Wikipedia non può diffamare il Moige

Wikipedia non può diffamare il Moige

Il Tribunale di Roma ricorda che, al limite, a diffamare potrebbero essere gli utenti. E se il Moige si è scontrato con i Wikipediani nel tentativo di apportare le modifiche alla propria pagina, la community ha saputo agire per adeguarsi alla legge.

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Wikipedia non può diffamare il Moige

La pagina di Wikipedia dedicata al Moige è negli anni evoluta, oggetto di discussione e dibattito fra gli utenti della Rete che hanno contribuito a plasmarla: piaccia o non piaccia al Movimento Italiano Genitori, non c’è modo di costringere Wikimedia ad intervenire per rimuoverla.

Era il 2011 quando il Moige aveva denunciato la Fondazione Wikimedia chiedendo la rimozione dalla pagina dedicata di alcuni stralci che ne avrebbero trasmesso un'”immagine negativa”, quella di un’associazione composta da un “manipolo di bigotti, antiliberali, antidemocratici e persino violenti”, “parificabile a quella di bigotti censori”. L’associazione, traspare dalla discussione relativa alla pagina, si scagliava in particolare con la mancanza di fonti a cui attribuire certe critiche relative alla sua presenza e pressione mediatica. Sollevava poi la necessità di rimuovere delle citazioni estratte da una precedente versione del sito ufficiale, nello specifico degli stralci di un corso di educazione sessuale che l’associazione, nel 2004, aveva ritenuto opportuno cancellare dal proprio sito.

Il Moige spiegava di aver inviato a Wikimedia “richieste scritte e diffide”, riferiva di aver “tentato di effettuare, sia prima che dopo l’instaurazione del giudizio, la procedura di modifica della pagina in contestazione secondo quanto previsto dal sito stesso dell’enciclopedia, il tutto senza l’esito auspicato ed il conseguente blocco dell’account degli utenti che avevano proceduto in tal senso per conto del Moige”. Non avendo sortito risultati il Movimento Genitori chiedeva al tribunale di intervenire per imporre a Wikimedia la rimozione della pagina in questione, per ottenere un risarcimento di 200mila euro che riparasse alla “descrizione proposta sulle relative pagine, asseritamente lesiva del nome, dell’immagine e della reputazione dell’ente”, da sommarsi a 1000 euro per ogni giorno di inadempienza. Non bastasse l’accusa di diffamazione, a supporto delle proprie istanze, il Moige invocava un non meglio precisato “diritto all’oblio, quale aspetto della riservatezza”, aspetto della riservatezza che spetta però ai motori di ricerca tutelare, come previsto dalla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Mentre gli utenti si mobilitavano per adeguare la voce in questione ai principi dettati dall’Enciclopedia Libera, Wikimedia era intervenuta per ribadire il proprio ruolo di hosting provider, neutro intermediario che si limita a ospitare contenuti creati dagli utenti che la popolano con gli strumenti che essa stessa mette a disposizione, e in quanto tale soggetta alla responsabilità solo nel momento in cui le venga richiesto di agire dall’autorità giudiziaria o da un’autorità amministrativa sulla base di quanto prescrive il noto Decreto legislativo 70/2003.

“La domanda di parte attrice deve ritenersi infondata e non può quindi essere accolta sotto alcun profilo”, ha stabilito ora il giudice monocratico Damiana Colla del Tribunale di Roma, che sottolinea come Wikimedia abbia descritto e inquadrato perfettamente la posizione di Wikipedia. “È evidente che l’hosting provider si pone in posizione neutra rispetto al contenuto delle informazioni inserite dagli utenti” spiega il giudice, che riconosce altresì che “incidere sulle voci enciclopediche pubblicate” sia un'”attività che rimane demandata esclusivamente agli utenti, al di fuori di ogni controllo preventivo e/o successivo” da parte di Wikimedia, come ben illustra il disclaimer.

Wikimedia, spiega il giudice, “chiarisce di non poter garantire in alcun modo la validità delle informazioni pubblicate, con una chiara presa di distanze dalla verità dei fatti riportati nelle singole voci”, elemento che la community si incarica di garantire: per questo motivo non si configura alcun tipo di condotta omissiva e si esclude la responsabilità della Fondazione a titolo di concorso nella diffamazione.

“Eventualmente responsabili di condotte diffamatorie sono infatti i singoli utenti, dei quali viene peraltro conservato dal provider l’indirizzo a scopo cautelativo”: il Moige potrebbe rivalersi su di loro, ma dovrebbe altresì riconoscere che la community ha saputo far evolvere la pagina dedicata, offrendo delle fonti e delle precisazioni che l’hanno avvicinata alla realtà dei fatti.

Il giudice riconosce che Movimento Genitori, come altresì raccomandato nel contesto del caso legale sollevato con l’accusa di diffamazione da parte di Cesare Previti e conclusosi a favore di Wikimedia, ha tentato di muoversi nella giusta direzione, operando nel contesto di Wikipedia, con gli strumenti messi a disposizione da Wikipedia. Se invece ha lamentato censure e ostruzionismo da parte dei Wikipediani, osserva il magistrato, potrebbe non aver compreso le regole che sorreggono l’Enciclopedia Libera: “occorre seguire le procedure ivi analiticamente descritte – ricorda al Moige il giudice – nulla evincendosi dagli atti circa la correttezza delle modalità seguite a tal fine da parte attrice”.

Wikimedia ha festeggiato la conclusione del procedimento ricordando alla Rete che “Wikipedia appartiene a voi, alla comunità globale che l’ha creata e che continua a farla crescere”. “La neutralità di Wikipedia – scrive la Fondazione – dipende dall’abilità di continuare a non farsi influenzare dai tentativi di raggirare le politiche e le procedure della comunità tramite azioni legali. Questa sentenza costituisce una vittoria per tutti i Wikipedians e per la libertà di espressione su Internet”. La pagina del Moige, ancora priva di riferimento rispetto alla decisione del Tribunale di Roma, non aspetta che di essere aggiornata.

Facebook non può difendere la privacy dei suoi utenti

Facebook non può difendere la privacy dei suoi utenti

La legge non prevede che il social network possa opporsi alla consegna dei dati degli account, se richiesti con un apposito mandato. Ma il tribunale comprende l’apprensione di Facebook: un account rivela più di una perquisizione.

Facebook non può difendere la privacy

Facebook invita i propri utenti ad alimentare la piattaforma con frammenti di vita, dettagli personali, conversazioni: si tratta di informazioni utili al social network per mirare ai target pubblicitari, si tratta di dati succulenti per le forze dell’ordine che stiano indagando. Facebook ha ora appreso di non poter difendere la privacy dei cittadini di cui macina dati su dati, nel momento in cui le autorità la chiamano in causa per collaborare alle indagini.

Il social network si era mobilitato lo scorso anno in seguito a una richiesta di informazioni da parte di un tribunale di New York, che aveva imposto nel 2013 la consegna di tutti i dati relativi a 381 account, tra email, conversazioni private e fotografie, potenzialmente utili alle indagini per smascherare dei falsi invalidi. Facebook aveva denunciato la sproporzione del mandato: non intendeva fornire dati personali relativi a tanti utenti, peraltro all’oscuro dell’operazione, e solo 62 dei quali raggiunti da accuse concrete. A supporto di Facebook si era dunque schierato un manipolo di colossi dell’IT, potenzialmente esposti ad analoghe richieste, affiancati da associazioni che si battono a tutela dei diritti dei cittadini.

Il tribunale di New York incaricato di valutare il ricorso di Facebook si è ora pronunciato: il social network, così come tutte quelle aziende che conservano e gestiscono dati dei cittadini, non ha voce in capitolo e deve rassegnarsi alla consegna dei dati. Il mandato emesso dalle autorità, a differenza di una subpoena emessa in abito civile, è paragonabile a un mandato di perquisizione, nonostante Facebook non sia passivamente sottoposta ad un controllo ma debba provvedere autonomamente a selezionare e organizzare i dati da fornire. Un mandato di perquisizione, ha sottolineato il tribunale, non si può discutere, non prima che venga messo in atto: sono gli utenti di cui sono stati consegnati i dati, al limite, a potersi rivolgersi a un tribunale per cercare di ottenere la distruzione delle prove raccolte illegittimamente perché non vengano impiegate nelle indagini.

La legge non prevede di poter accogliere le richieste di Facebook, ma il tribunale si mostra in parte solidale con il social network: “la decisione non significa che non comprendiamo le preoccupazioni di Facebook riguardo ai mandati che investano un grande numero di account o riguardo alla possibilità che le autorità conservino i dati per un tempo indefinito”. Si tratta evidentemente di preoccupazioni comprensibili da parte di un’azienda che cerca di difendere i propri utenti dai dati che loro stessi hanno condiviso confidando nella riservatezza del social network, dati che, osserva il giudice “comprendono informazioni personali più intime di quelle che si potrebbero ottenere perquisendo un’abitazione”.

HORNET, la rete a cipolla più veloce di Tor

HORNET, la rete a cipolla più veloce di Tor

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Una nuova rete anonimizzatrice promette di garantire la sicurezza della connessione assieme a una performance di rete molto superiore al solito circuito di Tor. Il Tor “next-gen” mette i bastoni tra le ruote alla sorveglianza.

Un team di ricercatori internazionale propone una tecnologia chiamata HORNET, sistema di “routing a cipolla” che si propone come alternativa al solito network di Tor capace di offrire una connettività migliore sia sul fronte della sicurezza che – anzi soprattutto – in fatto di performance velocistiche.

HORNET permette di stabilire canali di comunicazione anonimi end-to-end usando un’architettura di rete di nuova generazione, spiega il lavoro firmato da Chen Chen, Daniele Enrico Asoni, David Barrera, George Danezis e Adrian Perrig, operando a livello di rete (livello 3 dello standard ISO/OSI) e permettendo lo sviluppo di un ampio spettro di applicazioni telematiche.

Il segreto delle capacità di HORNET sta nell’efficienza del sistema, sostengono i ricercatori: diversamente dalle altre reti a cipolla (Tor), i router appartenenti a un circuito HORNET non mantengono gli stati sul flusso delle trasmissioni né eseguono operazioni di calcolo complesse, definendo una struttura che permette di scalare molto più facilmente verso l’alto con l’aggiunta di nuovi client.

Su HORNET lo stato delle connessioni (incluse le chiavi crittografiche) viene trasportato assieme agli header dei pacchetti di dati, così che i nodi intermedi della rete possano trasferire velocemente il traffico per un ampio numero di client.

In soldoni, un nodo HORNET è in grado di processare traffico di rete anonimizzato per 93 Gb/s; i dati sono protetti con un sistema di crittografia simmetrica, e l’aggiunta di nuovi canali anonimi incrementa le necessità di calcolo in maniera marginale. Per quanto riguarda la sicurezza, infine, HORNET protegge contro i tentativi di attacco e “de-anonimizzazione” costringendo gli eventuali attaccanti a prendere il controllo di “una significativa percentuale degli ISP” internazionali.

YouTube paga, ma Facebook incassa

YouTube paga, ma Facebook incassa

La campagna del social network per conquistare spazio nel settore della condivisione di video passa per lo sfruttamento di quelli del Tubo, caricati dai suoi utenti attraverso il player nativo.

Facebook e YouTube

La corsa di Facebook al mercato dello streaming ed il suo tentativo di imporsi come piattaforma per la condivisione di video si sta già scontrando con il grande dominatore del settore: YouTube. E a farne le spese, per il momento, sono gli autori.

A sollevare la polemica sono due YouTube Star che con il loro canale ci vivono: Destin Sandlin, che ha 2,8 milioni di abbonati al suo SmarterEveryDay e Grant Thompson, con oltre 4 milioni di iscritti al suo “The King of Random”.

Il canale di Sandlin ha basato il suo successo su video con piccoli esperimenti (come quello sull’atterraggio dei gatti) e spiegazioni scientifiche su fatti curiosi (come l’influenza della routine sulle capacità del cervello, meccanismo spiegato per esempio in un video sull’andare in bicicletta): l’ultimo della serie, dal titolo “TATTOOING Close Up (in Slow Motion)” avrebbe dovuto rappresentare il suo maggior successo svelando cosa succede sulla pelle durante un tatuaggio, tuttavia nonostante più di 18 milioni di visualizzazioni solo nei primi due giorni online gli introiti per Sandlin sono stati limitati.

Infatti il video è stato ripreso (scaricato e rippato) dalla rivista online Zoo dell’editore britannico Bauer Media e condiviso, senza i riferimenti al suo canale YouTube, attraverso il lettore nativo di video di Facebook: una pratica in realtà molto comune tra i giornali, come dimostrano per esempio le colonne di destra dei siti dei principali giornali italiani che fanno incetta di video di successo condividendoli con il proprio logo ed il proprio player sulle proprie pagine.

Per descrivere questo comportamento, il filmmaker Brady Haran nel suo podcast Hello Internet ha coniato il termine “Freebooting” (saccheggio) ritenendo che “violazione di diritto d’autore” non fosse una descrizione accurata, anche se la pratica rientra in maniera quasi da manuale in tale definizione: viene violato il diritto dell’autore nel riprodurre un’opera integralmente (dal momento che viene tagliata e distribuita sotto forma alternativa), la sua paternità (spesso non ci si premura neanche di riportare il nome dell’autore) e l’esclusiva di divulgazione, dal momento che viene preso dalla piattaforma in cui si trova, attraverso cui è peraltro condivisibile liberamente anche attraverso embed, per essere trasportata su una diversa piattaforma. Il termine freebooting, in ogni caso, è stato ripreso anche da Sandlin che lo ha spiegato con un video ad hoc.

Tale pratica, in poche parole e come evidente nel caso del video TATTOING Close Up, consiste nel prendere i video user-generated di YouTube e condividerli su diversi circuiti fuori dal controllo dei propri autori e dal sistema di visualizzazione di YouTube, che in base alla pubblicità legata ai singoli contenuti ed effettivamente mostrata remunera i propri autori amatoriali.

Con l’ingresso in campo di un colosso come Facebook gli equilibri di potere rischiano di essere del tutto sconvolti: così l’altra YouTube Star impegnata su questo fronte, Grant Thompson, testimonia di ricevere giornalmente email di suoi fan che lo avvisano di versione rippate dei suoi video che appaiono su Facebook. Un problema sostanziale per i suoi introiti: il video in cui mostra come fare mini-Lego con caramelle gommose ha ricevuto sul Tubo 600mila visualizzazioni, ma è circolato su Facebook nella versione rippata da un altro utente arrivando a 10milioni di visualizzazioni.

La beffa è che neanche chi lo ha rippato e caricato su Facebook ci ha guadagnato: mentre YouTube riconosce ai suoi autori una percentuale degli introiti generati dall’advertising, al momento il social network non associa pubblicità ai contenuti caricati, così i freebooter guadagnano solo in visibilità.

Questa situazione si è venuta a creare principalmente per le scelte tecniche di Facebook che, interessata ad ospitare i contenuti e non solo a diventare tramite di condivisione di video e articoli caricati su altre piattaforme, ha sviluppato un lettore che mette in una vetrina privilegiata i video condivisi tramite di esso e con l’opzione auto-play quando gli utenti scorrono la propria timeline: una scelta che l’ha portata, lo scorso settembre, a conteggiare più di un miliardo di visualizzazioni video al giorno e più di 4 miliardi già ad aprile scorso.

Lo scontro Google-Facebook, insomma, è inevitabile e si giocherà su più piani: al momento YouTube, piattaforma cresciuta anche grazie ad un primo periodo di sostanziale libertà di caricare video protetti da diritto d’autore, deve ancora trovare il metodo di business più remunerativo e trovare il modo per difendere i contenuti dei suoi utenti migliori senza compromettere la sua capacità di essere un mezzo di condivisione; Facebook da parte sua deve dimostrare di non servire solo ad ospitare contenuti potenzialmente virali, ma di poter essere una piattaforma video tout court.

Per farlo – come dimostrato proprio da YouTube – avrà bisogno principalmente di ingredienti: gli utenti che creino contenuti all’altezza e la fiducia da parte dei detentori dei diritti.

Così, mentre ha già annunciato un piano per iniziare ad introdurre advertising all’interno di alcuni video riconoscendo parte degli introiti agli autori, Facebook dovrà anche dimostrare che il suo strumento di identificazione di contenuti protetti da diritti di proprietà intellettuale, il noto Audible Magic, sia all’altezza del Content ID con cui YouTube ha progressivamente contenuto le denunce di violazione che hanno accompagnato la sua crescita. La sorte delle YouTube Star che minacciano querele potrebbe segnarne il destino.

 

Gmail, meno spam per tutti

Gmail, meno spam per tutti

spam gmail

Google annuncia importanti novità nell’ambito della lotta allo spam su Gmail, un problema che Mountain View intende affrontare con strumenti specifici sia per gli utenti finali che per le aziende che comunicano con gli utenti a mezzo posta elettronica.

Nel confermare il fatto che i suoi utenti non hanno particolari problemi con lo spam su Gmail, Google sostiene altresì di avere l’intenzione di ridimensionare ulteriormente il numero di missive spazzatura che, in media, già costituiscono appena lo 0,1 per cento delle email presenti nelle inbox Gmail.

L’identificazione delle email di spam su Gmail non è sufficientemente “perfetta”, sostiene Google, quindi la corporation di Mountain View ha pensato a un paio di nuove soluzioni per incrementare le percentuali di riconoscimento fin dove è possibile.

La prima soluzione al (poco) grave problema dello spam su Gmail si chiama Gmail Postmaster Tools, uno strumento pensato per quelle aziende che inviano un gran numero di email legittime ma corrono comunque il rischio di finire nella cartella “Spam” della mailbox dell’utente.
Grazie a Gmail Postmaster Tools, alcune aziende “altamente qualificate” nella pratica del mass mailing legittimo avranno accesso a informazioni riguardanti gli errori nella consegna delle missive, rapporti sullo spam e la “reputazione” del business. Il tutto, beninteso, per applicare tutte le “best practice” necessarie a non finire più nella cartella Spam.

Per quanto riguarda gli utenti finali, invece, gli aggiornamenti anti-spam di Google sono automatici e includono l’impiego di una rete neurale artificiale per l’identificazione e il blocco di quelle email spazzatura particolarmente difficili da gestire, nuovi algoritmi di machine learning per una gestione più intelligente e personalizzata delle newsletter e una capacità migliorata per identificare mittente fasulli o impostori.

Lampi di Cassandra/ Maledetti Hacker reloaded

Lampi di Cassandra/ Maledetti Hacker reloaded

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Borse ferme e aerei a terra: i giornalisti della TV estiva invocano maledetti hacker. Mentre le conseguenze della violazione ai danni dei sistemi di maledetti cracker al soldo dei governi passano quasi inosservate.

Settimana calda per i 24 incombustibili lettori: non ovviamente in senso meteorologico. Non interessa più di tanto parlare nello specifico degli eventi “digitali” che hanno reso la settimana incandescente in senso informatico.
In primis la diffusione di “informazioni riservate” di una nota ditta milanese specializzata nella produzione di… beh, di “captatori informatici”, che è stata appunto hackerata da dei maledetti hacker, che hanno messo in giro un interessante file di 400 GB; sulle possibili conseguenze della divulgazione di questo materiale, ha ben argomentato Matteo Flora.

Non interessa nemmeno direttamente la notizia che la borsa di New York sia andata in tilt e si sia bloccata per ore a causa di problemi informatici.

Non interessa nemmeno che la United Airlines abbia per motivi simili dovuto mettere a terra i suoi aerei per la seconda volta in un mese.

L’attenzione di Cassandra è stata attratta da quello che è passato in TV (le testate giornalistiche stavolta si sono comportate meno peggio).
Della sfrenata ricerca (non caccia) dei maledetti hacker.

Dotti tuttologi denunciavano che erano stati gli hacker, e che comunque se non lo erano stati lo sarebbero stati la prossima volta perché “tutto è hackerabile” (interessante concetto, scaturito probabilmente per caso come nella storiella della scimmia che batte sulla macchina da scrivere).
Giornalisti che intervistavano chiunque, pregandolo quasi in ginocchio, per favore, di dire che erano stati i maledetti hacker. O se non loro i cyberterroristi. Di non rispondere che fosse stato un bug di un software od il guasto di un router in sistemi ormai ipercomplessi e difficilmente gestibili, come quelli del trading ad alta velocità o dello smistamento bagagli. Per carità, che non fosse un “semplice” guasto.

Niente notizia per i “giornalisti”, in questo caso.
Più che di caccia ai maledetti hacker, si potrebbe parlare di questua per un hacker, anche piccolo piccolo e nemmeno tanto cattivo, da poter mettere in prima pagina… Invece niente! Poveri giornalisti con tutte quelle pagine e tutti quei minuti da riempire…

Nel frattempo, quello che era successo alla nota ditta milanese gravitava tra gli addetti ai lavori, ma le conseguenze della violazione rimanevano estranee, benché facilmente comprensibili anche ai non informatici.
È un po’ come se avessero rubato qualche quintale di plutonio già confezionato in semisfere cave.

Ma son dettagli. Date a quei poveri giornalisti qualche maledetto hacker.
Lo hanno chiesto persino ad Obama!

OpenSSL, bug critico di giornata

OpenSSL, bug critico di giornata

open-sslOpenSSL, bug critico di giornata..

I ricercatori identificano l’ennesimo bug critico di OpenSSL, libreria vitale e super-bucata per le comunicazioni sicure su canali HTTP. Il rischio, in questo caso, non è a livello di Heartbleed.

OpenSSL ha un nuovo bug, una vulnerabilità potenzialmente sfruttabile per bypassare la protezione crittografica delle comunicazioni HTTPS. Almeno questa volta, però, il rischio non è così grave e i cyber-criminali non avranno a disposizione una nuova arma di “distruzione di massa telematica” sul genere di Heartbleed e piaghe similari.

Il nuovo baco (CVE-2015-1793) consiste in un controllo errato della legittimità di un certificato di sicurezza SSL/TLS, un mancato check-up che potrebbe portare all’abuso di un certificato autentico per la generazione di uno fasullo: il secondo certificato verrebbe considerato come autentico, e il cyber-criminale in questione potrebbe sfruttarlo per impersonare un qualsiasi sito Web per compromettere le comunicazioni e i dati dell’utente.

La vulnerabilità che si presta ad attacchi di tipo man-in-the-middle è stata scoperta dagli sviluppatori di BoringSSL, implementazione alternativa di OpenSSL con cui gli ingegneri di Google vorrebbero porre fine ai tanti problemi di sicurezza emersi in questi mesi e anni nella libreria crittografica più (ab)usata di Internet.

Fortunatamente per la sicurezza della suddetta Internet, però, la vulnerabilità CVE-2015-1793 è presente all’interno di versioni di OpenSSL usate raramente nei sistemi operativi enterprise e in particolare nelle release 1.0.2c, 1.0.2b, 1.0.1n e 1.0.1o.

Questa volta la superficie di attacco risulta essere ridotta, sul fronte del Web, mentre rischi sussistono per quelle app e quei software sviluppati individualmente e quindi potenzialmente basati su una versione di OpenSSL vulnerabile. In casi del genere la responsabilità dell’aggiornamento è ovviamente tutta dello sviluppatore.

 

Software house di Star Citizen apre nuova sede

Software house di Star Citizen apre nuova sede di sviluppo a Francoforte per CryEngine

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Il nuovo ufficio tedesco contribuirà allo sviluppo di Star Citizen e di Squadron 42. I veterani di questo team costituiranno un valore aggiunto dai punti di vista della programmazione, del gameplay per la parte da FPS e per la componente.

Cloud Imperium Games annuncia ufficialmente l’apertura di una nuova sede di sviluppo a Francoforte, in Germania. In questa sede lavorano ingegneri, artisti e designer, e molti di loro hanno diretta responsabilità sulla tecnologia grafica CryEngine su cui Star Citizen è basato. Non a caso la software house responsabile di CryEngine, Crytek, ha anch’essa sede a Francoforte.

“Alcuni tra i principali sviluppatori al mondo si trovano in questa città”, ha detto il direttore del progetto, oltre che creatore di Wing Commander e Freelancer, Chris Roberts. “Siamo estremamente lieti di averli nella nostra squadra. La loro esperienza con CryEngine per noi si concretizzerà in risultati molto importanti in futuro. Il loro contributo è già evidente nella parte single player di Star Citizen, Squadron 42, e nei primi elementi da FPS”.

La sede di Francoforte dunque sembra essere orientata principalmente alla collaborazione con il fornitore della tecnologia grafica, Crytek. Ma sicuramente anche per sopperire alle difficoltà incontrate nello sviluppo della parte da sparatutto in prima persona di Star Citizen, che a oggi risulta fortemente in ritardo rispetto alle promesse iniziali.

L’ufficio si trova nella parte ovest di Francoforte in un nuovo complesso commerciale vicino al centro congressi della città. Attualmente è formato da 21 persone, ma si prevede che tale numero salga a 50 entro la fine dell’anno.

“È un sogno che diventa realtà per tutto il nostro team”, ha dichiarato Brian Chambers, direttore dello sviluppo presso la nuova sede tedesca. “È eccitante lavorare su un progetto ambizioso come Star Citizen. Il nostro team è piccolo ma stiamo crescendo rapidamente, reclutando in tutta Europa. Abbiamo alcune idee molto interessanti sulla tecnologia, che pensiamo saranno molto gradite dai nostri fan. Ne parleremo molto presto!”

Star Citizen viene finanziato tramite crowdfunding e da ottobre 2012 ad oggi ha raccolto oltre 84 milioni di dollari. Viene riconosciuto dal Guinness World Record come il progetto che ha raccolto più soldi in assoluto dal pubblico. Cloud Imperium Games Corporation è invece una sussidiaria della Roberts Space Industries Corp. fondata nell’aprile 2012. Conta due sedi principali: a Los Angeles e ad Austin.

Microsoft annuncia Minecraft: Windows 10 Edition Beta

Microsoft annuncia Minecraft: Windows 10 Edition Beta

Minecraft

La nuova versione dedicata a Windows 10 sarà disponibile dal prossimo 29 luglio e potrà essere scaricata gratuitamente da tutti coloro che possiedono già la versione basata su Java.

Gli oltre 20 milioni di giocatori che hanno già acquistato la versione originale basata su Java potranno procedere gratuitamente al nuovo download, mentre chi non lo ha ancora fatto troverà Minecraft: Windows 10 Edition Beta su Windows Store a partire dal 29 luglio al prezzo di $10. Si tratta del primo passo verso la creazione di una versione unificata di Minecraft, accessibile allo stesso modo da ogni piattaforma.

Tutte notizie che si apprendono dal blog di Windows e che ovviamente sono propedeutiche all’arrivo della versione definitiva dello stesso Windows 10. Minecraft ora è disponibile su una moltitudine di formati, ovvero Windows, Mac, Windows Phone, iOS, Android, Xbox 360, Xbox One, PS3, PS4 e PS Vita, e su ciascuna di queste piattaforme sono disponibili le due modalità di gioco principali: Creativa e Sopravvivenza. La prima serve a esprimere la creatività dei giocatori, la seconda a costruire al fine di proteggersi dagli attacchi dei mostri.

La nuova versione consente di giocare con altri sette amici all’interno della stessa sessione di gioco, sia online che in multiplayer locale. I giocatori possono scegliere anche il loro schema di controllo preferito, passando in qualsiasi momento dalla modalità touch ai controlli con gamepad o tastiera. All’interno dell Windows 10 Edition c’è anche il GameDVR integrato per condividere online i momenti di gioco e non mancano meccanismi di feedback che i giocatori possono usare per contribuire allo sviluppo di Minecraft.

Ma non sono le uniche novità a proposito di Minecraft, visto che nel fine settimana si è svolto a Londra il Minecon 2015, organizzato da Mojang per condividere con i fan tutti i più recenti sviluppi sulle caratteristiche di gioco di Minecraft.

Mojang si è concentrata soprattutto sulla dimensione finale del gioco, che sarà nettamente ampliata rispetto alla versione attuale. Il Drago dell’End sarà molto più difficile da sconfiggere e potrà essere rianimato creando e collocando dei cristalli sulla sommità di una serie di pilastri. La dimensione finale non si costituirà solo di un’isola, ma di tante isole che sarà possibile raggiungere solo dopo aver trovato quello che Mojang definisce “The End Gateway”.

Molte mod l’hanno già introdotta, ma sarà presto presente anche nella versione di base di Minecraft. Ci riferiamo alla modalità dual-wielding, ovvero alla possibilità di usare due attrezzi o due armi contemporaneamente, uno per mano. I giocatori potranno così andare in giro, ad esempio, con una torcia e un’ascia, con una spada e uno scudo o, ancora, con due scudi.

Le frecce spettrali, invece, permetteranno di evidenziare gli oggetti e di scorgerli dalla distanza. Quando saremo colpiti da una di queste frecce, inoltre, sarà pressoché impossibile scappare dal nemico.

Al Minecon 2015 è stato mostrato anche il trailer di Mincecraft: Story Mode, la nuova serie a episodi di Telltale che conferirà a Minecraft una connotazione narrativa. Mojang e Telltale stanno lavorando insieme su questo progetto, in modo da individuare una storia che possa rispettare il concetto di gioco originale. Anche alcuni storici membri della community di Minecraft stanno offrendo il loro contributo in modo da rendere “la Story Mode il più possibile aderente a Minecraft”.

I giocatori prenderanno il controllo di Jesse, un personaggio inserito nell’universo di Minecraft. Jesse è inesperto in Minecraft e impara a conoscere questo vastissimo universo grazie all’aiuto di altri suoi amici con maggiore esperienza.

Hacking Team, rivelazioni a mezzo cracking

Hacking Team, rivelazioni a mezzo cracking

Hacking Team

L’azienda italiana specializzata in software di sorveglianza cade vittima di un’azione di cracking devastante, con la fuoriuscita di centinaia di Gigabyte di materiale. Tutte le collaborazioni esposte in Rete.

A quanto pare Hacking Team risulta irrimediabilmente compromessa, con 400 Gigabyte di dati a spasso per Internet (sui file locker come Mega, su BitTorrent, ovunque…) contenenti record audio, email, codice sorgente, credenziali di accesso e chi più ne ha più ne scarichi.
Un’autentica débâcle, insomma, che solleva più di un dubbio sull’affidabilità di una proposta commerciale impiegata da soggetti coinvolti nel monitoraggio dei cittadini di mezzo mondo.

Hacking Team, inoltre, si “vende” come proponente di una sicurezza di tipo “offensivo”, sebbene l’azienda precisi che tale pratica esclude i governi oppressivi e i regimi totalitari. Dai 400 succitati Gigabyte emerge che fra i partner di HT figurano le autorità di Egitto, Arabia Saudita, Oman, Libano, Mongolia, Russia, Stati Uniti (Datagate) e anche Sudan, rapporto commerciale che al momento risulta “not officially supported” e che l’azienda aveva pubblicamente negato di intrattenere anche perché per il paese vigono particolari sanzioni commerciali. Anche l’Italia, assieme a Germania, Spagna e Svizzera, compare tra i clienti di HT.

Non bastasse questo ad attentare alla reputazione di una società già definita da Reporter Senza Frontiere come “nemica” di Internet, il materiale comparso online – e diffuso tra l’altro dall’account Twitter di HT, anch’esso compromesso fino a poco fa – evidenzia una tendenza all’uso di pratiche di opsec a dir poco lasche da parte dei dipendenti di HT, con password non troppo sofisticate usate a protezione degli account email. Gustosa, infine, una lista di link a YouPorn, segno evidente che gli ingegneri dell’azienda erano abituati a unire il dovere al piacere.

Da un account Twitter, colui che si presenta come il dipendente di Hacking Team Christian Pozzi sembra essere intervenuto per abbozzare delle prime risposte: l’account è però stato compromesso e ora risulta rimosso.

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