Quanto tempo passi su Facebook?

Quanto tempo passi su Facebook?

Facebook sta per introdurre una dashboard per il controllo del tempo passato da ognuno sul social network: uno strumento utile, ma è sufficiente a capire e misurare l’impatto di Facebook sulla quotidianità?

Che relazione c’è tra le app e il tempo? La domanda è più complessa di quanto non ci si immagini, poiché è una relazione che può passare per una misurazione diretta, ma che non si può pesare solo in minuti. Alcune funzionalità in arrivo sugli smartphone degli utenti potrebbero però aiutare quantomeno a compiere il primo passo: entro breve sarà possibile capire quanto tempo passiamo sulle app, in attesa di maturare la giusta consapevolezza per intuire fino a che punto il rapporto con il device possa essere positivo o meno.

Your time on Facebook

Una nuova funzione è in arrivo su Facebook: a parlarne è TechCrunch, secondo cui Facebook avrebbe pronta in fase di rilascio una pagina denominata “Your time on Facebook” nella quale è snocciolato il numero di minuti passati sull’app in ognuno dei 7 giorni antecedenti. Tale misurazione consente di capire quanto tempo si sia consumato sul social network ogni singolo giorno, con la possibilità di impostare anche un alert che avverte nel caso in cui si sia superata una soglia considerata eccessiva (una forma di autocontrollo affidato a Facebook, ossia proprio allo strumento che si intende limitare).

Esistono già strumenti di questo tipo. Chi volesse monitorare il proprio uso dello smartphone può già farlo con app dedicate e nel giro di breve tanto iOS quanto Android integreranno strumenti similari direttamente a livello di sistema operativo. Una funzione inserita direttamente all’interno di Facebook è però chiaramente più incisiva e utile, potendo così offrire realmente uno strumento di monitoraggio efficace per coloro i quali, incapaci di porsi una forma di autocontrollo alle proprie abitudini, necessitano di uno strumento terzo in grado di porre un argine.

Secondo recenti i dati AGCOM, intanto, il tempo medio passato dagli utenti italiani su Facebook equivale a circa 50 minuti al giorno, ossia circa 24 ore al mese. Un giorno intero ogni mese prestato alla bacheca di Mark Zuckerberg, essenza primordiale dell’incredibile valore maturato dal social network in questi anni.

C’è tempo e tempo

Eppure il tempo passato sui social network non può essere messo tutto sullo stesso piatto della bilancia. C’è un tempo passivo, infatti, fatto di scrolling (quello che una volta era lo zapping) e di filmati da visualizzare; ma c’è anche un tempo attivo, fatto di socializzazione e di spunti stimolanti. Molto dipende non tanto dallo strumento in sé, quanto dall’uso che se ne fa: dipende dalla cerchia sociale che ci si crea, dai filtri che si inseriscono sul news feed, dalle abitudini di consumo dei post e molto altro ancora, tutti elementi non monitorabili a posteriori e percepibili soltanto dal diretto fruitore.

Misurare semplicemente il tempo consumato sui social media non è dunque assolutamente sufficiente: può aiutare a capire se si vada oltre le proprie aspettative (potendo avere così un conforto oggettivo alle proprie percezioni), ma non può valutare se il tempo sia stato sprecato o investito poiché ciò dipende non dal “quanto”, ma dal “come”. La valutazione su questo punto può arrivare soltanto da una sorta di esame di coscienza che ognuno ha il dovere e l’onere di compiere tra sé e sé. Cercando di capire così quale sia la soglia reale di tolleranza per una vita social salubre ed equilibrata.

Tempo frammentato

Ciò che con maggior difficoltà è possibile valutare, è l’impatto che i social media possono avere sul tempo della giornata non tanto in termini di tempo sottratto alle altre attività, quanto in termini di frammentazione. Si può immaginare ad esempio la giornata di un adolescente che durante la giornata riceve notifiche da Instagram, Facebook, Snapchat, Twitter, casual gaming e app di varia natura, a cui aggiungere il trillo continuo di chat quali WhatsApp, Messenger o altri ancora. Le notifiche sfuggono a qualsivoglia misurazione del tempo, ma al tempo stesso sono un continuo disturbo all’attenzione: le notifiche rompono il tempo dedicato ad altre attività, favoriscono la distrazione, rovinano la qualità dei processi di concentrazione sfuggendo tuttavia al conteggio del minutaggio sulle app.

Ogni notifica non solo ruba pochi secondi, ma distoglie la concentrazione per alcuni minuti, sia che le si dia un seguito (cliccando e visualizzando il contenuto), sia che le si dia soltanto un’occhiata superficiale (distogliendosi comunque dall’attività in corso). Sebbene sia contemplabile una maggior capacità di tolleranza da parte di chi è abituato a questo tipo di interazioni, nasce anche di qui un conclamato disturbo nell’attenzione che le giovani leve, ormai sottoposte continuamente ad un iper-sollecitamento, portano in sé con sempre maggior aggressività. E il problema non è chiaramente soltanto per i più giovani, sebbene sia su questi ultimi che si pone maggior attenzione in virtù degli effetti che la cosa può manifestare in termini di apprendimento e maturazioni di capacità cognitive.

Il tempo frammentato, la divisione binaria del cervello (con un “canale” sempre online in attesa di notifiche e sollecitazioni da contesti diversi da quello su cui ci si sta applicando) e la continua distrazione sono elementi che nessuno strumento di misurazione del tempo consumato sulle app è in grado di evidenziare. Ma è questo un aspetto probabilmente più impattante che non le parentesi – lunghe o corte che siano – che si dedicano esplicitamente ai social network scorrendone le pagine ed i post.

Misurare il tempo non significa capirlo

L’impatto che le app hanno sulla vita quotidiana è un aspetto ancora tutto da approfondire nonostante l’esperienza conti ormai vari anni di prove sul campo. App particolarmente pervasive come Instagram, Facebook ed altri social network (oltre al gaming, per sua natura comunque differente in termini di esperienza d’uso) hanno una ricaduta importante sul modo in cui i tempi della giornata si susseguono e si alternano. Ci sono contesti in cui un minuto passato su Facebook equivale ad una pausa caffé ed aiuta a concentrarsi di nuovo; altri in cui un minuto passato su Facebook può bloccare un fondamentale flusso di studio rovinando un ragionamento e spegnendo per sempre una buona idea.

Misurare il tempo passato sulle app è quindi sicuramente utile, ma non se ne ricava che un valore fine a sé stesso. Non vale insomma più di una misurazione della febbre: qualora sia alta, è cosa intelligente chiedersi il perché, cercare la causa e curare il malato. Il rischio è però quello per cui tale misurazione sia l’unico aspetto tenuto in considerazione, portando a vuote conclusioni circa para-dipendenze da social network con cui para-“esperti” avrebbero buon gioco a riempirsi la bocca. Sempre che, una volta visualizzato il proprio minutaggio, in troppi non credano di aver dedicato persino poco tempo ai social network, abbandonandosi ad un uso ancor più massivo. Questione di percezione, del resto.

Material Terminal

Material Terminal

Material Terminal

Sotto l’interfaccia colorata e reattiva di Android si nasconde un cuore Linux ed un sistema flessibile, confezionato per un’accurata gestione delle risorse.

Molti non dimenticano questo aspetto, in buona parte programmatori e sistemisti che sono interessati a vivere il Robottino Verde dall’interno e per questo necessitano di un terminale che permetta di muoversi nel sistema come in una comune distribuzione Linux: Material Terminal fa al caso loro.

L’applicazione è curata da vari punti di vista: ha un’interfaccia personalizzabile per aggiustare la leggibilità secondo le proprie necessità, dispone di finestre multiple e delle codifiche di caratteri UTF-8 in modo da permettere la compatibilità con gli alfabeti più vari.

Il suo funzionamento è quello di un vero terminale che permette di attivare comandi, verificare la disposizione delle risorse memorizzate, monitorare processi o, se si è dei programmatori, interagire con quanto si è salvato su disco con la propria app, ad esempio, su un database Sqlite o su file.

Importante notare che il software è finalizzato a scopi perfettamente legali, non al rooting del dispositivo, tantomeno a contraffazioni: il fatto che si possa operare al suo interno senza passare per l’interfaccia non significa che Android abbassi le difese ma semplicemente che offre delle vie di dialogo diverse.

 

America Latina, la democrazia è compromessa

America Latina, la democrazia è compromessa

america latina

Un hacker si assume le responsabilità delle peggiori campagne di cyber-warfare politico delle ultime decadi, un’attività che si estende per tutto il Sudamerica e che ha portato alla vittoria l’attuale classe dirigente del Messico

Roma – Andrés Sepúlveda dovrà restare in galera per i prossimi 10 anni, ma non per questo ha perso la voglia di parlare. In sostanza, Sepulveda sostiene di aver compromesso un gran numero di elezioni e campagne politiche in America Latina, una serie di operazioni altamente organizzate che potevano contare sul supporto economico di un consulente politico di origini venezuelane.

L’hacker colombiano, che di professione faceva lo “stratega” di campagne politiche telematiche, sostiene di essere stato finanziato da Juan José Rendón per mettere a soqquadro i regimi democratici del Sudamerica impiantando malware, spiando i candidati, diffondendo disinformazione e propaganda e più in generale conducendo una “guerra sporca” a favore del cliente di turno.

Le operazioni di hacking di Sepulveda avrebbero negli anni riguardato otto diversi paesi sudamericani (Colombia, Guatemala, Honduras, Nicaragua, Messico, Venezuela, Costa Rica, Panama), e alla fine il criminale è stato arrestato e incarcerato per crimini quali violazione dei dati personali e spionaggio, uso di software malevolo e altro ancora.

Tra i casi più eclatanti di cui Sepulveda si attribuisce le responsabiliutà c’è quello delle elezioni politiche messicane del 2012, vinte dal candidato del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) Pena Nieto: il team di hacker assemblato da Sepulveda avrebbe tenuto sotto controllo i telefoni e i computer dei concorrenti, avendo accesso in anticipo alla pianificazione della campagna elettorale, ai discorsi, alle email riservate e tutto quanto.

Alla fine Nieto ha vinto le elezioni, e ora lo stesso Sepulveda collabora con le autorità messicane per contrastare telematicamente i cartelli della droga sudamericani. Molti dei politici citati dal cybercriminale hanno respinto le sue accuse, così come hanno reagito in malo modo i vertici istituzionali del Messico. La democrazia messicana non è compromessa, ha suggerito il governo.

 

Windows 10, notifiche aggiornate

Windows 10, notifiche aggiornate

Windows 10, notifiche aggiornate

Microsoft rinnoverà l’Action Center del nuovo sistema operativo con funzionalità cloud, compatibilità Android e altro ancora. Obbligatorio usare un account di Redmond, indispensabile Cortana.

Oltre a inglobare un sottosistema Linux necessario al funzionamento della shell Bash, Windows 10 potrà presto contare su un Action Center dotato di funzionalità a tutto mobile. Di particolare rilevanza, la compatibilità con i gadget Android, sebbene la novità non sia proprio adatta agli utenti che preferiscono la privacy alla messaggistica anche su computer.

L’Action Center di Windows 10 è già dotato di funzionalità “cloud” con la possibilità di sincronizzare diversi dispositivi che fanno uso dell’OS, e l’upgrade in arrivo per l’Anniversary Edition del sistema collegherà questa possibilità con i gadget Android per mezzo dell’assistente digitale Cortana.

Accedendo ad Android e Cortana con un account Microsoft, gli utenti di Windows 10 potranno visualizzare o interagire in maniera completa con le notifiche Android. Un modo per facilitare ulteriormente la vita di chi divide le proprie attività hi-tech tra l’ecosistema per computer più popolare e l’OS mobile più usato al mondo.

In futuro l’Action Center di Windows 10 sarà del tutto rinnovato, e tra le novità preannunciate da Microsoft c’è un nuovo stile di notifiche per le app universali (UWP) ridotte a icona sulla barra delle applicazioni; anche qui l’update è “mobile”, e consiste nella visualizzazione contestuale del numero di notifiche accanto all’icona delle singole app social o di messaggistica.

Tor, l’FBI vuole il segreto sull’exploit

Tor, l’FBI vuole il segreto sull’exploit

Tor, l'FBI

Il Bureau resiste ai tentativi di accesso alle tecniche usate per smascherare i PC degli utenti pedofili di Playpen. Conoscere i dettagli non serve alla difesa, dice l’agenzia, mentre Tor promette sicurezza e il pubblico disapprova.

 No, l’FBI non ha intenzione di fornire i dettagli sui meccanismi della “network investigative technique” (NIT) usata per smascherare i visitatori di Playpen nel corso dell’Operazione Pacifier. Il giudice dice il contrario? Non importa: conoscere l’exploit non serve alla difesa.

Con l’Operazione Pacifier il Bureau statunitense ha arrestato 137 persone, e molte altre sono state identificate grazie a un sistema capace di infettare il PC, identificare gli indirizzi di rete (IP) e fisici (MAC) della macchina (teoricamente) protetta dalla rete Tor e tracciare gli utenti anche in caso di modifica del summenzionato IP su connessioni ADSL dinamiche.

Jay Michaud, uno degli accusati per la fruizione di contenuti pedopornografici su Playpen, ha fatto richiesta per conoscere i dettagli delle tecniche usate dall’FBI, richiesta che il tribunale ha approvato qualche settimana fa.

Ma l’FBI continua a resistere alle richieste di pubblicazione, dicendo che l’exploit è semplicemente servito a bypassare le protezioni sul PC di Michaud per inviare le istruzioni NIT a scopo di identificazione e tracciamento. Conoscere l’exploit in dettaglio non fornirebbe informazioni aggiuntive utili alla causa, suggerisce il Bureau.

L’FBI si rifiuta di svelare i “ferri del mestiere” adoperati per compromettere Tor, mentre gli sviluppatori della darknet più popolare si richiamano al caso delle chiavi crittografiche di Apple per confermare di essere a loro volta indisponibili a capitolare alle richieste delle autorità USA.

Il progetto Tor rafforzerà la sicurezza, comunicano gli sviluppatori, e come quelli di Apple anche i programmatori della darknet sono disposti a licenziarsi piuttosto che essere costretti a inserire una backdoor all’interno del codice. La percezione di Tor presso il pubblico è però pessima, visto che il 71 per cento degli intervistati di una ricerca recente (Centre for International Governance Innovation) preferirebbe vedere il network chiuso e la considera come un semplice ricettacolo di attività illegali.

WebTorrent porta BitTorrent sul Web

WebTorrent porta BitTorrent sul Web

Un nuovo progetto vuole rivitalizzare la scena BitTorrent traslando il protocollo di P2P in un meccanismo di comunicazione nativo per il Web. La prospettiva di un uso più efficiente della banda di rete titilla Netflix e non solo.

WebTorrent porta BitTorrent sul Web

Lo sviluppatore Feross Aboukhadijeh ha deciso di “tradurre” il protocollo BitTorrent portandolo dal file sharing via client dedicati a una tecnologia nativa per il Web, un sistema potenzialmente in grado di aprire nuove prospettive di efficienza (e quindi di business) ai grandi colossi di rete e alle aziende dello streaming videoludico sopra tutti.

WebTorrent, il progetto nato appunto dalla conversione Web di BT, viene descritto dall’autore come “un client di streaming torrent per il browser”, scritto completamente in JavaScript e basato sull’uso del nuovo protocollo WebRTC per una “autentica” comunicazione peer-to-peer che non necessita di plug-in o estensioni aggiuntive per funzionare.

Esattamente come nei client di BitTorrent classici, un sito che fa uso di WebTorrent condivide con i suoi visitatori il carico di trasmissione dei dati a tutti gli utenti connessi in contemporanea raggiungibili da uno o più nodi della rete. Lo streaming audiovisivo di portali come YouTube e non solo sarebbe in tal modo “accelerato” e gioverebbe, piuttosto che soffrirne, della presenza online di un gran numero di utenti.

WebTorrent è in realtà pensato come una vera e propria traduzione completa di BitTorrent per il Web, quindi il nuovo protocollo può essere utilizzato per condividere i dati di qualsiasi tipo di sito Web e non solo delle trasmissioni audiovisive in streaming.

Prevedibilmente, la prospettiva di migliorare, piuttosto che ridurre la qualità video nelle ore di punta è una prospettiva che attrae soprattutto i siti di streaming: il succitato Netflix ha già contattato da tempo l’autore di WebTorrent, mentre l’Internet Archive sta valutando la possibilità di implementare la tecnologia per la distribuzione dei propri contenuti video.

OneDrive, chi prima è arrivato meglio alloggia

OneDrive, chi prima è arrivato meglio alloggia

Gli utenti di vecchia data del servizio gratuito potranno evitare il ridimensionamento degli spazi di archiviazione annunciato da Microsoft e godere di 15 GB. Ai nuovi utenti, invece, spettano 5 GB.

OneDrive

Quella del ridimensionamento dell’offerta di spazio di archiviazione per OneDrive annunciata a novembre era una semplice decisione di business, comunicata in maniera inopportuna, ha ammesso Microsoft: il malcontento degli utenti, all’idea di vedersi restringere da 5 a 15 GB gli account gratuiti, negare lo spazio dedicato allo stoccaggio delle immagini e limitare a 1 TB la proposta illimitata a pagamento, ha spinto Redmond a un parziale cambio di rotta.

Alla rumorosa petizione portata avanti dagli utenti più affezionati, oltre 72mila persone che si sono espresse per spingere Microsoft a ripristinare l’offerta proposta in precedenza, Redmond ha risposto con delle scuse, e con una revisione del piano di modifica.

Gli utenti del servizio gratuito, lanciato con 15 GB di spazio e ridotto dal 2016 a 5 GB, verranno omaggiati di una sottoscrizione di un anno a Office 365 Personal, che include spazio di archiviazione per 1 TB, nel caso in cui dimostrino di avere superato la soglia dei 5 GB per OneDrive e quindi finiscano per essere concretamente danneggiati dal ridimensionamento dell’offerta. Anche gli utenti che non abbiano superato i 5 GB ma desiderino conservare i termini della precedente offerta, compresi i 15 GB di spazio per le immagini, possono farne richiesta alla pagina appositamente approntata da Microsoft entro il 31 gennaio 2016.

Gli utenti paganti di Office 365 Home, Personal, e i fruitori dei servizi dedicati alle università a cui era offerto spazio illimitato, invece, non avranno modo di continuare ad approfittare dell’offerta: spetterà loro 1 TB di spazio di storage, ma potranno chiedere un rimborso nel caso la proposta non facesse più al caso loro.

I potenziali nuovi utenti si confronteranno direttamente con l’offerta ridimensionata: del resto l’obiettivo di Microsoft, in un contesto in cui l’abbassamento dei prezzi dello spazio di archiviazione in uno scenario sempre più competitivo va di pari passo con la sete di archiviazione per contenuti sempre più voluminosi, non è quello di proporre OneDrive non come una soluzione di hosting generalista, ma come collante per i propri servizi.

Natale in casa Zuckerberg

Natale in casa Zuckerberg

Il CEO di Facebook annuncia la donazione del 99 per cento delle azioni del social network: quello che conta è il mondo che lasceremo ai nostri figli. La sua è appena nata.

Zuckerberg

Mark Zuckerberg e la moglie Priscilla Chan hanno avuto una figlia. E la notizia arriva con una lettera aperta su Facebook con cui il giovane CEO annuncia che darà in beneficenza il 99 per cento delle sue azioni del social network.

Con un lungo post pensato per essere indirizzato alla figlia, Max, Zuckerberg ha legato la notizia intima e privata con un’iniziativa destinata a far parlare: la donazione delle azioni del social network, per un valore al momento di circa 45 miliardi di dollari, non sarà naturalmente istantanea ma andrà avanti per tutta la sua vita in un processo progressivo che ha lo scopo di supportare sempre di più attività che hanno lo scopo di costruire un mondo migliore.

“Tua madre ed io non abbiamo parole per descrivere la speranza che ci dai per il futuro”, dice Zuckerberg ringraziando la figlia ed esprimendo la commozione di padre con le preoccupazioni sul destino del mondo: “Ci hai già dato una ragione per riflettere sul mondo in cui speriamo di poter vivere” e soprattutto “come ogni genitore vogliamo che tu cresca in un mondo migliore di quello in cui viviamo noi oggi”.

I soldi frutto delle donazioni andranno alla Chan Zuckerberg Iniziative gestita da lui e dalla moglie, con cui la coppia già si profonde in attività filantropiche che spaziano dalla tutela della salute alla lotta alla povertà, e che ha l’obiettivo di “migliorare il potenziale umano e promuovere l’uguaglianza tra tutti i bambini della prossima generazione”.

D’altra parte non è la prima volta che Zuckerberg parla personalmente di impegni da prendere nei confronti del mondo intero e del futuro: un esempio molto legato agli interessi di Facebook è quello di Internet.org che punta a colmare i problemi legati al digital divide (e a portare la Rete e il suo business in territori ancora vergini), ma recentemente il CEO di Facebook ha anche fornito il suo supporto al fondo di ricerca per progetti di energia pulita promosso da Bill Gates.

Microsoft, sviluppare app è un gioco nel cloud

Microsoft, sviluppare app è un gioco nel cloud

Redmond apre le porte di PowerApps, nuovo servizio dedicato alla creazione semplificata di app aziendali. Un settore in cui la corporation non vede quel boom che ci si potrebbe aspettare con la proliferazione dei gadget mobile.

Microsoft, sviluppare app è un gioco nel cloud

Stando a quanto sostiene Microsoft, nelle aziende si usano poche app rispetto agli smartphone e tablet (spesso BYOD) a disposizione dai dipendenti: per ovviare a questo “problema”, Redmond ha dunque creato il servizio PowerApps con l’obiettivo di facilitare quanto più è possibile la creazione delle suddette app.

PowerApps dovrebbe rappresentare la risposta di Microsoft al “divario di innovazione” che esiste nel settore delle app per il business, un gap che deriva – sempre secondo Redmond – dalla scarsa disponibilità di sviluppatori mobile rispetto alla richiesta, dalla difficoltà di connettere i dati presenti sul cloud e quelli sui sistemi on-premise, e dai problemi connessi alla condivisione delle app tramite gli app store controllati da remoto dalle grandi corporazioni di settore.

Con PowerApps, spiega Microsoft, creare nuove app su misura delle esigenze aziendali diventa facile come creare una presentazione PowerPoint con drag&drop degli elementi pertinenti, ed è ovviamente possibile connettere la propria app con i database locali (SQL Server, Oracle, SAP eccetera) e quelli cloud (Office 365, Salesforce, OneDrive, Dropbox eccetera) contemporaneamente.

Grazie a PowerApps, sostiene Redmond, qualunque dipendente può sviluppare app tramite un’interfaccia grafica con tanto di template predefiniti; una volta terminato lo “sviluppo”, la app può essere condivisa e distribuita (tramite URL) con la app ufficiale PowerApps disponibile su iOS, Android e Windows Phone/10 Mobile.

Il reparto IT aziendale può naturalmente avere l’ultima parola nell’accesso al servizio, mentre i “veri” sviluppatori di codice che non hanno bisogno di un’interfaccia semplificata potranno sfruttare l’offerta App Service disponibile su piattaforma Azure.

Mozilla e la zavorra di Thunderbird

Mozilla e la zavorra di Thunderbird

Il supporto, seppur limitato, allo storico client di posta elettronica rappresenta per la Fondazione una dispersione di risorse. Per questo Mozilla sta valutando la possibilità di esternalizzarne la gestione.

 

Mozilla

Che il client email Thunderbird rappresentasse per Mozilla un obiettivo non prioritario è cosa nota già da tempo: lo sviluppo del codice, fin dal 2012, è stato affidato alla community, mentre gli sviluppatori della Fondazione si limitano a manutenerlo. Ora i vertici di Mozilla contemplano la possibilità di affidarne a terzi la gestione: è prioritario che il team di sviluppatori di Mozilla si concentri su Firefox e altri prodotti che sappiano offrire più prospettive per il futuro.

In un messaggio indirizzato alla community la chairwoman Mitchell Baker descrive il supporto a Thunderbird come “una tassa da pagare”, una zavorra che pesa sullo sviluppo di Firefox: il client di posta elettronica lanciato nel lontano 2003 viene ora manutenuto da Mozilla nella sola modalità Extended Support Release, con cui garantisce aggiornamenti di sicurezza soprattutto a favore delle aziende. Si tratterebbe in ogni caso di un impegno consistente, per gli sviluppatori che si dedicano a Thunderbird ma anche per gli stessi sviluppatori di Firefox, a cui spesso viene richiesto di offrire assistenza a coloro che sono attivi nell’aggiornare il client di posta elettronica.

“Credo che Thunderbird potrebbe avere più fortuna separandosi dalla dipendenza dei meccanismi di sviluppo di Mozilla – scrive Baker – in alcuni casi, dalla tecnologia di Mozilla”. La chairwoman non è esplicita nel suggerire piani per il futuro, ma propone di “cominciare a prendere attivamente in considerazione le modalità con cui si possa effettuare una trasizione ordinata verso un futuro in cui Thunderbird e Firefox viaggino su binari separati”.

Più diretto è invece l’executive director della Findazione Mark Surman, che comunica che Mozilla è in contatto con “almeno una organizzazione che sta prendendo in considerazione l’idea di supportare Thunderbird”. Surman assicura alla community che il progetto non verrà abbandonato a se stesso: “dobbiamo investire del tempo e delle risorse per immaginare un buon futuro per Thunderbird”.

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