Linux Mint 17.1 “Rebecca”

 

Descrizione: Linux Mint è una distribuzione GNU/Linux per personal computer, conosciuta per la sua facilità d’uso e per la semplicità di installazione. Si basa su Ubuntu (a sua volta basata su Debian) e usa sia repository propri sia quelli di Ubuntu. Attualmente Linux Mint viene distribuito ufficialmente in 4 versioni desktop: Cinnamon, Mate, Kde e Xfce.

Ultima versione: Linux Mint 17.1, codename “Rebecca”

Basata su: Debian, Ubuntu (LTS)

Origine: Ireland

Architecture: i386, x86_64

Desktop: Cinnamon, GNOME, Kde, Mate, Xfce

Pacchetti: La distribuzione utilizza pacchetti software in formato .deb e adotta come gestore degli stessi il programma da riga di comando APT (Advanced Packaging Tool). In ambiente grafico il programma deputato alla gestione dei pacchetti è Synaptic.

Curiosità: Linux Mint, fin dalla sua prima release, usa nomi femminili per il nome in codice delle sue versioni.

Sito Ufficiale: Linux Mint

YouTube, via alle televendite

YouTube, via alle televendite

Intrattenimento al servizio degli acquisti, con schede dei prodotti e link agli store presentati nel contesto dei video. YouTube è alla continua ricerca di pubblicità di valore.

YouTube

Mentre il protagonista del video intrattiene le platee illustrando le qualità degli ultimi ritrovati dell’azienda che rappresenta, delle schede si sovrapporranno alla clip: si tratta di descrizioni dettagliate dei prodotti, corredate di link diretti ai siti dei venditori. YouTube ha comunicato agli inserzionisti nuove opportunità per convertire gli sprazzi d’attenzione degli spettatori in acquisti d’impulso.

Il programma TrueView for shopping, che sarà lanciato nei prossimi mesi, si basa sul sistema delle schede presentato di recente per sostituire le annotazioni: offrendo all’inserzionista la possibilità di personalizzarne i contenuti e garantendo le visualizzazioni anche su piattaforme mobile, si configura come l’ennesimo tentativo di monetizzare le sconfinate platee del Tubo con dell’advertising che possa convincere gli inserzionsti ad investire di più.

Google propone così l’integrazione tra YouTube e il proprio Merchant Center, la piattaforma che consente ai venditori di gestire la propria visibilità e le proprie attività trasversalmente entro i servizi di Mountain View: in questo modo i venditori potranno articolare le proprie campagne anche attraverso i video e le schede correlate, disseminando i prodotti nelle clip anche sulla base delle caratteristiche dell’utenza.

I test preliminari condotti da Google con partner che operano nel settore della cosmetica e dell’arredamento hanno offerto risultati soddisfacenti: i consumatori hanno mostrato attenzione nei confronti dei brand e interesse nei confronti degli acquisti più di quanto sia avvenuto con le precedenti campagna sviluppate su YouTube.

The Pirate Bay, l’idra perde una testa

The Pirate Bay, l’idra perde una testa

Uno dei domini registrati dai nocchieri della Baia è stato bloccato, in violazione delle policy del registry che lo gestisce. Ne restano cinque, e forse più.

The Pirate Bay

La ciurma della Baia dei Pirati lo aveva previsto: dei domini messi provocatoriamente in campo per fare fronte al sequestro dei siti associati a TLD svedesi, uno è già stato abbattuto.

È il dominio di primo livello .gs il primo a cadere, così come era avvenuto in precedenza per un’infinità di lidi presso cui il galeone pirata aveva gettato le ancore: reso operativo dopo il sequestro decretato dalla giustizia svedese nei giorni scorsi, il registry che gestisce i domini della Georgia del Sud lo ha evidentemente ritenuto incompatibile con le proprie policy.

La stessa sorte potrebbe toccare anche agli altri domini dell’idra pirata, ma i nocchieri di The Pirate Bay ostentano sicurezza e promettono di non rinunciare al gioco del gatto col topo ingaggiato con le autorità: “Abbiamo altri nomi a dominio, se dovessero essere necessari – dichiarano a TorrentFreak – Siamo più forti che mai e difenderemo il sito fino alla fine”.

Chi invece ha scelto di confrontarsi con la giustizia per difendere la propria fedina penale in relazione ai domini della Baia è Fredrik Neij, parte del nucleo fondatore del sito originario: è stato il suo nome a permettere al tribunale di Stoccolma di decretare il sequestro di thepiratebay.se e piratebay.se, dopo una lunga battaglia con l’organizzazione che gestisce i TLD svedesi, intenzionata a non assumersi la responsabilità di intervenire. Neij, che sta scontando la propria pena per il primo caso The Pirate Bay, è stato identificato come intestatario dei due domini: nel 2009 era stato diffidato dal gestire qualsiasi tipo di attività legata alla Baia e ricorrendo contro la decisione del tribunale di Stoccolma intende dimostrare la propria estraneità rispetto alle sorti di The Pirate Bay dopo la sua condanna. Se riuscisse nel proprio intento, verrebbero a decadere gli appigli legali a cui il tribunale si è aggrappato per mettere fuori gioco thepiratebay.se e piratebay.se.

Twitter, Gasparri e le ingiurie cinguettate

Twitter, Gasparri e le ingiurie cinguettate

Denunciato per un messaggio diretto ripubblicato dal destinatario vittima dell’offesa, il politico dovrà presentarsi davanti al giudice. Gasparri minimizza: le offese sono pane quotidiano.

Twitter

Il Senatore di Forza Italia e vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri dovrà rispondere delle accuse di ingiurie mosse contro di lui. In Italia, si tratto del primo caso aperto per offese a mezzo Twitter.

Ci sono momenti in cui anche il più strenuo sostenitore della libertà di espressione online barcolla; ci sono cose che possono fare infuriare invocando l’intervento delle autorità e strepitare denunce; troll o cyberbulli, piccoli insulti ed angherie che possono mandare su tutte le furie anche il più convinto dei voltairiani. Ed il politico italiano Maurizio Gasparri fa decisamente parte di questa lista. Nonostante ricopra un ruolo istituzionale di altissimo rilievo, il Vicepresidente del Senato si contraddistingue per un atteggiamento informale su Twitter, che più di una volta l’ha visto al centro di polemiche ed imbarazzo: Gasparri, d’altro canto, non sembra disposto ad accettare le provocazioni e le critiche a cui la sua visibilità lo espone, e finisce per dare sfogo alla propria aggressività, senza esclusione di colpi per account fake, tra cui Puffo Brontolone, adolescenti ed oppositori politici.

Proprio in quest’ultima categoria alla fine Gasparri ha trovato pane per i suoi denti e lo scambio di tweet che l’ha visto protagonista con Riccardo Puglisi, ricercatore di Economia alla facoltà di Scienze Politiche di Pavia e oggi nella direzione nazionale del movimento politico di Corrado Passera “Italia Unica”, gli costa ora un rinvio a giudizio.

Il tutto parte da un cinguettio in cui il Senatore Pdl nel 2013 attaccava Ciampi, accusato di aver affondato la lira e cancellato il 41 bis ai boss. Da lì lo scambio di tweet è degenerato, fino all'”Ignorante presuntuoso mi fai vomitare” di Gasparri nei confronti di Puglisi. In quell’occasione, tuttavia, a minacciare il ricorso alle autorità era stato lo stesso Gasparri: secondo il suo racconto si era rivolto al Questore, che a quanto pare non ha ascoltato le sue rimostranze.

Successivamente è stato tuttavia Riccardo Puglisi a ricorrere alla giustizia, trovando nella procura di Pavia un interlocutore pronto ad accogliere le sue istanze. Ad essere contestato a Gasparri è il reato di “ingiuria” che punisce chi offende “l’onore o il decoro di una persona presente, o lo fa mediante comunicazione telegrafica o telefonica, con scritti o disegni, diretti alla persona offesa”. Per questo Gasparri rischia una reclusione fino a 6 mesi o un’ammenda di 516 euro.

Ora Maurizio Gasparri dovrà presentarsi davanti al Giudice di pace (l’udienza è prevista per il prossimo 21 settembre).

Prima di questo episodio, d’altronde, Gasparri si era già fatto notare per la deriva legale di un altro scambio di insulti, quello con il giovane rapper Fedez: questo gli ha chiesto 100mila euro di danni per avergli dato del coniglio, Gasparri ne ha rivendicati 500mila per essere stato definito “maiale”.

Per il momento Gasparri, dopo essersi scusato “preliminarmente” per i toni utilizzati nella discussione, si appella al surreale: “È una sciocchezza. Se va avanti questa inchiesta, chiederò che si facciano processi per tutti quelli che mi hanno insultato finora. Potrei campare di rendita con tutte le offese che ho ricevuto. Non l’ho fatto finora, ma se è così, ne faccio un caso. E vediamo come finisce”.

Belgio: i cittadini si difendano da Facebook

Belgio: i cittadini si difendano da Facebook

Il social network è nuovamente ammonito al rispetto delle leggi locali, mentre i netizen dovrebbero attrezzarsi contro il tracciamento. Facebook, dal canto suo, fatica a confrontarsi con i particolarismi europei.

facebook belgio

Le autorità che vigilano sulla privacy del Belgio, che guidano una coalizione di authority europee negli accertamenti sui comportamenti di Facebook nel quadro normativo che tutela i diritti dei netizen comunitari, non intendono ammorbidire la propria posizione nei confronti del social network: Facebook traccia gli utenti senza avere ottenuto alcun consenso esplicito, anche attraverso soluzioni tecnologiche non pienamente trasparenti, e se non recepirà le raccomandazioni dovrà affrontare le conseguenze del caso.

Ultimo atto della battaglia ingaggiata dalle autorità del Belgio nei confronti del social network, è un corposo documento che ripercorre i comportamenti di Facebook e li mette a confronto con la legge, per dispensare ammonimenti nei confronti della piattaforme e suggerimenti a favore di amministratori di siti e utenti.

Basato sulla recente analisi condotta nel contesto belga a proposito delle pratiche di tracciamento a mezzo social plugin e alla possibilità di sfruttamento dei dati degli utenti introdotte con l’aggiornamento delle policy del social network, il documento del Garante belga sbaraglia qualsiasi recriminazione avanzata da Facebook: la disseminazione dei cookie presso i non utenti e la raccolta dei dati attraverso i social plugin non è lecita senza un’informativa trasparente e senza il previo consenso del netizen. Fino a quando Facebook non avrà apportato le opportune modifiche, la pratica dovrà essere sospesa.

Nel frattempo, raccomanda il Garante belga, gli amministratori dei siti che intendono integrare i plugin social di Facebook devono provvedere a informare adeguatamente gli utenti dei rischi per la privacy a cui vengono sottoposti e ottenere il loro consenso, eventualmente sfruttando gli strumenti tecnici già a loro disposizione.
A favore degli utenti, l’authority suggerisce poi di impiegare funzionalità dei browser come add-on o la navigazione privata per tutelarsi dall’invasività del social network.

“Siamo a un punto di rottura” ha commentato il presidente dell’authority Willem Debeuckelaere, suggerendo come per Facebook sia arrivato il momento di adeguarsi, o di affrontare lo scontro con le istituzioni. Facebook, per voce del vertice europeo della divisione che si occupa di policy sulla privacy Stephen Deadman, si mostra convinta di doversi adeguare al solo quadro normativo del paese in cui ha sede, vale a dire l’Irlanda, con le sue specificità. Almeno fino a quando l’Europa non avrà sviluppato un contesto legislativo armonico e comune, come previsto dalla strategia volta a creare un vero Mercato Unico Digitale.

 

Giochi Senza Frontiere: l’Europa del Single Digital Market

Giochi Senza Frontiere: l’Europa del Single Digital Market

Single Digital Market

Circa una settimana fa, la Commissione Europea ha dato il via alla prima grande misura dedicata all’unificazione del mercato digitale: l’attuazione del cosiddetto “Single Digital Market“, secondo i piani del presidente Jean-Claude Juncker, dovrebbe contribuire a facilitare il commercio digitale allo stesso modo di quanto già avviene (o perlomeno DOVREBBE avvenire, sulla carta, salvo fluttuazioni di IVA completamente sbilanciate) per lo scambio di merce fisica.

Di base, il nocciolo della questione è questo: se già le merci fisiche possono essere liberamente scambiate tra le nazioni europee (esempio: posso acquistare da Amazon un prodotto presente in Inghilterra e farmelo spedire sotto casa in pochi giorni), perchè lo stesso non è stato sinora possibile con buona parte dei contenuti digitali? Alcuni esempi: servizi di streaming come Hulu, Netflix o il più vicino iPlayer della BBC. Tutti questi servizi sono soggetti al cosiddetto blocco geografico, ossia l’impossibilità di accedere ai programmi da aree geografiche non previste, spesso a causa di mancati accordi sui diritti di distribuzione, ma molto più spesso a causa di decisioni arbitrarie. In mezzo ai 350 miliardi di euro di incremento stimato sul valore del mercato digitale Europeo, tuttavia, ci sono anche esempi a noi giocatori più familiari, come ad esempio quello dello Store EA: di base, senza l’uso di VPN, non è possibile effettuare acquisti se non nella versione locale dello store (quella italiana per l’Italia, quella francese per la Francia e via dicendo), ma questo non sarebbe stato un problema se i prezzi dei titoli fossero stati uniformi. Così non è, tuttavia, e in questo caso, l’abbattimento della barriera digitale geografica potrebbe venire incontro a coloro che da anni speravano ormai nell’uniformazione dei costi sui titoli in digital delivery.

Ovviamente, visto che questo blog tratta principalmente di videogame, poco c’interessa dello streaming digitale come (anche se, personalmente, ho molto gradito la notizia in combinazione con le prime avvisaglie dell’arrivo in Italia di Netflix), e molto di più invece è quanto possiamo discutere sul campo degli store online come Steam o Origin.

Quella in atto è una vera e propria ventata di cambiamento verso l’apertura delle barriere di distribuzione tecnologica, e a quanto pare, inoltre, noi europei non siamo i soli che hanno iniziato ad intravederla. Persino Nintendo, muovendosi su un terreno decisamente più ostico, ha infatti iniziato a parlare di rimuovere i blocchi regionali. Tuttavia, tra geo-blocking e region locking c’è un briciolo di differenza che è bene chiarire:

Geo-Locking, altrimenti detto blocco geografico: avete presente la fastidiosa scritta che compare sui canali Youtube?

Ecco, questo è in soldoni il geo-locking, ossia un barbatrucco digitale basato sull’IP dell’utente, che, comunicando col server, viene intercettato e indirizzato ad una versione specifica della pagina richiesta, laddove non esista una “master-page” indipendente dalla regione. Questo, ovviamente, è il caso della maggior parte degli store digitali come Origin, e visto che non stiamo parlando solo di condivisione video, ma di prodotti il cui prezzo è spesso e volentieri sbilanciato al ribasso in certe regioni (probabilmente per motivi di costi di gestione e distribuzione dei prodotti in tali zone), viene naturale, come giocatori, chiedersi perchè essere limitati a dover acquistare sullo store locale quando, di base, internet dovrebbe offrire per sua stessa definizione la libertà di scelta.

Essenzialmente ciò che si sono chiesti anche Juncker & co., la cui risposta ha però gettato un ulteriore dubbio a cui arriveremo fra poco…

Region Locking: in questo caso si tratta perlopiù di una funzionalità legata all’hardware del dispositivo su cui siamo intenzionati a far girare il nostro contenuto (anche se non mancano esempi software). La classica distinzione tra dischi PAL, JAP e NTSC, ad esempio, rientra in questa categoria, e di solito è trattata a livello di macroregione, anzichè locale come il geo-locking (sotto quest’ottica, il geo-lock è un caso specifico del region-lock, limitato alla distribuzione digitale). Tra le varie compagnie operanti sia come produttori hardware che software, negli ultimi anni Nintendo si è rivelata la più restia ad abbandonare il concetto di region-lock, ma le ultime interviste sembrano indicare che il vento sta cambiando anche per la casa di Kyoto, cosa che a sua volta potrebbe portare anche ad un’abolizione del geo-lock digitale, consentendo agli utenti di acquistare da un unico store globale.

L’idea di base, quindi, sembrerebbe buona, e se persino le case di sviluppo principali sembrano supportare il concetto di rimozione delle barriere tra giocatori, perchè non gioirne istantaneamente?

Essenzialmente, per due motivi.

Il primo è legato ad un semplice dubbio (quello di cui vi accennavamo qualche riga sopra): se gli store digitali verranno uniformati, e all’utente non verrà più proposta una pagina locale con prezzi diversi a seconda della regione, al publisher non resterà che livellare i propri prezzi. Su quale base avverrà questo? Esempio: i prezzi dello store EA Polacco sono da sempre i più bassi d’Europa, il che aveva sinora spinto alcuni giocatori ad utilizzare VPN o mezzi simili per accedere alla pagina regionale, risparmiando discrete percentuali sull’acquisto dei titoli. Con l’avvento del Single Digital Market, il resto degli store regionali Origin si uniformerà a quello polacco come prezzi? Oppure EA si limiterà ad alzare il prezzo ai più bassi e festa finita per tutti?

L’incognita al momento resta, e senza una normativa chiara e univoca per tutti, il rischio è quello di trovarsi in un far west economico in cui molti utenti si troveranno a dover ingoiare il rospo di prezzi più alti per compensare il ribasso di altre regioni (nella migliore delle ipotesi).

Il secondo problema che rischia di emergere è legato a questioni di copyright, diritti di distribuzione e localizzazione. Essenzialmente, l’accordo sul Single Digital Market potrebbe costringere tre quarti delle aziende che operano nel settore a rivedere i propri accordi di distribuzione locale. Esempio: una serie tv presente su uno store digitale locale ma non caricata nel server di un’altra regione in quanto, in quell’area, è già in vigore un accordo di distribuzione con un’emittente regionale. Tutto questo rischia di venire meno, e di scatenare un ginepraio senza fine, vista la possibilità di accedere senza più limiti a contenuti di altre zone. Non che questo sia un male dal lato utente, intendiamoci, ma dal lato del gestore del servizio rischia di aumentare i costi, che indovinate su chi andrebbero a scaricarsi?

Più vicina al nostro contesto di videogiocatori, invece, è la questione della localizzazione: se sinora l’avere store separati imponeva agli sviluppatori di tentare almeno un minimo di localizzazione dei titoli (come il classico multi-5, ad esempio, che raggruppava cinque lingue considerate importanti nell’area di distribuzione), l’avere uno store unico, perlomeno per i prodotti digital-only, potrebbe avere l’effetto negativo di diminuire l’interesse verso lo sviluppo di versioni locali. La conseguenza diretta sarebbe quella di trovarsi ad avere versioni create solo in una “lingua franca” come l’inglese, anche solo per rientrare dei costi di sviluppo dei titoli, dietro la scusa che l’avere uno store unico a cui affluiscono utenze di ogni regione fonetica sarebbe troppo complesso da gestire. Personalmente parlando, trovo che non sarebbe un male così grande se nel 2015 vi fosse un po’ più di gente in grado di fare lo sforzo di impararsi l’inglese per una passione come quella videoludica, ma le massicce proteste di qualche anno fa legate alla mancata localizzazione italiana di Kingdom Hearts 3D: Dream Drop Distance sembrerebbero far pensare ad una realtà ben diversa. Una realtà che, qualora si avverasse questa situazione estremizzata, diventerebbe piuttosto pesante da gestire…

Tirando le somme, quindi (e visto che pur sempre di “schiaffi ludici” stiamo parlando), stavolta il nostro metaforico ceffone di richiamo alla realtà resta sospeso: è stata una buona idea quella di implementare un mercato digitale unico da parte della Commissione Europea? Molto probabilmente si, ma (ed è qui che rischiano di calare le cinque dita del titolo della nostra rubrica) è chiaro come il sole che la strategia è stata pensata con in mente un’ottica piuttosto ristretta rispetto a quello che è nel suo intero il mercato digitale, con problematiche diverse legate ai suoi molteplici aspetti. Viste le recenti compenetrazioni tra politica e mondo della distribuzione digitale (l’ex consulente marketing di Steam, Yanis Varoufakis, attualmente in forze al governo Greco), ci aspettavamo qualcosa che tenesse conto già in partenza anche delle specifiche esigenze del digital delivery videoludico, ma non è detto che questa fumosità non venga chiarita nelle prossime settimane.

Gigabyte Z97X-Game Plus, nuova motherboard pronta per CPU Broadwell

Gigabyte Z97X-Game Plus, nuova motherboard pronta per CPU Broadwell

La Z97X-Game Plus è una nuova scheda madre di Gigabye con tre slot PCI Express 3.0 e socket LGA 1150. Permette configurazioni 3-Way CrossFire o 2-Way SLI.

Gigabyte Z97X-Game Plus

Gigabyte ha presentato una nuova scheda madre, la Z97X-Game Plus, che sembra un perfetto abbinamento per configurazioni dotate di schede video GeForce. Questo si deve al colore nero e verde della motherboard, che ricorda per l’appunto i colori di Nvidia. Per i modder attenti anche a questa caratteristica è senz’altro una scelta più a disposizione.

Per quanto concerne le caratteristiche tecniche la GA-Z97X-Game Plus è dotata di socket LGA 1150 compatibile con CPU Intel Core di quarta e quinta generazione, Haswell e le future Broadwell. Il regolatore di tensione è dotato di otto fasi. Per quanto concerne l’alimentazione c’è il classico connettore ATX a 24 pin e un connettore EPS a otto pin.

La motherboard è dotata di quattro slot per memorie DDR3 e tre PCI Express 3.0 x16, configurabili in modalità x8, x4 e x4, il che esclude quindi la possibilità di realizzare configurazioni 3-way SLI (come riportato in questo articolo), mentre non ci saranno problemi per quanto riguarda il CrossFireX con più schede. Questa soluzione è dotata anche di tre slot PCI Express 2.0 x1 e uno slot PCI.

Per quanto riguarda l’archiviazione sono presenti sei porte SATA 6Gbps, un SATA Express e uno slot M.2 (PCIe 2.0 x2). A completare la dotazione, caratterizzata da soluzioni esclusive Gigabyte, troviamo l’audio HD gestito da un codec Realtek ALC1150 con amplificatore integrato, una porta Gigabit Ethernet amministrata da un chip Killer E2200, sei porte USB 3.0 e due BIOS.

L’azienda taiwanese non ha svelato il prezzo e la disponibilità della Z97X-Game Plus sul mercato, ma è lecito attendersi un listino tra i 120 e i 150 euro, simile ad altri prodotti a catalogo.

Falla nei router Netgear, si entra facilmente

Un ricercatore ha individuato un difetto nei router Netgear che permette l’accesso anche senza la password. L’attacco è possibile anche via Internet e mette a rischio i computer collegati al router.

router Netgear

Molti router Netgear hanno una falla di sicurezza che permette di estrarre la password generale e quella del Wi-Fi. La vulnerabilità si può sfruttare tanto tramite rete locale quanto via Internet se è attiva l’amministrazione remota del dispositivo – un’impostazione che generalmente è disattivata di default.

A individuare il difetto è stato Peter Adkins, che spiega di aver contattato Netgear per spiegare il problema senza tuttavia ottenere attenzione. Il difetto sarebbe legato all’applicazione Netgear Genie, che serve per gestire il router tramite smartphone o PC.

A quanto pare quest’applicazione permette di accedere al router anche senza possedere i dati di accesso, e ottenere così la password di amministrazione, i nomi e le password delle reti Wi-Fi, il modello e il numero di serie del router stesso.

I modelli che soffrono di questa vulnerabilità sono Netgear WNDR3700v4, WNDR3700v4, WNR2200 e WNR2500. Secondo Adkins però potrebbero essere colpiti anche altri prodotti, come WNDR3800, WNDRMAC, WPN824N e WNDR4700, che usano lo stesso software.

l rischio è relativamente contenuto per i router in cui non è attiva l’amministrazione remota, cioè via Internet. In questi casi è necessario collegarsi alla rete locale per sfruttare la vulnerabilità in questione. In alternativa un intruso potrebbe infettare uno dei PC collegati con uno specifico malware e poi attaccare il router. Chi invece ha attivato l’amministrazione remota è maggiormente esposto, e il consiglio è quindi di disattivare tale funzione se si possiede uno dei modelli citati.

Amazon dal primo maggio l’IVA si paga

Amazon dal primo maggio l’IVA si paga, è finita la pacchia del reverse charge

È finita l’era del risparmio dell’IVA legalizzato tramite Amazon. Dal 1 maggio la multinazionale degli acquisti online applica l’IVA italiana e non più il meccanismo del “reverse charge”.

Amazon

“Gentile Signore, riguardo al suo quesito in merito alla fattura dell’ordine XXX-XXX-XXXX, le confermo che ha trovato l’IVA addebitata nel suo ordine in quanto dal 1 Maggio 2015 Amazon ha aperto la succursale italiana. Pertanto, per tutti gli ordini effettuati dal 1 Maggio 2015 verrà applicata l’IVA italiana e non sarà più applicabile il meccanismo del reverse-charge”. Ecco la sintesi della e-Mail che Amazon ci ha inviato in risposta ad un nostro quesito.

É la conferma ufficiale della fine dell’era del risparmio dell’IVA legalizzato tramite Amazon. Lo abbiamo scoperto per caso, acquistando un prodotto per il nostro ufficio e sorprendendoci del fatto che la multinazionale degli acquisti online ci addebitasse l’IVA. Per noi non cambia nulla, perché depositeremo la fattura in contabilità e gestiremo l’IVA in fase di dichiarazione mensile.

Per molti furbi o presunti tali invece, la pacchia è finita. Da ora Amazon Italia addebiterà sempre l’IVA in fattura e quindi non sarà più possibile, per i detentori di Partita IVA, comprare oggetti di qualsiasi tipo e scaricare indebitamente l’imposta più odiata dagli italiani.

Dov’era il problema? Eravamo tutti abituati al fatto che Amazon Italia gestisse l’IVA con il meccanismo dell’inversione contabile (reverse charge), la stessa politica che si applica quando fai un acquisto aziendale all’estero.

Non c’era nulla di formalmente scorretto, perché l’e-Commerce faceva risultare che gli acquisti erano fatti direttamente con la sede di Lussemburgo. Il tutto ovviamente sollevando un fiume di polemiche e accuse di concorrenza sleale da parte di tutti i negozi online concorrenti.

Il problema vero era nell’applicazione pratica. Una volta che un cliente verificava la propria Partita IVA nel suo account – pratica che nei primi anni non era nemmeno troppo rigorosa – qualsiasi prodotto “Venduto e spedito da Amazon” diventava esentasse: scarpe, mobili, giocattoli, videogiochi, televisori, biancheria intima. Senza andare troppo per il sottile, perché ovviamente non sta al venditore verificare che il cliente abbia diritto di acquistare determinati oggetti come beni strumentali alla propria attività.

Ovvero, fino a ieri Amazon non aveva una partita IVA italiana, o se ce l’aveva, non la usava per la gestione delle vendite. Certo ci stupisce leggere queste parole, perché era davvero singolare che un’azienda senza succursale italiana gestisse comunque nel nostro paese enormi magazzini e centri di smistamento, oltre ad uffici prestigiosi nel centro di Milano. È davvero la fine di un’epoca, con buona pace dei furbi o presunti tali.

NVIDIA, primo trimestre superiore alle previsioni

NVIDIA, primo trimestre superiore alle previsioni

I risultati trimestrali per il primo quarto dell’anno fiscale 2016 sono superiori alle previsioni della compagnia ma non centrano le stime degli analisti. Le vendite PC in rallentamento per il secondo trimestre in vista di Windows 10.

 

pc NVIDIA

NVIDIA ha pubblicato i risultati finanziari per il primo trimestre dell’anno fiscale 2016 che si è concluso lo scorso 26 aprile. Nel periodo in esame l’azienda californiana registra un fatturato di 1,15 miliardi di dollari, in crescita del 4% rispetto agli 1,10 miliardi di dollari registrati nel medesimo periodo di un anno fa, ed in calo dell’8% rispetto agli 1,25 miliardi di dollari registrati nel trimestre precedente.

Gli utili GAAP per azione diluita ammontano a 24 centesimi di dollari, invariati rispetto al primo trimestre dello scorso anno e con un calo del 31% rispetto ai 35 centestimi di dollari dell’ultimo trimestre fiscale 2015. Gli utili non-GAAP per azione diluita ammontano invece a 33 centesimi di dollaro, in crescita del 14% rispetto ad un anno fa e in calo del 23% rispetto al trimestre precedente. L’utile netto GAAP ammonta a 134 milioni di dollari, in calo del 2% anno su anno, mentre se si considera l’utile non-GAAP abbiamo una crescita del 13% a 187 milioni di dollari.

Il CEO di NVIDIA, Jen-Hsun Huang, ha commentato: “L’importanza del visual computing è evidente attorno a noi. La nostra competenza in questo campo ci permette di prendere una posizione di dominio per avanzare nel deep learning, nella realtà virtuale e nelle auto a guida autonoma. La nostra attenzione sul visual computing è allineata con alcune delle più entusiasmanti opportunità di crescita oggi presenti nel mondo computing”.

La crescita del fatturato è stata supportata dalle vendite delle schede GeForce per il gaming e Tesla per la computazione parallela, oltre che dai sistemi per infotainment automobilistico. Se si osserva il fatturato generato dalle GPU, pari a 940 milioni di dollari, si evince una crescita del 5% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. In particolare il fatturato generato dalle GPU di classe GeForce per i sistemi da gioco desktop e notebook cresce del 14%, grazie alla crescita nel comparto PC gaming anche per quanto riguarda le GPU Maxwell di fascia alta. Nvidia osserva inoltre una crescita nel fatturato proveniente dalle GPU Tesla e un calo invece per i prodotti Quadro, sebbene non fornisca il dettaglio specifico per queste categorie di prodotti. Il fatturato generato dai processori Tegra cresce invece del 4%, principalmente grazie al mercato automotive e ai dispositivi SHIELD.

L’azienda di Santa Clara ha inoltre annunciato, questo già nei giorni passati, la decisione di portare a termine le operazioni per quanto riguarda i modem cellulari Icera con la prospettiva di cercare possibili acquirenti per la divisione. NVIDIA prevede costi compresi tra 100 e 125 milioni di dollari per la chiusura delle operazioni della divisione che si occupa di Icera.

Colette Kress, CFO di NVIDIA, ha commentato a margine della presentazione dei risultati finanziari: “Vediamo un mercato poco vivace in direzione del secondo trimestre”. Il riferimento è ad una serie di fattori che si stanno sovrapponendo e vanno a porre un freno alle vendite di PC: lo stagionale rallentamento del mercato e l’attesa in vista del lancio del sistema operativo Windows 10. Il CEO Jen-Husun Huang ha comunque osservato come vi siano molti elementi a dimostrazione del fatto che il gaming PC sta crescendo, grazie alla crescita del digital gaming e degli e-sport. L’attenzione verso i display 4K potrebbe inoltre stimolare ulteriore domanda per le schede grafiche e i dispositivi di gioco, così come per la realtà virtuale.

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