America Latina, la democrazia è compromessa

America Latina, la democrazia è compromessa

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Un hacker si assume le responsabilità delle peggiori campagne di cyber-warfare politico delle ultime decadi, un’attività che si estende per tutto il Sudamerica e che ha portato alla vittoria l’attuale classe dirigente del Messico

Roma – Andrés Sepúlveda dovrà restare in galera per i prossimi 10 anni, ma non per questo ha perso la voglia di parlare. In sostanza, Sepulveda sostiene di aver compromesso un gran numero di elezioni e campagne politiche in America Latina, una serie di operazioni altamente organizzate che potevano contare sul supporto economico di un consulente politico di origini venezuelane.

L’hacker colombiano, che di professione faceva lo “stratega” di campagne politiche telematiche, sostiene di essere stato finanziato da Juan José Rendón per mettere a soqquadro i regimi democratici del Sudamerica impiantando malware, spiando i candidati, diffondendo disinformazione e propaganda e più in generale conducendo una “guerra sporca” a favore del cliente di turno.

Le operazioni di hacking di Sepulveda avrebbero negli anni riguardato otto diversi paesi sudamericani (Colombia, Guatemala, Honduras, Nicaragua, Messico, Venezuela, Costa Rica, Panama), e alla fine il criminale è stato arrestato e incarcerato per crimini quali violazione dei dati personali e spionaggio, uso di software malevolo e altro ancora.

Tra i casi più eclatanti di cui Sepulveda si attribuisce le responsabiliutà c’è quello delle elezioni politiche messicane del 2012, vinte dal candidato del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) Pena Nieto: il team di hacker assemblato da Sepulveda avrebbe tenuto sotto controllo i telefoni e i computer dei concorrenti, avendo accesso in anticipo alla pianificazione della campagna elettorale, ai discorsi, alle email riservate e tutto quanto.

Alla fine Nieto ha vinto le elezioni, e ora lo stesso Sepulveda collabora con le autorità messicane per contrastare telematicamente i cartelli della droga sudamericani. Molti dei politici citati dal cybercriminale hanno respinto le sue accuse, così come hanno reagito in malo modo i vertici istituzionali del Messico. La democrazia messicana non è compromessa, ha suggerito il governo.

 

Natale in casa Zuckerberg

Natale in casa Zuckerberg

Il CEO di Facebook annuncia la donazione del 99 per cento delle azioni del social network: quello che conta è il mondo che lasceremo ai nostri figli. La sua è appena nata.

Zuckerberg

Mark Zuckerberg e la moglie Priscilla Chan hanno avuto una figlia. E la notizia arriva con una lettera aperta su Facebook con cui il giovane CEO annuncia che darà in beneficenza il 99 per cento delle sue azioni del social network.

Con un lungo post pensato per essere indirizzato alla figlia, Max, Zuckerberg ha legato la notizia intima e privata con un’iniziativa destinata a far parlare: la donazione delle azioni del social network, per un valore al momento di circa 45 miliardi di dollari, non sarà naturalmente istantanea ma andrà avanti per tutta la sua vita in un processo progressivo che ha lo scopo di supportare sempre di più attività che hanno lo scopo di costruire un mondo migliore.

“Tua madre ed io non abbiamo parole per descrivere la speranza che ci dai per il futuro”, dice Zuckerberg ringraziando la figlia ed esprimendo la commozione di padre con le preoccupazioni sul destino del mondo: “Ci hai già dato una ragione per riflettere sul mondo in cui speriamo di poter vivere” e soprattutto “come ogni genitore vogliamo che tu cresca in un mondo migliore di quello in cui viviamo noi oggi”.

I soldi frutto delle donazioni andranno alla Chan Zuckerberg Iniziative gestita da lui e dalla moglie, con cui la coppia già si profonde in attività filantropiche che spaziano dalla tutela della salute alla lotta alla povertà, e che ha l’obiettivo di “migliorare il potenziale umano e promuovere l’uguaglianza tra tutti i bambini della prossima generazione”.

D’altra parte non è la prima volta che Zuckerberg parla personalmente di impegni da prendere nei confronti del mondo intero e del futuro: un esempio molto legato agli interessi di Facebook è quello di Internet.org che punta a colmare i problemi legati al digital divide (e a portare la Rete e il suo business in territori ancora vergini), ma recentemente il CEO di Facebook ha anche fornito il suo supporto al fondo di ricerca per progetti di energia pulita promosso da Bill Gates.

Mozilla e la zavorra di Thunderbird

Mozilla e la zavorra di Thunderbird

Il supporto, seppur limitato, allo storico client di posta elettronica rappresenta per la Fondazione una dispersione di risorse. Per questo Mozilla sta valutando la possibilità di esternalizzarne la gestione.

 

Mozilla

Che il client email Thunderbird rappresentasse per Mozilla un obiettivo non prioritario è cosa nota già da tempo: lo sviluppo del codice, fin dal 2012, è stato affidato alla community, mentre gli sviluppatori della Fondazione si limitano a manutenerlo. Ora i vertici di Mozilla contemplano la possibilità di affidarne a terzi la gestione: è prioritario che il team di sviluppatori di Mozilla si concentri su Firefox e altri prodotti che sappiano offrire più prospettive per il futuro.

In un messaggio indirizzato alla community la chairwoman Mitchell Baker descrive il supporto a Thunderbird come “una tassa da pagare”, una zavorra che pesa sullo sviluppo di Firefox: il client di posta elettronica lanciato nel lontano 2003 viene ora manutenuto da Mozilla nella sola modalità Extended Support Release, con cui garantisce aggiornamenti di sicurezza soprattutto a favore delle aziende. Si tratterebbe in ogni caso di un impegno consistente, per gli sviluppatori che si dedicano a Thunderbird ma anche per gli stessi sviluppatori di Firefox, a cui spesso viene richiesto di offrire assistenza a coloro che sono attivi nell’aggiornare il client di posta elettronica.

“Credo che Thunderbird potrebbe avere più fortuna separandosi dalla dipendenza dei meccanismi di sviluppo di Mozilla – scrive Baker – in alcuni casi, dalla tecnologia di Mozilla”. La chairwoman non è esplicita nel suggerire piani per il futuro, ma propone di “cominciare a prendere attivamente in considerazione le modalità con cui si possa effettuare una trasizione ordinata verso un futuro in cui Thunderbird e Firefox viaggino su binari separati”.

Più diretto è invece l’executive director della Findazione Mark Surman, che comunica che Mozilla è in contatto con “almeno una organizzazione che sta prendendo in considerazione l’idea di supportare Thunderbird”. Surman assicura alla community che il progetto non verrà abbandonato a se stesso: “dobbiamo investire del tempo e delle risorse per immaginare un buon futuro per Thunderbird”.

Datagate, il ruolo degli operatori

Datagate, il ruolo degli operatori

AT.T e Verizon sarebbero stati determinanti nelle operazioni di sorveglianza di massa dell’NSA.

Datagate

Nuove rivelazioni, trapelate dall’archivio dei documenti trafugati dall’ex-contractor NSA Edward Snowden, mostrano il ruolo determinante svolto dai carrier Verizon e AT.T nelle attività di tecnocontrollo dell’intelligenze statunitense.

Mentre la politica ha cercato di imporre limiti alla sorveglianza di massa dei suoi servizi segreti attraverso la riforma del Patriot Act firmata da Barack Obama lo scorso giugno, nei nuovi documenti dellaNational Security Agency (NSA) trapelati online e che rientrano nel filone del cosiddetto datagate si legge della collaborazione che legava le telco alle spie a stelle e strisce: proprio tale partnership – avviata all’indomani dell’11 settebre – avrebbe permesso all’NSA di mettere in piedi il suo programma di intercettazione di massa.

Nei documenti in realtà si parla di programmi Fairview e Stormbew, senza nominare direttamente i carrier legati ad essi: tuttavia secondo un’indagine condotta dal New York Times e da ProPublica essi sarebbero ricondubibili rispettivamente a AT.T e Verizon. Una supposizione basata soprattutto sui numeri di utenti chiamati in causa dai due programmi.

La collaborazione di AT.T e di Verizon avrebbe permesso alle spie di avere accesso alle comunicazioni Internet internazionali e che si tenevano fuori dal suolo degli Stati Uniti, ma che passavano comunque sulle connessioni degli hub con sede negli Stati Uniti.

Nei documenti si legge infatti che AT.T ha collaborato in numerose attività classificate tra il 2003 ed il 2013, dando – con diverse modalità tecniche – accesso all’NSA a miliardi di email scambiate attraverso la sua rete domestica ed alle registrazioni più di 1,1 miliardi di telefonate al giorno. Inoltre AT.T avrebbe collaborato con le spie per agevolere il processo di ottenimento dei permessi necessari a condurre le intercettazioni delle comunicazioni Internet.

Non basta: AT.T avrebbe installato dispositivi per le intercettazioni in 17 dei suoi hub statunitensi ed il budget top secret stanziato da NSA per la partnership con AT.T sarebbe stato, per il solo 2013, più del doppio di quello stanziato per il programma immediatamente meno caro. Infine, i tecnici AT.T sarebbero stati i primi a sperimentare alcune tecnologie per le intercettazione sviluppate dalle spie a stelle e strisce.

 

Uber, tregua newyorchese e dubbi europei

Uber, tregua newyorchese e dubbi europei

uber

Il sindaco della Grande Mela rinuncia alle restrizioni con cui pensava di colpire l’app. E decide di studiarne comportamenti ed effetti prima di prendere decisioni a riguardo. La Spagna, invece, chiede aiuto all’Europa.

New York, la città iconograficamente collegata ai taxi gialli, ha deciso di non chiudere la portiera in faccia alle nuove auto di Uber, cercando di capire se si tratti effettivamente di un nuovo servizio utile alla collettività o di un escamotage per entrare in concorrenza con i tassisti senza avere le necessarie licenze, aggravando i problemi di traffico.

Dunque, mentre in California le autorità competenti minacciano lo stop ed una multa salata per l’app del car sharing se non si adeguerà ad alcune richieste del regolatore rendendosi disponibile alla condivisione dei dati legati agli autisti ed alle corse offerte, New York ha scelto la strada della diplomazia per affrontare la sfida rappresentata dai servizi di Uber.

A decidere di ammorbidire la linea anti-Uber è stato il sindaco De Blasio, che ha fatto cadere il piano che prevedeva l’imposizione di una diminuzione del numero di veicoli Uber per le strade di New York e che rappresentava la conclusione di un duro scontro che proseguiva da diversi giorni e che aveva visto il sindaco strattonato fra le proteste dei tassisti e l’aggressiva contropubblicità di Uber che lo aveva tirato direttamente in ballo, con anche diverse celebrità schierate con il servizio di car sharing.

Il tutto si risolve, per il momento, con un accordo con Uber per monitorare la situazione per quattro mesi e condurre uno studio sui suoi effetti sul traffico di New York ed in generale sull’offerta di trasporto della città.

In base all’accordo sottoscritto con il Sindaco, Uber dovrà fornire all’amministrazione comunale una serie di dati circa le sue attività, ma potrà continuare a circolare senza le minacciate restrizioni sul numero di vetture della sua flotta.

Almeno uno studio sugli effetti di Uber, peraltro, già c’è, finanziato proprio dalla compagnia di car sharing: secondo quanto vi si legge, portando a testimonianza gli orari di maggior utilizzo, sono i taxi ad offrire il 90 per cento delle loro corse a Manhattan (che rimane inesorabilmente imbottigliata) negli orari di punta, contro circa la metà degli autisti Uber che servono piuttosto le zone meno centrali.

Approfondendo un aspetto di tali numeri, peraltro gli osservatori notano che pur essendo una percentuale minore rispetto ai tassisti, Uber infila nel traffico esasperato di Manhattan nell’ora di punta poco più di 1900 autisti, che si sommano ad una situazione già critica.
La domanda, dunque, in realtà, resta: in mancanza di Uber i passeggeri di queste autovetture si muoverebbero con taxi, con le proprie auto o con i mezzi pubblici?

Nel frattempo, almeno una compagnia di taxi newyorkese è fallita, anche a causa della concorrenza diretta di Uber: nel presentare domanda per la procedura di fallimento Chapter 11, Evgeny Freidman – proprietario di una delle flotte più grandi di taxi di New York – nomina più volte Uber, riconoscendola come causa del suo fallimento.

Quella della California e lo studio newyorkese non rappresentano certo l’unica minaccia per Uber, ormai conscio di tutti i possibili ingorghi amministrativi e legali che incombono sul suo tragitto: in Europa, per esempio, oltre ai blocchi tedeschi, a quello italiano ed all’interessamento da parte delle istituzioni di Bruxelles alla questione, per esempio, se la deve vedere con un processo spagnolo che ha richiesto l’intervento dei tribunali europei.

Il caso vede Uber chiamata in tribunale da un tassista di Barcellona e ora i giudici catalani si sono rivolti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per chiedere se Uber può essere equiparato ad un mero servizio di trasporto o rappresenta un servizio digitale, come vorrebbe la startup a stelle e strisce.

Wikipedia non può diffamare il Moige

Wikipedia non può diffamare il Moige

Il Tribunale di Roma ricorda che, al limite, a diffamare potrebbero essere gli utenti. E se il Moige si è scontrato con i Wikipediani nel tentativo di apportare le modifiche alla propria pagina, la community ha saputo agire per adeguarsi alla legge.

Wikipedia

Wikipedia non può diffamare il Moige

La pagina di Wikipedia dedicata al Moige è negli anni evoluta, oggetto di discussione e dibattito fra gli utenti della Rete che hanno contribuito a plasmarla: piaccia o non piaccia al Movimento Italiano Genitori, non c’è modo di costringere Wikimedia ad intervenire per rimuoverla.

Era il 2011 quando il Moige aveva denunciato la Fondazione Wikimedia chiedendo la rimozione dalla pagina dedicata di alcuni stralci che ne avrebbero trasmesso un'”immagine negativa”, quella di un’associazione composta da un “manipolo di bigotti, antiliberali, antidemocratici e persino violenti”, “parificabile a quella di bigotti censori”. L’associazione, traspare dalla discussione relativa alla pagina, si scagliava in particolare con la mancanza di fonti a cui attribuire certe critiche relative alla sua presenza e pressione mediatica. Sollevava poi la necessità di rimuovere delle citazioni estratte da una precedente versione del sito ufficiale, nello specifico degli stralci di un corso di educazione sessuale che l’associazione, nel 2004, aveva ritenuto opportuno cancellare dal proprio sito.

Il Moige spiegava di aver inviato a Wikimedia “richieste scritte e diffide”, riferiva di aver “tentato di effettuare, sia prima che dopo l’instaurazione del giudizio, la procedura di modifica della pagina in contestazione secondo quanto previsto dal sito stesso dell’enciclopedia, il tutto senza l’esito auspicato ed il conseguente blocco dell’account degli utenti che avevano proceduto in tal senso per conto del Moige”. Non avendo sortito risultati il Movimento Genitori chiedeva al tribunale di intervenire per imporre a Wikimedia la rimozione della pagina in questione, per ottenere un risarcimento di 200mila euro che riparasse alla “descrizione proposta sulle relative pagine, asseritamente lesiva del nome, dell’immagine e della reputazione dell’ente”, da sommarsi a 1000 euro per ogni giorno di inadempienza. Non bastasse l’accusa di diffamazione, a supporto delle proprie istanze, il Moige invocava un non meglio precisato “diritto all’oblio, quale aspetto della riservatezza”, aspetto della riservatezza che spetta però ai motori di ricerca tutelare, come previsto dalla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Mentre gli utenti si mobilitavano per adeguare la voce in questione ai principi dettati dall’Enciclopedia Libera, Wikimedia era intervenuta per ribadire il proprio ruolo di hosting provider, neutro intermediario che si limita a ospitare contenuti creati dagli utenti che la popolano con gli strumenti che essa stessa mette a disposizione, e in quanto tale soggetta alla responsabilità solo nel momento in cui le venga richiesto di agire dall’autorità giudiziaria o da un’autorità amministrativa sulla base di quanto prescrive il noto Decreto legislativo 70/2003.

“La domanda di parte attrice deve ritenersi infondata e non può quindi essere accolta sotto alcun profilo”, ha stabilito ora il giudice monocratico Damiana Colla del Tribunale di Roma, che sottolinea come Wikimedia abbia descritto e inquadrato perfettamente la posizione di Wikipedia. “È evidente che l’hosting provider si pone in posizione neutra rispetto al contenuto delle informazioni inserite dagli utenti” spiega il giudice, che riconosce altresì che “incidere sulle voci enciclopediche pubblicate” sia un'”attività che rimane demandata esclusivamente agli utenti, al di fuori di ogni controllo preventivo e/o successivo” da parte di Wikimedia, come ben illustra il disclaimer.

Wikimedia, spiega il giudice, “chiarisce di non poter garantire in alcun modo la validità delle informazioni pubblicate, con una chiara presa di distanze dalla verità dei fatti riportati nelle singole voci”, elemento che la community si incarica di garantire: per questo motivo non si configura alcun tipo di condotta omissiva e si esclude la responsabilità della Fondazione a titolo di concorso nella diffamazione.

“Eventualmente responsabili di condotte diffamatorie sono infatti i singoli utenti, dei quali viene peraltro conservato dal provider l’indirizzo a scopo cautelativo”: il Moige potrebbe rivalersi su di loro, ma dovrebbe altresì riconoscere che la community ha saputo far evolvere la pagina dedicata, offrendo delle fonti e delle precisazioni che l’hanno avvicinata alla realtà dei fatti.

Il giudice riconosce che Movimento Genitori, come altresì raccomandato nel contesto del caso legale sollevato con l’accusa di diffamazione da parte di Cesare Previti e conclusosi a favore di Wikimedia, ha tentato di muoversi nella giusta direzione, operando nel contesto di Wikipedia, con gli strumenti messi a disposizione da Wikipedia. Se invece ha lamentato censure e ostruzionismo da parte dei Wikipediani, osserva il magistrato, potrebbe non aver compreso le regole che sorreggono l’Enciclopedia Libera: “occorre seguire le procedure ivi analiticamente descritte – ricorda al Moige il giudice – nulla evincendosi dagli atti circa la correttezza delle modalità seguite a tal fine da parte attrice”.

Wikimedia ha festeggiato la conclusione del procedimento ricordando alla Rete che “Wikipedia appartiene a voi, alla comunità globale che l’ha creata e che continua a farla crescere”. “La neutralità di Wikipedia – scrive la Fondazione – dipende dall’abilità di continuare a non farsi influenzare dai tentativi di raggirare le politiche e le procedure della comunità tramite azioni legali. Questa sentenza costituisce una vittoria per tutti i Wikipedians e per la libertà di espressione su Internet”. La pagina del Moige, ancora priva di riferimento rispetto alla decisione del Tribunale di Roma, non aspetta che di essere aggiornata.

Facebook non può difendere la privacy dei suoi utenti

Facebook non può difendere la privacy dei suoi utenti

La legge non prevede che il social network possa opporsi alla consegna dei dati degli account, se richiesti con un apposito mandato. Ma il tribunale comprende l’apprensione di Facebook: un account rivela più di una perquisizione.

Facebook non può difendere la privacy

Facebook invita i propri utenti ad alimentare la piattaforma con frammenti di vita, dettagli personali, conversazioni: si tratta di informazioni utili al social network per mirare ai target pubblicitari, si tratta di dati succulenti per le forze dell’ordine che stiano indagando. Facebook ha ora appreso di non poter difendere la privacy dei cittadini di cui macina dati su dati, nel momento in cui le autorità la chiamano in causa per collaborare alle indagini.

Il social network si era mobilitato lo scorso anno in seguito a una richiesta di informazioni da parte di un tribunale di New York, che aveva imposto nel 2013 la consegna di tutti i dati relativi a 381 account, tra email, conversazioni private e fotografie, potenzialmente utili alle indagini per smascherare dei falsi invalidi. Facebook aveva denunciato la sproporzione del mandato: non intendeva fornire dati personali relativi a tanti utenti, peraltro all’oscuro dell’operazione, e solo 62 dei quali raggiunti da accuse concrete. A supporto di Facebook si era dunque schierato un manipolo di colossi dell’IT, potenzialmente esposti ad analoghe richieste, affiancati da associazioni che si battono a tutela dei diritti dei cittadini.

Il tribunale di New York incaricato di valutare il ricorso di Facebook si è ora pronunciato: il social network, così come tutte quelle aziende che conservano e gestiscono dati dei cittadini, non ha voce in capitolo e deve rassegnarsi alla consegna dei dati. Il mandato emesso dalle autorità, a differenza di una subpoena emessa in abito civile, è paragonabile a un mandato di perquisizione, nonostante Facebook non sia passivamente sottoposta ad un controllo ma debba provvedere autonomamente a selezionare e organizzare i dati da fornire. Un mandato di perquisizione, ha sottolineato il tribunale, non si può discutere, non prima che venga messo in atto: sono gli utenti di cui sono stati consegnati i dati, al limite, a potersi rivolgersi a un tribunale per cercare di ottenere la distruzione delle prove raccolte illegittimamente perché non vengano impiegate nelle indagini.

La legge non prevede di poter accogliere le richieste di Facebook, ma il tribunale si mostra in parte solidale con il social network: “la decisione non significa che non comprendiamo le preoccupazioni di Facebook riguardo ai mandati che investano un grande numero di account o riguardo alla possibilità che le autorità conservino i dati per un tempo indefinito”. Si tratta evidentemente di preoccupazioni comprensibili da parte di un’azienda che cerca di difendere i propri utenti dai dati che loro stessi hanno condiviso confidando nella riservatezza del social network, dati che, osserva il giudice “comprendono informazioni personali più intime di quelle che si potrebbero ottenere perquisendo un’abitazione”.

HORNET, la rete a cipolla più veloce di Tor

HORNET, la rete a cipolla più veloce di Tor

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Una nuova rete anonimizzatrice promette di garantire la sicurezza della connessione assieme a una performance di rete molto superiore al solito circuito di Tor. Il Tor “next-gen” mette i bastoni tra le ruote alla sorveglianza.

Un team di ricercatori internazionale propone una tecnologia chiamata HORNET, sistema di “routing a cipolla” che si propone come alternativa al solito network di Tor capace di offrire una connettività migliore sia sul fronte della sicurezza che – anzi soprattutto – in fatto di performance velocistiche.

HORNET permette di stabilire canali di comunicazione anonimi end-to-end usando un’architettura di rete di nuova generazione, spiega il lavoro firmato da Chen Chen, Daniele Enrico Asoni, David Barrera, George Danezis e Adrian Perrig, operando a livello di rete (livello 3 dello standard ISO/OSI) e permettendo lo sviluppo di un ampio spettro di applicazioni telematiche.

Il segreto delle capacità di HORNET sta nell’efficienza del sistema, sostengono i ricercatori: diversamente dalle altre reti a cipolla (Tor), i router appartenenti a un circuito HORNET non mantengono gli stati sul flusso delle trasmissioni né eseguono operazioni di calcolo complesse, definendo una struttura che permette di scalare molto più facilmente verso l’alto con l’aggiunta di nuovi client.

Su HORNET lo stato delle connessioni (incluse le chiavi crittografiche) viene trasportato assieme agli header dei pacchetti di dati, così che i nodi intermedi della rete possano trasferire velocemente il traffico per un ampio numero di client.

In soldoni, un nodo HORNET è in grado di processare traffico di rete anonimizzato per 93 Gb/s; i dati sono protetti con un sistema di crittografia simmetrica, e l’aggiunta di nuovi canali anonimi incrementa le necessità di calcolo in maniera marginale. Per quanto riguarda la sicurezza, infine, HORNET protegge contro i tentativi di attacco e “de-anonimizzazione” costringendo gli eventuali attaccanti a prendere il controllo di “una significativa percentuale degli ISP” internazionali.

YouTube paga, ma Facebook incassa

YouTube paga, ma Facebook incassa

La campagna del social network per conquistare spazio nel settore della condivisione di video passa per lo sfruttamento di quelli del Tubo, caricati dai suoi utenti attraverso il player nativo.

Facebook e YouTube

La corsa di Facebook al mercato dello streaming ed il suo tentativo di imporsi come piattaforma per la condivisione di video si sta già scontrando con il grande dominatore del settore: YouTube. E a farne le spese, per il momento, sono gli autori.

A sollevare la polemica sono due YouTube Star che con il loro canale ci vivono: Destin Sandlin, che ha 2,8 milioni di abbonati al suo SmarterEveryDay e Grant Thompson, con oltre 4 milioni di iscritti al suo “The King of Random”.

Il canale di Sandlin ha basato il suo successo su video con piccoli esperimenti (come quello sull’atterraggio dei gatti) e spiegazioni scientifiche su fatti curiosi (come l’influenza della routine sulle capacità del cervello, meccanismo spiegato per esempio in un video sull’andare in bicicletta): l’ultimo della serie, dal titolo “TATTOOING Close Up (in Slow Motion)” avrebbe dovuto rappresentare il suo maggior successo svelando cosa succede sulla pelle durante un tatuaggio, tuttavia nonostante più di 18 milioni di visualizzazioni solo nei primi due giorni online gli introiti per Sandlin sono stati limitati.

Infatti il video è stato ripreso (scaricato e rippato) dalla rivista online Zoo dell’editore britannico Bauer Media e condiviso, senza i riferimenti al suo canale YouTube, attraverso il lettore nativo di video di Facebook: una pratica in realtà molto comune tra i giornali, come dimostrano per esempio le colonne di destra dei siti dei principali giornali italiani che fanno incetta di video di successo condividendoli con il proprio logo ed il proprio player sulle proprie pagine.

Per descrivere questo comportamento, il filmmaker Brady Haran nel suo podcast Hello Internet ha coniato il termine “Freebooting” (saccheggio) ritenendo che “violazione di diritto d’autore” non fosse una descrizione accurata, anche se la pratica rientra in maniera quasi da manuale in tale definizione: viene violato il diritto dell’autore nel riprodurre un’opera integralmente (dal momento che viene tagliata e distribuita sotto forma alternativa), la sua paternità (spesso non ci si premura neanche di riportare il nome dell’autore) e l’esclusiva di divulgazione, dal momento che viene preso dalla piattaforma in cui si trova, attraverso cui è peraltro condivisibile liberamente anche attraverso embed, per essere trasportata su una diversa piattaforma. Il termine freebooting, in ogni caso, è stato ripreso anche da Sandlin che lo ha spiegato con un video ad hoc.

Tale pratica, in poche parole e come evidente nel caso del video TATTOING Close Up, consiste nel prendere i video user-generated di YouTube e condividerli su diversi circuiti fuori dal controllo dei propri autori e dal sistema di visualizzazione di YouTube, che in base alla pubblicità legata ai singoli contenuti ed effettivamente mostrata remunera i propri autori amatoriali.

Con l’ingresso in campo di un colosso come Facebook gli equilibri di potere rischiano di essere del tutto sconvolti: così l’altra YouTube Star impegnata su questo fronte, Grant Thompson, testimonia di ricevere giornalmente email di suoi fan che lo avvisano di versione rippate dei suoi video che appaiono su Facebook. Un problema sostanziale per i suoi introiti: il video in cui mostra come fare mini-Lego con caramelle gommose ha ricevuto sul Tubo 600mila visualizzazioni, ma è circolato su Facebook nella versione rippata da un altro utente arrivando a 10milioni di visualizzazioni.

La beffa è che neanche chi lo ha rippato e caricato su Facebook ci ha guadagnato: mentre YouTube riconosce ai suoi autori una percentuale degli introiti generati dall’advertising, al momento il social network non associa pubblicità ai contenuti caricati, così i freebooter guadagnano solo in visibilità.

Questa situazione si è venuta a creare principalmente per le scelte tecniche di Facebook che, interessata ad ospitare i contenuti e non solo a diventare tramite di condivisione di video e articoli caricati su altre piattaforme, ha sviluppato un lettore che mette in una vetrina privilegiata i video condivisi tramite di esso e con l’opzione auto-play quando gli utenti scorrono la propria timeline: una scelta che l’ha portata, lo scorso settembre, a conteggiare più di un miliardo di visualizzazioni video al giorno e più di 4 miliardi già ad aprile scorso.

Lo scontro Google-Facebook, insomma, è inevitabile e si giocherà su più piani: al momento YouTube, piattaforma cresciuta anche grazie ad un primo periodo di sostanziale libertà di caricare video protetti da diritto d’autore, deve ancora trovare il metodo di business più remunerativo e trovare il modo per difendere i contenuti dei suoi utenti migliori senza compromettere la sua capacità di essere un mezzo di condivisione; Facebook da parte sua deve dimostrare di non servire solo ad ospitare contenuti potenzialmente virali, ma di poter essere una piattaforma video tout court.

Per farlo – come dimostrato proprio da YouTube – avrà bisogno principalmente di ingredienti: gli utenti che creino contenuti all’altezza e la fiducia da parte dei detentori dei diritti.

Così, mentre ha già annunciato un piano per iniziare ad introdurre advertising all’interno di alcuni video riconoscendo parte degli introiti agli autori, Facebook dovrà anche dimostrare che il suo strumento di identificazione di contenuti protetti da diritti di proprietà intellettuale, il noto Audible Magic, sia all’altezza del Content ID con cui YouTube ha progressivamente contenuto le denunce di violazione che hanno accompagnato la sua crescita. La sorte delle YouTube Star che minacciano querele potrebbe segnarne il destino.

 

Gmail, meno spam per tutti

Gmail, meno spam per tutti

spam gmail

Google annuncia importanti novità nell’ambito della lotta allo spam su Gmail, un problema che Mountain View intende affrontare con strumenti specifici sia per gli utenti finali che per le aziende che comunicano con gli utenti a mezzo posta elettronica.

Nel confermare il fatto che i suoi utenti non hanno particolari problemi con lo spam su Gmail, Google sostiene altresì di avere l’intenzione di ridimensionare ulteriormente il numero di missive spazzatura che, in media, già costituiscono appena lo 0,1 per cento delle email presenti nelle inbox Gmail.

L’identificazione delle email di spam su Gmail non è sufficientemente “perfetta”, sostiene Google, quindi la corporation di Mountain View ha pensato a un paio di nuove soluzioni per incrementare le percentuali di riconoscimento fin dove è possibile.

La prima soluzione al (poco) grave problema dello spam su Gmail si chiama Gmail Postmaster Tools, uno strumento pensato per quelle aziende che inviano un gran numero di email legittime ma corrono comunque il rischio di finire nella cartella “Spam” della mailbox dell’utente.
Grazie a Gmail Postmaster Tools, alcune aziende “altamente qualificate” nella pratica del mass mailing legittimo avranno accesso a informazioni riguardanti gli errori nella consegna delle missive, rapporti sullo spam e la “reputazione” del business. Il tutto, beninteso, per applicare tutte le “best practice” necessarie a non finire più nella cartella Spam.

Per quanto riguarda gli utenti finali, invece, gli aggiornamenti anti-spam di Google sono automatici e includono l’impiego di una rete neurale artificiale per l’identificazione e il blocco di quelle email spazzatura particolarmente difficili da gestire, nuovi algoritmi di machine learning per una gestione più intelligente e personalizzata delle newsletter e una capacità migliorata per identificare mittente fasulli o impostori.

Lampi di Cassandra/ Maledetti Hacker reloaded

Lampi di Cassandra/ Maledetti Hacker reloaded

hacker

Borse ferme e aerei a terra: i giornalisti della TV estiva invocano maledetti hacker. Mentre le conseguenze della violazione ai danni dei sistemi di maledetti cracker al soldo dei governi passano quasi inosservate.

Settimana calda per i 24 incombustibili lettori: non ovviamente in senso meteorologico. Non interessa più di tanto parlare nello specifico degli eventi “digitali” che hanno reso la settimana incandescente in senso informatico.
In primis la diffusione di “informazioni riservate” di una nota ditta milanese specializzata nella produzione di… beh, di “captatori informatici”, che è stata appunto hackerata da dei maledetti hacker, che hanno messo in giro un interessante file di 400 GB; sulle possibili conseguenze della divulgazione di questo materiale, ha ben argomentato Matteo Flora.

Non interessa nemmeno direttamente la notizia che la borsa di New York sia andata in tilt e si sia bloccata per ore a causa di problemi informatici.

Non interessa nemmeno che la United Airlines abbia per motivi simili dovuto mettere a terra i suoi aerei per la seconda volta in un mese.

L’attenzione di Cassandra è stata attratta da quello che è passato in TV (le testate giornalistiche stavolta si sono comportate meno peggio).
Della sfrenata ricerca (non caccia) dei maledetti hacker.

Dotti tuttologi denunciavano che erano stati gli hacker, e che comunque se non lo erano stati lo sarebbero stati la prossima volta perché “tutto è hackerabile” (interessante concetto, scaturito probabilmente per caso come nella storiella della scimmia che batte sulla macchina da scrivere).
Giornalisti che intervistavano chiunque, pregandolo quasi in ginocchio, per favore, di dire che erano stati i maledetti hacker. O se non loro i cyberterroristi. Di non rispondere che fosse stato un bug di un software od il guasto di un router in sistemi ormai ipercomplessi e difficilmente gestibili, come quelli del trading ad alta velocità o dello smistamento bagagli. Per carità, che non fosse un “semplice” guasto.

Niente notizia per i “giornalisti”, in questo caso.
Più che di caccia ai maledetti hacker, si potrebbe parlare di questua per un hacker, anche piccolo piccolo e nemmeno tanto cattivo, da poter mettere in prima pagina… Invece niente! Poveri giornalisti con tutte quelle pagine e tutti quei minuti da riempire…

Nel frattempo, quello che era successo alla nota ditta milanese gravitava tra gli addetti ai lavori, ma le conseguenze della violazione rimanevano estranee, benché facilmente comprensibili anche ai non informatici.
È un po’ come se avessero rubato qualche quintale di plutonio già confezionato in semisfere cave.

Ma son dettagli. Date a quei poveri giornalisti qualche maledetto hacker.
Lo hanno chiesto persino ad Obama!

Software house di Star Citizen apre nuova sede

Software house di Star Citizen apre nuova sede di sviluppo a Francoforte per CryEngine

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Il nuovo ufficio tedesco contribuirà allo sviluppo di Star Citizen e di Squadron 42. I veterani di questo team costituiranno un valore aggiunto dai punti di vista della programmazione, del gameplay per la parte da FPS e per la componente.

Cloud Imperium Games annuncia ufficialmente l’apertura di una nuova sede di sviluppo a Francoforte, in Germania. In questa sede lavorano ingegneri, artisti e designer, e molti di loro hanno diretta responsabilità sulla tecnologia grafica CryEngine su cui Star Citizen è basato. Non a caso la software house responsabile di CryEngine, Crytek, ha anch’essa sede a Francoforte.

“Alcuni tra i principali sviluppatori al mondo si trovano in questa città”, ha detto il direttore del progetto, oltre che creatore di Wing Commander e Freelancer, Chris Roberts. “Siamo estremamente lieti di averli nella nostra squadra. La loro esperienza con CryEngine per noi si concretizzerà in risultati molto importanti in futuro. Il loro contributo è già evidente nella parte single player di Star Citizen, Squadron 42, e nei primi elementi da FPS”.

La sede di Francoforte dunque sembra essere orientata principalmente alla collaborazione con il fornitore della tecnologia grafica, Crytek. Ma sicuramente anche per sopperire alle difficoltà incontrate nello sviluppo della parte da sparatutto in prima persona di Star Citizen, che a oggi risulta fortemente in ritardo rispetto alle promesse iniziali.

L’ufficio si trova nella parte ovest di Francoforte in un nuovo complesso commerciale vicino al centro congressi della città. Attualmente è formato da 21 persone, ma si prevede che tale numero salga a 50 entro la fine dell’anno.

“È un sogno che diventa realtà per tutto il nostro team”, ha dichiarato Brian Chambers, direttore dello sviluppo presso la nuova sede tedesca. “È eccitante lavorare su un progetto ambizioso come Star Citizen. Il nostro team è piccolo ma stiamo crescendo rapidamente, reclutando in tutta Europa. Abbiamo alcune idee molto interessanti sulla tecnologia, che pensiamo saranno molto gradite dai nostri fan. Ne parleremo molto presto!”

Star Citizen viene finanziato tramite crowdfunding e da ottobre 2012 ad oggi ha raccolto oltre 84 milioni di dollari. Viene riconosciuto dal Guinness World Record come il progetto che ha raccolto più soldi in assoluto dal pubblico. Cloud Imperium Games Corporation è invece una sussidiaria della Roberts Space Industries Corp. fondata nell’aprile 2012. Conta due sedi principali: a Los Angeles e ad Austin.

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