dove si passerebbe la carta di credito. A differenza di soluzioni concorrenti, come Apple Pay, che avvia il pagamento autonomamente quando si avvicina iPhone al POS, è necessario che l’operazione di pagamento sia avviata da un’azione dell’utente.

Sul fronte della sicurezza Samsung Pay si basa su un meccanismo a token, ovvero non invia direttamente i dati della carta di credito ma quelli di una carta temporanea creata da Visa o da Mastercard, le cui informazioni sono conservate in un ambiente sicuro, isolato da qualsiasi app che tentasse di accedervi.

Samsung Pay sarà lanciato in Corea il prossimo 20 agosto e negli Stati Uniti il 28 settembre (alcuni utenti selezionati potranno avere l’opportunità di partecipare ad un beta test del servizio che prenderà il via il 25 agosto). Il servizio sarà inoltre lanciato, sebbene non siano state fornite date a riguardo, in Regno Unito, Spagna e Cina.

Infine appuntamento all’IFA di Berlino per il lancio del nuovo smartwatch Samsung Gear S2

 

 

 

 

 

Cresce l’interesse di mercato per le soluzioni Tablet 2-in-1

Cresce l’interesse di mercato per le soluzioni Tablet 2-in-1

Le più recenti stime prevedono una forte crescita nelle vendite di sistemi tablet 2-in-1, con una buona incidenza di soluzioni Windows. Una dinamica che compensa il calo nella domanda di tablet, ma che i produttori devono cogliere al megli.

tablet2-in-1

Il mercato dei tablet sta registrando da alcuni trimestri a questa parte dei segnali di contrazione, ma in parte questo è controbilanciato da una crescita di popolarità dei prodotti 2-in-1. Ci riferiamo a quei sistemi notebook che abbinano uno schermo con funzionalità touch che può venire fisicamente staccato dalla base contenente la tastiera: in questo modo si può facilmente passare dalla modalità notebook tradizionale a quella tablet e viceversa, a seconda delle necessità d’uso del momento.

Strategy Analytics indica, in un proprio recente report, come le stime prevedano una crescita del 91% di questo segmento di mercato nel corso dei prossimi 5 anni grazie ad una progressiva contrazione dei prezzi di vendita e a un miglioramento dei design e delle funzionalità implementate.

Le stime prevedono inoltre che le soluzioni tablet basate su sistema operativo Windows conosceranno nel corso del 2015 e negli anni a venire un incremento della domanda, raggiungendo una quota di mercato del 10% entro fine 2015. La diffusione di Windows 10 ma soprattutto la mossa di Microsoft con i prodotti della famiglia Surface hanno progressivamente contribuito a sdoganare questi prodotti tra i consumatori.

I tablet 2-in-1 avranno secondo le stime un maggiore successo di mercato rispetto alle proposte slate, che già nel corso del 2015 hanno visto un calo di interesse rispetto al passato proprio a tutto vantaggio delle proposte 2-in-1. La flessibilità d’uso di queste ultime soluzioni, per non parlare di quei prodotti che permettono di configurare modalità ancora più diverse rispetto a quelle tablet e notebook tradizionali, ne rappresenta a nostro avviso una forte spinta al successo futuro.

Quello che però i produttori dovranno continuare a sviluppare sarà una costante evoluzione di queste piattaforme, evitando di restare ancorati a design di successo al momento attuale ma che presto potrebbero non rivelarsi più adeguati alle esigenze degli utenti. In questo è da esempio quanto sviluppato da Microsoft con la terza generazione di piattaforma Surface Pro, con la quale è stato mantenuto l’approccio base comune a Surface Pro e Surface Pro 2 ma abbinando a questo numerose novità che hanno significativamente incrementato la qualità del prodotto e i livelli di produttività per gli utenti.

 

 

Spotify,restrizioni per il servizio gratuito

Spotify, restrizioni per il servizio gratuito

Dietro le pressioni delle etichette, Spotify sembra sul punto di introdurre una serie di restrizioni per gli utenti non paganti, nel tentativo di incrementare il numero di abbonat.

Spotify

Spotify sembra essere sul punto di considerare una misura che avrà la conseguenza di limitare la fruizione dei contenuti e del servizio da parte degli utenti che non sono sottoscrittori di un abbonamento. Si tratterebbe dell’implementazione di un modello di business di tipo “gated access” in cui solamente determinati contenuti saranno disponibili senza restrizioni solo agli utenti paganti, mentre gli utenti non abbonati potrebbero non accedere al contenuto o accedervi in forma limitata in termini di tempo o di numero di riproduzioni.

Vi sono comunque varie possibilità per inserire nel servizio le formule gated access o premium only e che al momento sarebbero ancora in fase di valutazione. Per esempio si parla della possibilità che potrebbe consentire agli utenti non abbonati di accedere solamente ad alcuni brani di un album completo, che sarebbe invece liberamente accessibile agli abbonati.

Si tratta di un tentativo di portare sempre più utenti ad aderire ad un piano a pagamento per il servizio di streaming musicali. Il meccanismo di base è infondere la percezione negli utenti non paganti che stanno effettivamente perdendosi qualcosa, una leva psicologica ben diversa dal semplice “obbligo” di ascoltare le pubblicità. Se Spotify dovesse decidere di procedere concretamente su questa strada, le modifiche al servizio verranno condotte probabilmente nella prima parte del 2016.

E’ inevitabile supporre che queste misure siano una conseguenza delle pressioni che Spotify sta ricevendo da tempo dalle varie etichette musicali. Pare, inoltre, che le tre più grandi major (Sony, Warner e Universal) debbano ancora rinnovare gli accordi di licenza con Spotify, che giungeranno a scadenza il prossimo 1 ottobre. Le etichette potrebbero usare questo come leva per spingere Spotify ad effettuare le variazioni al servizio, nonostante il CEO Daniel Ek abbia detto di “odiare” l’idea di dover aggiungere un sistema di restrizioni alla fruizione dei contenuti

 

 

 

Android, beta più flessibili

Android, beta più flessibili

Android, beta

Gli sviluppatori di app per gadget Android avranno a disposizione nuove possibilità per invitare gli utenti a partecipare alle fasi di test del codice. Via, tanto per cominciare, il requisito minimo di far parte del network di Google Plus.

Google ha aggiornato gli strumenti a disposizione dei creatori di app Android per aprire e gestire le campagne di beta testing, una fase dello sviluppo che è ora caratterizzata da un maggior livello di flessibilità e da una dipendenza minore dai servizi proprietari di Mountain View.

La gestione del beta testing tramite Google Play Developer Console diventa prima di tutto indipendente da Google+, social network sempre meno centrale nelle politiche espansive della corporation dell’advertising, il cui accesso era in precedenza un requisito necessario alla partecipazione.

Gli sviluppatori avranno quindi a disposizione due nuove modalità per il testing, una “open beta” a cui gli utenti potranno partecipare come tester liberamente e seguendo un semplice link ipertestuale, e una “closed beta” basata sull’opt-in da parte degli utenti dotati di un indirizzo email valido.

Il requisito di Google+ sparisce, ma gli sviluppatori avranno comunque pieno controllo sulle campagne di beta testing aperte al pubblico: nelle open beta sarà possibile limitare il numero massimo di tester supportati, mentre nelle beta chiuse la partecipazione o meno di un utente sarà a totale discrezione dello sviluppatore.

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