Hacking Team, rivelazioni a mezzo cracking

Hacking Team, rivelazioni a mezzo cracking

Hacking Team

L’azienda italiana specializzata in software di sorveglianza cade vittima di un’azione di cracking devastante, con la fuoriuscita di centinaia di Gigabyte di materiale. Tutte le collaborazioni esposte in Rete.

A quanto pare Hacking Team risulta irrimediabilmente compromessa, con 400 Gigabyte di dati a spasso per Internet (sui file locker come Mega, su BitTorrent, ovunque…) contenenti record audio, email, codice sorgente, credenziali di accesso e chi più ne ha più ne scarichi.
Un’autentica débâcle, insomma, che solleva più di un dubbio sull’affidabilità di una proposta commerciale impiegata da soggetti coinvolti nel monitoraggio dei cittadini di mezzo mondo.

Hacking Team, inoltre, si “vende” come proponente di una sicurezza di tipo “offensivo”, sebbene l’azienda precisi che tale pratica esclude i governi oppressivi e i regimi totalitari. Dai 400 succitati Gigabyte emerge che fra i partner di HT figurano le autorità di Egitto, Arabia Saudita, Oman, Libano, Mongolia, Russia, Stati Uniti (Datagate) e anche Sudan, rapporto commerciale che al momento risulta “not officially supported” e che l’azienda aveva pubblicamente negato di intrattenere anche perché per il paese vigono particolari sanzioni commerciali. Anche l’Italia, assieme a Germania, Spagna e Svizzera, compare tra i clienti di HT.

Non bastasse questo ad attentare alla reputazione di una società già definita da Reporter Senza Frontiere come “nemica” di Internet, il materiale comparso online – e diffuso tra l’altro dall’account Twitter di HT, anch’esso compromesso fino a poco fa – evidenzia una tendenza all’uso di pratiche di opsec a dir poco lasche da parte dei dipendenti di HT, con password non troppo sofisticate usate a protezione degli account email. Gustosa, infine, una lista di link a YouPorn, segno evidente che gli ingegneri dell’azienda erano abituati a unire il dovere al piacere.

Da un account Twitter, colui che si presenta come il dipendente di Hacking Team Christian Pozzi sembra essere intervenuto per abbozzare delle prime risposte: l’account è però stato compromesso e ora risulta rimosso.

Build 2015, in diretta la tappa di Milano

Build 2015, in diretta la tappa di Milano

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Tutte le novità dell’anno racchiuse in un appuntamento esclusivo: la tappa milanese del tour Build 2015 è fissata per domani, 10 giugno. Sul palco degli East End Studios del capoluogo lombardo si avvicenderanno evangelist e tecnici provenienti direttamente dal campus di Redmond di Microsoft, per raccontare tutte le novità relative a Windows 10, la nuova Universal Windows Platform, il browser Edge e tutto quanto costituisce lo stato dell’arte dell’ecosistema software più popolare al mondo.

I biglietti sono andati rapidamente esauriti, ma per chi non potrà essere a Milano domani non tutto è perduto: su questa stessa pagina sarà disponibile a partire dalle 9 la diretta streaming della giornata, e seguiremo l’evento con un live-blogging che coprirà il keynote d’apertura tenuto da Andrew Wigley, uno degli evangelist di punta di Redmond specializzato in piattaforme mobile e la convergenza di queste ultime con l’universo desktop.

Tra gli altri speaker di giornata figurano Nikola Metulev e David Rousset: il primo è volato a Milano direttamente da Redmond, dove si occupa di quelle applicazioni cross-platform che sempre più importanza ricopriranno con il lancio di Windows 10 e la sua estensione a dispositivi mobile e form-factor più tradizionali. Il secondo arriva dalla Francia, ed è uno specialista del Web: tra i suoi lavori figura il framework WebGL Babylon.js.

Durante la giornata si alterneranno sessioni demo ed esempi di programmazione per la piattaforma Windows, condite con momenti nei quali il pubblico potrà porre le proprie domande ed esporre i propri dubbi agli speaker. Per tutta la durata della conferenza è previsto un servizio di traduzione simultanea, che vi proporremo nella diretta streaming.

L’appuntamento è per domattina alle ore 9, qui su questa pagina, per seguire live la fitta agenda di Build Milano 2015.

AdBlock Plus, il blocco è libertà

AdBlock Plus, il blocco è libertà

Lo sviluppatore dell’adblocker vince di nuovo sull’industria dei contenuti: un tribunale tedesco ha giudicato che il suo modello di business è ancora troppo acerbo per minacciare quello dell’advertising.

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Selezionare dei partner con cui collaborare per proporre ai cittadini della Rete un web scevro dalla pubblicità più invasiva fa parte di un modello di business lecito e accettabile, anche perché AdBlock Plus non serve un numero di utenti tale da far crollare il mercato dell’advertising online. È su queste basi che Eyeo, sviluppatore del popolare adblocker, ha conseguito un’altra vittoria al cospetto della giustizia tedesca.

L’azienda è da tempo osteggiata da editori e inserzionisti: intravedono in Adblock Plus un sistema estorisivo, che minaccia i loro introiti consentendo ai netizen di non visualizzare l’ordinario advertising che nutre i siti web ma solo gli acceptable ads approvati e certificati dalla partnership con l’adblocker, compresi in una whitelist. Essere inclusi nella whitelist, a patto di veicolare pubblicità riconosciuta poco invasiva, è gratuito per gli attori piccoli e medi, ma non certo per i colossi della Rete. Google, Microsoft e Amazon già hanno scelto di ignorare le ricorrenti polemiche e abbracciare il meccanismo per non essere tagliato fuori contribuire alla causa di Eyeo in vista di una Rete popolata di advertising che non sia d’intralcio ma di supporto per gli utenti. Gli editori tedeschi, invece, hanno scelto le vie legali.

Il caso valutato ora dal tribunale di Monaco ha visto protagoniste le accuse delle emittenti Pro 7/Sat 1 e RTL Interactive, gestrici di numerosi siti web: analogamente al contenzioso perso di recente da Zeit Online e Handelsblatt, editori di siti quali Zeit.de, Handelsblatt.com e Wiwo.de, e a quelli ancora in corso con Spiegel Online e Sueddeutsche.de e con Axel Springer, con la denuncia si chiedeva che la giustizia determinasse l’illiceità del blocco dell’advertising e della lista degli Acceptable Ads.

Il tribunale di Monaco non ha ravvisato nelle attività di Eyeo alcun meccanismo che attenti alla concorrenza sul mercato: gli utenti sono liberi di aderire o meno al servizio e decidere se visualizzare o meno la pubblicità, e AdBlock Plus, pur godendo di una certa popolarità, è ancora ben lontano dal costituire una minaccia per il modello di business dell’advertising online. Il giudice non ha avuto nulla da eccepire nemmeno riguardo ad una rivendicazione delle emittenti che ricorda da vicino quella delle TV statunitensi che tentavano di imbracciare il diritto d’autore per contrastare l’avanzata dei DVR che consentono di escludere la pubblicità dai programmi registrati: AdBlock non viola alcuna sfumatura del copyright.

E mentre le emittenti tedesche valutano la possibilità di ricorrere in appello per difendere il proprio mercato, la libertà di stampa e tutto quanto, Eyeo celebra la propria ennesima vittoria, “una vittoria per tutti gli utenti di Internet”, ai quali viene confermato “il diritto di bloccare l’advertising più invasivo, proteggere la loro privacy e, per estensione, creare la propria esperienza della Rete”. Ora, coglie l’occasione per ricordare l’azienda, anche per mezzo del nuovo browser Android.

 

Cassandra Crossing – Maledetti hacker

Cassandra Crossing – Maledetti hacker

La spettacolarizzazione del cattivo del presente passa dall’ignoranza: i mass media si confrontano sempre più spesso con le cronache informatiche. E programmaticamente generano mostri stereotipati.

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Nelle ultime settimane la casuale visione di alcune puntate di “CSI:Cyber” ha rimesso in moto alcuni paranoici neuroni nella mente di Cassandra. Vari “ragionamenti” (se cosi si possono definire) hanno lentamente cominciato a formarsi.
Si sono improvvisamente completati pochi giorni or sono quando svariati media nazionali ci hanno informato sui risultati di alcune indagini relative a violazioni di siti, sia istituzionali che critici, e sulle persone denunciate o arrestate come diretta conseguenza.

Al di là dei fatti specifici, i cui particolari ci sono noti solo da brani di comunicati delle autorità competenti, opportunamente spezzettati e confusi dai commenti dei giornalisti, la figura negativa che emerge è perfettamente convergente, dalla costosa fiction americana fino alla stampa gratuita della metropolitana.
È possibile sintetizzare in poche sillabe il profilo dei nuovi cattivi. Solo due parole: “Maledetti hacker”.

Sono ormai lontani i tempi in cui molte persone, anche Cassandra, si sforzavano di spiegare, ogni volta ad ogni giornalista, cosa significasse il termine “hacker”, che nella maggior parte dei casi il termine corretto da utilizzare sarebbe stato “cracker”, e che i due termini avrebbero potuto essere approssimativamente tradotti in italiano in vari modi, ad esempio il positivo “smanettone” ed il negativo “pirata informatico”. Risultato?
Maledetti hacker!

La questione linguistica non ha mai appassionato i giornalisti con i quali Cassandra è venuta in contatto, e se in un decennio la parola “hacker” ha capovolto il suo significato malgrado tanti sforzi compiuti e l’evidenza linguistica e culturale, è ormai giunto il tempo di rassegnarsi.
La lingua cambia, le parole cambiano, i mass media pilotano (il più delle volte, spesso non da soli) il cambiamento di significato, e la passività di chi fruisce l’informazione lo rende permanente.
L’effetto netto è purtroppo che chiunque stia dietro lo schermo di un computer senza rincoglionirsi tra ecommerce, comunità sociali e siti hard, ma usandolo in maniera intelligente ed onesta, rischia da un momento all’altro, magari per caso, di ritrovarsi nella categoria dei maledetti hacker.

Infatti Cassandra si è convinta che dal semplice uso errato divenuto regola di un termine popolare, si stia passando ad un uso razionale, pilotato, orwelliano, distopico e stravolgente. Stalker, spie industriali, spie internazionali, cyberterroristi, cybercriminali, unità militari regolari, vandali, assassini, appena vengono descritti dalla stampa e purtroppo anche da coloro che detengono autorità e potere, vengono ricompresi immediatamente nella categoria degli “hacker”.
Stranamente a nessuno viene in mente di classificare come “ciclista” il pugnalatore assassino che mentre andava in bicicletta uccise un passante (un famoso caso di “nera”, avvenuto in Germania e già citato da Cassandra): le associazioni di amatori e quelle di categoria, i fabbricanti di velocipedi ed anche le pubbliche autorità che si occupano di sport insorgerebbero.
È evidente, i ciclisti sono quelle persone perbene che per diletto, per sport o per professione vanno in bicicletta, mentre un assassino in bicicletta non è un ciclista, è un assassino.

Qualunque malfattore dotato di computer, dal ragazzino sconsiderato al cybersoldato d’oriente, invece che cosa sono?
Dei maledetti hacker.

Quello che turba Cassandra non è il capovolgimento di un termine, accettabile anche se con tristezza nell’evoluzione di una lingua e di una cultura. È invece lo svilupparsi di un uso opportunistico, traumatizzante, terrorizzante e spettacolarizzante che appare voluto. Le streghe sono ormai relegate alle favole, e di cattivi nuovi, di cattivi convincenti, spettacolari c’è sempre bisogno. Dove trovarli? Ma è semplice.
Tra i maledetti hacker.

Tanto non c’è nessun sindacato che li difenda: coloro che si sentono hacker si vergognano ormai a dirlo, o più probabilmente lo giudicano autolesionistico se non addirittura pericoloso. Un giorno non lontano, per difendersi, potrebbero dover gridare: “Non sono uno dei maledetti hacker!”

E così tutti, dall’affermato professionista della sicurezza col cappello candido fino al cybercriminale con il cappello più nero del carbone, dal difensore dei diritti digitali al mulo di una organizzazione di truffe di carte di credito, dal ricercatore di zero-day a chi ne fa commercio, dal ragazzo che sviluppa software libero e gratuito a quello che cerca password di default con Google, tutti possono finire, salvo che il caso particolare non richieda altrimenti, in una singola categoria, facile da definire ed utile da usare.
Quella dei maledetti hacker.

Per smontare certi giochetti linguistici talvolta basta giocare sullo stesso piano ed utilizzare tecniche linguistiche: la creazione del termine pedoterrosatanista è stata in passato un esempio di una certa efficacia.

Ma oggi la situazione è più seria, più pericolosa. C’è una convergenza di utilità di vario tipo, dall’evidente al sussurrato.

Hanno preso uno dei maledetti hacker!” Chi è? Cosa ha fatto? Chi lo dice? Non importa, il termine hacker ormai si autodefinisce, è un termine jolly come “strega”, certamente indica un cattivo.
Se la cosa, messa in questi termini, vi preoccupa un po’, probabilmente avete ragione.
Potrebbe capitarvi di essere, vostro malgrado, un maledetto hacker.

YouTube, via alle televendite

YouTube, via alle televendite

Intrattenimento al servizio degli acquisti, con schede dei prodotti e link agli store presentati nel contesto dei video. YouTube è alla continua ricerca di pubblicità di valore.

YouTube

Mentre il protagonista del video intrattiene le platee illustrando le qualità degli ultimi ritrovati dell’azienda che rappresenta, delle schede si sovrapporranno alla clip: si tratta di descrizioni dettagliate dei prodotti, corredate di link diretti ai siti dei venditori. YouTube ha comunicato agli inserzionisti nuove opportunità per convertire gli sprazzi d’attenzione degli spettatori in acquisti d’impulso.

Il programma TrueView for shopping, che sarà lanciato nei prossimi mesi, si basa sul sistema delle schede presentato di recente per sostituire le annotazioni: offrendo all’inserzionista la possibilità di personalizzarne i contenuti e garantendo le visualizzazioni anche su piattaforme mobile, si configura come l’ennesimo tentativo di monetizzare le sconfinate platee del Tubo con dell’advertising che possa convincere gli inserzionsti ad investire di più.

Google propone così l’integrazione tra YouTube e il proprio Merchant Center, la piattaforma che consente ai venditori di gestire la propria visibilità e le proprie attività trasversalmente entro i servizi di Mountain View: in questo modo i venditori potranno articolare le proprie campagne anche attraverso i video e le schede correlate, disseminando i prodotti nelle clip anche sulla base delle caratteristiche dell’utenza.

I test preliminari condotti da Google con partner che operano nel settore della cosmetica e dell’arredamento hanno offerto risultati soddisfacenti: i consumatori hanno mostrato attenzione nei confronti dei brand e interesse nei confronti degli acquisti più di quanto sia avvenuto con le precedenti campagna sviluppate su YouTube.

The Pirate Bay, l’idra perde una testa

The Pirate Bay, l’idra perde una testa

Uno dei domini registrati dai nocchieri della Baia è stato bloccato, in violazione delle policy del registry che lo gestisce. Ne restano cinque, e forse più.

The Pirate Bay

La ciurma della Baia dei Pirati lo aveva previsto: dei domini messi provocatoriamente in campo per fare fronte al sequestro dei siti associati a TLD svedesi, uno è già stato abbattuto.

È il dominio di primo livello .gs il primo a cadere, così come era avvenuto in precedenza per un’infinità di lidi presso cui il galeone pirata aveva gettato le ancore: reso operativo dopo il sequestro decretato dalla giustizia svedese nei giorni scorsi, il registry che gestisce i domini della Georgia del Sud lo ha evidentemente ritenuto incompatibile con le proprie policy.

La stessa sorte potrebbe toccare anche agli altri domini dell’idra pirata, ma i nocchieri di The Pirate Bay ostentano sicurezza e promettono di non rinunciare al gioco del gatto col topo ingaggiato con le autorità: “Abbiamo altri nomi a dominio, se dovessero essere necessari – dichiarano a TorrentFreak – Siamo più forti che mai e difenderemo il sito fino alla fine”.

Chi invece ha scelto di confrontarsi con la giustizia per difendere la propria fedina penale in relazione ai domini della Baia è Fredrik Neij, parte del nucleo fondatore del sito originario: è stato il suo nome a permettere al tribunale di Stoccolma di decretare il sequestro di thepiratebay.se e piratebay.se, dopo una lunga battaglia con l’organizzazione che gestisce i TLD svedesi, intenzionata a non assumersi la responsabilità di intervenire. Neij, che sta scontando la propria pena per il primo caso The Pirate Bay, è stato identificato come intestatario dei due domini: nel 2009 era stato diffidato dal gestire qualsiasi tipo di attività legata alla Baia e ricorrendo contro la decisione del tribunale di Stoccolma intende dimostrare la propria estraneità rispetto alle sorti di The Pirate Bay dopo la sua condanna. Se riuscisse nel proprio intento, verrebbero a decadere gli appigli legali a cui il tribunale si è aggrappato per mettere fuori gioco thepiratebay.se e piratebay.se.

Belgio: i cittadini si difendano da Facebook

Belgio: i cittadini si difendano da Facebook

Il social network è nuovamente ammonito al rispetto delle leggi locali, mentre i netizen dovrebbero attrezzarsi contro il tracciamento. Facebook, dal canto suo, fatica a confrontarsi con i particolarismi europei.

facebook belgio

Le autorità che vigilano sulla privacy del Belgio, che guidano una coalizione di authority europee negli accertamenti sui comportamenti di Facebook nel quadro normativo che tutela i diritti dei netizen comunitari, non intendono ammorbidire la propria posizione nei confronti del social network: Facebook traccia gli utenti senza avere ottenuto alcun consenso esplicito, anche attraverso soluzioni tecnologiche non pienamente trasparenti, e se non recepirà le raccomandazioni dovrà affrontare le conseguenze del caso.

Ultimo atto della battaglia ingaggiata dalle autorità del Belgio nei confronti del social network, è un corposo documento che ripercorre i comportamenti di Facebook e li mette a confronto con la legge, per dispensare ammonimenti nei confronti della piattaforme e suggerimenti a favore di amministratori di siti e utenti.

Basato sulla recente analisi condotta nel contesto belga a proposito delle pratiche di tracciamento a mezzo social plugin e alla possibilità di sfruttamento dei dati degli utenti introdotte con l’aggiornamento delle policy del social network, il documento del Garante belga sbaraglia qualsiasi recriminazione avanzata da Facebook: la disseminazione dei cookie presso i non utenti e la raccolta dei dati attraverso i social plugin non è lecita senza un’informativa trasparente e senza il previo consenso del netizen. Fino a quando Facebook non avrà apportato le opportune modifiche, la pratica dovrà essere sospesa.

Nel frattempo, raccomanda il Garante belga, gli amministratori dei siti che intendono integrare i plugin social di Facebook devono provvedere a informare adeguatamente gli utenti dei rischi per la privacy a cui vengono sottoposti e ottenere il loro consenso, eventualmente sfruttando gli strumenti tecnici già a loro disposizione.
A favore degli utenti, l’authority suggerisce poi di impiegare funzionalità dei browser come add-on o la navigazione privata per tutelarsi dall’invasività del social network.

“Siamo a un punto di rottura” ha commentato il presidente dell’authority Willem Debeuckelaere, suggerendo come per Facebook sia arrivato il momento di adeguarsi, o di affrontare lo scontro con le istituzioni. Facebook, per voce del vertice europeo della divisione che si occupa di policy sulla privacy Stephen Deadman, si mostra convinta di doversi adeguare al solo quadro normativo del paese in cui ha sede, vale a dire l’Irlanda, con le sue specificità. Almeno fino a quando l’Europa non avrà sviluppato un contesto legislativo armonico e comune, come previsto dalla strategia volta a creare un vero Mercato Unico Digitale.

 

Giochi Senza Frontiere: l’Europa del Single Digital Market

Giochi Senza Frontiere: l’Europa del Single Digital Market

Single Digital Market

Circa una settimana fa, la Commissione Europea ha dato il via alla prima grande misura dedicata all’unificazione del mercato digitale: l’attuazione del cosiddetto “Single Digital Market“, secondo i piani del presidente Jean-Claude Juncker, dovrebbe contribuire a facilitare il commercio digitale allo stesso modo di quanto già avviene (o perlomeno DOVREBBE avvenire, sulla carta, salvo fluttuazioni di IVA completamente sbilanciate) per lo scambio di merce fisica.

Di base, il nocciolo della questione è questo: se già le merci fisiche possono essere liberamente scambiate tra le nazioni europee (esempio: posso acquistare da Amazon un prodotto presente in Inghilterra e farmelo spedire sotto casa in pochi giorni), perchè lo stesso non è stato sinora possibile con buona parte dei contenuti digitali? Alcuni esempi: servizi di streaming come Hulu, Netflix o il più vicino iPlayer della BBC. Tutti questi servizi sono soggetti al cosiddetto blocco geografico, ossia l’impossibilità di accedere ai programmi da aree geografiche non previste, spesso a causa di mancati accordi sui diritti di distribuzione, ma molto più spesso a causa di decisioni arbitrarie. In mezzo ai 350 miliardi di euro di incremento stimato sul valore del mercato digitale Europeo, tuttavia, ci sono anche esempi a noi giocatori più familiari, come ad esempio quello dello Store EA: di base, senza l’uso di VPN, non è possibile effettuare acquisti se non nella versione locale dello store (quella italiana per l’Italia, quella francese per la Francia e via dicendo), ma questo non sarebbe stato un problema se i prezzi dei titoli fossero stati uniformi. Così non è, tuttavia, e in questo caso, l’abbattimento della barriera digitale geografica potrebbe venire incontro a coloro che da anni speravano ormai nell’uniformazione dei costi sui titoli in digital delivery.

Ovviamente, visto che questo blog tratta principalmente di videogame, poco c’interessa dello streaming digitale come (anche se, personalmente, ho molto gradito la notizia in combinazione con le prime avvisaglie dell’arrivo in Italia di Netflix), e molto di più invece è quanto possiamo discutere sul campo degli store online come Steam o Origin.

Quella in atto è una vera e propria ventata di cambiamento verso l’apertura delle barriere di distribuzione tecnologica, e a quanto pare, inoltre, noi europei non siamo i soli che hanno iniziato ad intravederla. Persino Nintendo, muovendosi su un terreno decisamente più ostico, ha infatti iniziato a parlare di rimuovere i blocchi regionali. Tuttavia, tra geo-blocking e region locking c’è un briciolo di differenza che è bene chiarire:

Geo-Locking, altrimenti detto blocco geografico: avete presente la fastidiosa scritta che compare sui canali Youtube?

Ecco, questo è in soldoni il geo-locking, ossia un barbatrucco digitale basato sull’IP dell’utente, che, comunicando col server, viene intercettato e indirizzato ad una versione specifica della pagina richiesta, laddove non esista una “master-page” indipendente dalla regione. Questo, ovviamente, è il caso della maggior parte degli store digitali come Origin, e visto che non stiamo parlando solo di condivisione video, ma di prodotti il cui prezzo è spesso e volentieri sbilanciato al ribasso in certe regioni (probabilmente per motivi di costi di gestione e distribuzione dei prodotti in tali zone), viene naturale, come giocatori, chiedersi perchè essere limitati a dover acquistare sullo store locale quando, di base, internet dovrebbe offrire per sua stessa definizione la libertà di scelta.

Essenzialmente ciò che si sono chiesti anche Juncker & co., la cui risposta ha però gettato un ulteriore dubbio a cui arriveremo fra poco…

Region Locking: in questo caso si tratta perlopiù di una funzionalità legata all’hardware del dispositivo su cui siamo intenzionati a far girare il nostro contenuto (anche se non mancano esempi software). La classica distinzione tra dischi PAL, JAP e NTSC, ad esempio, rientra in questa categoria, e di solito è trattata a livello di macroregione, anzichè locale come il geo-locking (sotto quest’ottica, il geo-lock è un caso specifico del region-lock, limitato alla distribuzione digitale). Tra le varie compagnie operanti sia come produttori hardware che software, negli ultimi anni Nintendo si è rivelata la più restia ad abbandonare il concetto di region-lock, ma le ultime interviste sembrano indicare che il vento sta cambiando anche per la casa di Kyoto, cosa che a sua volta potrebbe portare anche ad un’abolizione del geo-lock digitale, consentendo agli utenti di acquistare da un unico store globale.

L’idea di base, quindi, sembrerebbe buona, e se persino le case di sviluppo principali sembrano supportare il concetto di rimozione delle barriere tra giocatori, perchè non gioirne istantaneamente?

Essenzialmente, per due motivi.

Il primo è legato ad un semplice dubbio (quello di cui vi accennavamo qualche riga sopra): se gli store digitali verranno uniformati, e all’utente non verrà più proposta una pagina locale con prezzi diversi a seconda della regione, al publisher non resterà che livellare i propri prezzi. Su quale base avverrà questo? Esempio: i prezzi dello store EA Polacco sono da sempre i più bassi d’Europa, il che aveva sinora spinto alcuni giocatori ad utilizzare VPN o mezzi simili per accedere alla pagina regionale, risparmiando discrete percentuali sull’acquisto dei titoli. Con l’avvento del Single Digital Market, il resto degli store regionali Origin si uniformerà a quello polacco come prezzi? Oppure EA si limiterà ad alzare il prezzo ai più bassi e festa finita per tutti?

L’incognita al momento resta, e senza una normativa chiara e univoca per tutti, il rischio è quello di trovarsi in un far west economico in cui molti utenti si troveranno a dover ingoiare il rospo di prezzi più alti per compensare il ribasso di altre regioni (nella migliore delle ipotesi).

Il secondo problema che rischia di emergere è legato a questioni di copyright, diritti di distribuzione e localizzazione. Essenzialmente, l’accordo sul Single Digital Market potrebbe costringere tre quarti delle aziende che operano nel settore a rivedere i propri accordi di distribuzione locale. Esempio: una serie tv presente su uno store digitale locale ma non caricata nel server di un’altra regione in quanto, in quell’area, è già in vigore un accordo di distribuzione con un’emittente regionale. Tutto questo rischia di venire meno, e di scatenare un ginepraio senza fine, vista la possibilità di accedere senza più limiti a contenuti di altre zone. Non che questo sia un male dal lato utente, intendiamoci, ma dal lato del gestore del servizio rischia di aumentare i costi, che indovinate su chi andrebbero a scaricarsi?

Più vicina al nostro contesto di videogiocatori, invece, è la questione della localizzazione: se sinora l’avere store separati imponeva agli sviluppatori di tentare almeno un minimo di localizzazione dei titoli (come il classico multi-5, ad esempio, che raggruppava cinque lingue considerate importanti nell’area di distribuzione), l’avere uno store unico, perlomeno per i prodotti digital-only, potrebbe avere l’effetto negativo di diminuire l’interesse verso lo sviluppo di versioni locali. La conseguenza diretta sarebbe quella di trovarsi ad avere versioni create solo in una “lingua franca” come l’inglese, anche solo per rientrare dei costi di sviluppo dei titoli, dietro la scusa che l’avere uno store unico a cui affluiscono utenze di ogni regione fonetica sarebbe troppo complesso da gestire. Personalmente parlando, trovo che non sarebbe un male così grande se nel 2015 vi fosse un po’ più di gente in grado di fare lo sforzo di impararsi l’inglese per una passione come quella videoludica, ma le massicce proteste di qualche anno fa legate alla mancata localizzazione italiana di Kingdom Hearts 3D: Dream Drop Distance sembrerebbero far pensare ad una realtà ben diversa. Una realtà che, qualora si avverasse questa situazione estremizzata, diventerebbe piuttosto pesante da gestire…

Tirando le somme, quindi (e visto che pur sempre di “schiaffi ludici” stiamo parlando), stavolta il nostro metaforico ceffone di richiamo alla realtà resta sospeso: è stata una buona idea quella di implementare un mercato digitale unico da parte della Commissione Europea? Molto probabilmente si, ma (ed è qui che rischiano di calare le cinque dita del titolo della nostra rubrica) è chiaro come il sole che la strategia è stata pensata con in mente un’ottica piuttosto ristretta rispetto a quello che è nel suo intero il mercato digitale, con problematiche diverse legate ai suoi molteplici aspetti. Viste le recenti compenetrazioni tra politica e mondo della distribuzione digitale (l’ex consulente marketing di Steam, Yanis Varoufakis, attualmente in forze al governo Greco), ci aspettavamo qualcosa che tenesse conto già in partenza anche delle specifiche esigenze del digital delivery videoludico, ma non è detto che questa fumosità non venga chiarita nelle prossime settimane.

Amazon dal primo maggio l’IVA si paga

Amazon dal primo maggio l’IVA si paga, è finita la pacchia del reverse charge

È finita l’era del risparmio dell’IVA legalizzato tramite Amazon. Dal 1 maggio la multinazionale degli acquisti online applica l’IVA italiana e non più il meccanismo del “reverse charge”.

Amazon

“Gentile Signore, riguardo al suo quesito in merito alla fattura dell’ordine XXX-XXX-XXXX, le confermo che ha trovato l’IVA addebitata nel suo ordine in quanto dal 1 Maggio 2015 Amazon ha aperto la succursale italiana. Pertanto, per tutti gli ordini effettuati dal 1 Maggio 2015 verrà applicata l’IVA italiana e non sarà più applicabile il meccanismo del reverse-charge”. Ecco la sintesi della e-Mail che Amazon ci ha inviato in risposta ad un nostro quesito.

É la conferma ufficiale della fine dell’era del risparmio dell’IVA legalizzato tramite Amazon. Lo abbiamo scoperto per caso, acquistando un prodotto per il nostro ufficio e sorprendendoci del fatto che la multinazionale degli acquisti online ci addebitasse l’IVA. Per noi non cambia nulla, perché depositeremo la fattura in contabilità e gestiremo l’IVA in fase di dichiarazione mensile.

Per molti furbi o presunti tali invece, la pacchia è finita. Da ora Amazon Italia addebiterà sempre l’IVA in fattura e quindi non sarà più possibile, per i detentori di Partita IVA, comprare oggetti di qualsiasi tipo e scaricare indebitamente l’imposta più odiata dagli italiani.

Dov’era il problema? Eravamo tutti abituati al fatto che Amazon Italia gestisse l’IVA con il meccanismo dell’inversione contabile (reverse charge), la stessa politica che si applica quando fai un acquisto aziendale all’estero.

Non c’era nulla di formalmente scorretto, perché l’e-Commerce faceva risultare che gli acquisti erano fatti direttamente con la sede di Lussemburgo. Il tutto ovviamente sollevando un fiume di polemiche e accuse di concorrenza sleale da parte di tutti i negozi online concorrenti.

Il problema vero era nell’applicazione pratica. Una volta che un cliente verificava la propria Partita IVA nel suo account – pratica che nei primi anni non era nemmeno troppo rigorosa – qualsiasi prodotto “Venduto e spedito da Amazon” diventava esentasse: scarpe, mobili, giocattoli, videogiochi, televisori, biancheria intima. Senza andare troppo per il sottile, perché ovviamente non sta al venditore verificare che il cliente abbia diritto di acquistare determinati oggetti come beni strumentali alla propria attività.

Ovvero, fino a ieri Amazon non aveva una partita IVA italiana, o se ce l’aveva, non la usava per la gestione delle vendite. Certo ci stupisce leggere queste parole, perché era davvero singolare che un’azienda senza succursale italiana gestisse comunque nel nostro paese enormi magazzini e centri di smistamento, oltre ad uffici prestigiosi nel centro di Milano. È davvero la fine di un’epoca, con buona pace dei furbi o presunti tali.

HP: il Cloud è un viaggio che muta in itinere

HP: il Cloud è un viaggio che muta in itinere

Il passaggio verso il Cloud è un processo complesso, che promette molto ma nasconde delle insidie. La chiave, secondo HP, è l’approccio ibrido per unire i vantaggi del cloud pubblico e del cloud privato e mantenere la giusta agilità e flessibilità”.

HPcloud

Durante i primi mesi del 2015 HP ha annunciato a più riprese varie novità per il panorama Cloud, con speciale attenzione al catalogo HP Helion: la società statunitense sta investendo molto nel Cloud, sin dal debutto dei servizi e dei prodotti Helion avvenuto la scorsa primavera. L’obiettivo che HP si prefigge è quello di aiutare le aziende nel difficile passaggio al Cloud, mettendo loro a disposizione tutta la flessibilità necessaria per affrontare la transizione nella maniera più fluida possibile. Flessibilità che per HP si declina nel paradigma di Hybrid Cloud, ovvero la possibilità di sfruttare contemporaneamente cloud privato e cloud pubblico o gestito in quei campi d’applicazione dove ciascuno dei due modelli risulta efficace.

Abbiamo avuto la possibilità di approfondire la strategia che HP sta portando avanti nel panorama Cloud intervistando Andrea Monaci, Cloud Marketing Director HP EMEA, il quale parte dall’assunto che il passaggio al Cloud è, per chi lo intraprende, un viaggio che muta in itinere: si parte con un’idea di percorso che però viene modificato e adeguato nel corso del tempo. Nell’accompagnare i clienti in questo viaggio la strategia di HP non è cambiata e si basa su due grandi pilastri, ovvero l’Hybrid Cloud da una parte e dall’altra parte i partner.

“I partner sono importanti perché il Cloud non è “one company does everything” ma è un gioco di squadra su tutti i clienti. Del resto l’IT è sempre stata così e i nostri partner spesso sono molto più vicini alle esigenze del cliente rispetto a noi che siamo semplici fornitori di tecnologia. Quello che noi dobbiamo fare, però, è far si che i partner siano in grado di fare Cloud per loro e per i nostri clienti. Alla fine è un viaggio anche per i partner, non solo per le aziende. HP dispone di un programma di partner selezionati, chiamato “Cloud Builder”, con i quali possiamo offrire training e bundle pensati appositamente per dare dimostrazione dell’offerta ai clienti, così come un programma di startup veloce con package più piccoli. Si tratta di un grosso investimento per noi, ma che sta portando i suoi frutti con alcuni grandi clienti che hanno compreso le potenzialità e sono passati alla fase operativa della transizione” afferma Monaci.

Monaci osserva come all’interno dell’enterprise esista un punto fisso rappresentato da uno scenario IT che è frutto di una stratificazione di investimenti, che in una maniera o nell’altra devono essere preservati. Questo punto fisso deve inevitabilmente essere armonizzato con gli altri punti fissi rappresentati dai trend consolidati del momento (mobility, social, big data e via discorrendo) che sono a loro volta supportati dal Cloud che funge da loro abilitatore e che hanno, altrettanto inevitabilmente, un impatto profondo sull’azienda. Questi trend vanno a toccare qualsiasi realtà poiché innescano un cambiamento nel modo di pensare dei clienti e nel modo in cui gli utilizzatori usano la tecnologia (anche internamente all’azienda) e affrontarli significa affrontare la digital transformation.

L’IT si trova quindi nella situazione di dover affrontare una trasformazione che coinvolge vari aspetti aspetti: la “mobilizzazione” delle app, le esigenze di sperimentazione veloce del dipartimento di R&D, gli strumenti SaaS per il dipartimento vendite e via discorrendo. L’IT riceve quindi una serie di richieste da tutta l’azienda e la prima cosa che può fare per rispondere a queste richieste è approntare un catalogo di servizi e, spiega Monaci, il Cloud non è altro che un catalogo digitale di servizi: “Vi sono però servizi che possono essere già pronti e preconfezionati sul mercato da parte di un vendor qualsiasi, mentre altri servizi possono avere una complessità tale da non esistere sul mercato. Il catalogo di cui sopra deve essere capace, pertanto, di poter creare quelle infrastrutture abilitanti ai servizi che mi servono in maniera automatica e in maniera ibrida, appoggiandosi cioè al public Cloud da un lato e al private o virtual private Cloud dall’altro”.

Popcorn Time incontra i primi ostacoli legali in Europa

Popcorn Time faceva tremare Hollywood quando iniziava a diventare popolare l’anno scorso. Ma adesso inizia a tremare il team alla base dell’applicazione pirata, dopo che un tribunale ha ordinato il blocco alle pagine web legate al servizio, sulle reti dei più grandi operatori internet del Regno Unito. In questo modo, vengono in qualche modo abbattute le certezze dei ragazzi che hanno progettato e proposto il “Netflix dei pirati”.

popcorn

Al raggiungimento del successo, uno degli sviluppatori sottolineava che il gruppo non manteneva alcuna informazione sui film o sui contenuti ad essi relativi. Tutte le operazioni venivano gestite da API automatizzate e nessun dato veniva salvato sui server proprietari. È stato uno degli aspetti più curati dal team, che ha consentito loro di non preoccuparsi di eventuali azioni legali. Almeno fino ad oggi.

Nel Regno Unito la Corte Suprema ha richiesto a Sky, BT, EE, TalkTalk e VirginMedia di impedire ai propri clienti l’accesso alle pagine web relative a Popcorn Time. L’inchiesta è stata voluta dai grossi nomi di Hollywood, e il suo verdetto finale sottolinea che “è evidente che Popcorn Time sia utilizzato per guardare contenuti pirata su internet, ed è altrettanto evidente che questo sia il suo scopo principale”.

E conclude: “Nessuno usa Popcorn Time per guardare contenuti disponibili legalmente”. Il blocco, così come voluto dalla giustizia britannica, appare però quanto meno inadeguato. Popcorn Time si basa su connessioni peer-to-peer fra gli utenti del servizio, e impedire l’accesso ai siti che permettono il download del client, non impedisce a sua volta la possibilità di vedere i contenuti in esso contenuti se già si ha l’applicazione installata.

Popcorn Time ha catturato sin da subito le attenzioni di pirati e dei proprietari di diritti d’autore. Ha aggirato quelli che erano i limiti dello streaming online, offrendo un servizio di elevatissima qualità basato esclusivamente su contenuti illeciti: la qualità audio-video dei contenuti proposti è solitamente molto alta, così come la velocità di download mai deludente. Anche la semplicità di navigazione nell’interfaccia è esemplare, ed è stata proprio questa la caratteristica che subito lo ha messo in diretto confronto con Netflix.

 

Le prime CPU Broadwell per sistemi desktop giungono sul mercato

i7

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Intel ha dato il via alla commercializzazione dei primi processori della famiglia Core basati su architettura di quinta generazione e destinati all’abbinamento con le schede madri socket 1150 LGA attualmente presenti in commercio. Vari rivenditori e assemblatori hanno infatti iniziato a fornire informazioni specifiche su configurazioni nelle quali rientrano queste nuove CPU.

Ci riferiamo ai modelli basati su architettura nota con il nome in codice di Broadwell, versioni costruite con tecnologia produttiva a 14 nanometri e in grado di assicurare un funzionamento complessivamente più efficiente, a parità di potenza di elaborazione, rispetto ai modelli Haswell di precedente generazione.

Tra le caratteristiche tecniche di questi processori si segnala in effetti proprio il ridotto consumo: le declinazioni quad core per sistemi desktop vengono infatti proposte con TDP pari a 65 Watt, valore che è già stato utilizzato in passato da Intel per altri modelli desktop. Quello che manca in questo caso sono le versioni con TDP attorno ai 95 Watt, quello che è indicato come consumo standard per un processore destinato a sistemi desktop.

Troveremo quindi presto sugli scaffali i processori Core i7-5775C e Core i5-5675C basati su architettura Broadwell, entrambi caratterizzati da TDP pari a 65 Watt e dall’utilizzo di GPU integrata della famiglia Iris Pro 6200 con 48 Execution units. In termini di specifiche tecniche dettagliate questi i dati dei due nuovi modelli per socket 1150 LGA:

  • Core i7-5775C: 4 cores, 8 threads; clock base 3,3 GHz, clock boost 3,7 GHz; cache L3 6 Mbytes; GPU Iris Pro 6200; TDP 65 Watt.
  • Core i5-5675C: 4 cores, 4 threads; clock base 3,1 GHz, clock boost 3,6 GHz; cache L3 4 Mbytes, GPU Iris Pro 6200; TDP 65 Watt.

Queste specifiche tecniche sono interessanti nel complesso ma nel confronto con i modelli Haswell a listino è evidente come questi ultimi, per quanto riguarda le proposte di fascia più alta, siano capaci di assicurare livelli prestazionali complessivamente più elevati grazie alle frequenze di clock superiori rese possibili proprio dal TDP di 88 Watt.

Ricordiamo come le nuove CPU Broadwell per sistemi desktop richiedano l’abbinamento con schede madri socket 1150 LGA basate su chipset Intel Z97 che siano state preventivamente aggiornate a livello di bios, scegliendone una versione per la quale il produttore abbia certificato la compatibilità con le nuove CPU.

 

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