Privacy, vademecum per vacanzieri

Privacy, vademecum per vacanzieri

Nel periodo estivo aumentano le minacce online che minano la privacy degli utenti. Il Garante per la protezione dei dati personali ha stilato alcune regole da seguire per riuscire a tutelarsi. Ma il primo passo resta sempre il buon senso

Un’estate all’insegna della sicurezza online quella del Garante della Privacy che ha lanciato l’iniziativa “@-state in privacy“, un vademecum utile a tutti gli utenti per non cadere nelle numerose trappole che la stagione calda spesso acuisce. I dieci consigli spaziano da informazioni utili su selfie e foto, protezione di smartphone e tablet, acquisti online in sicurezza, uso di app, chat e social network.

Il primo consiglio verte sull’evitare un’eccessiva esposizione a selfie e foto, specialmente quando sono coinvolte altre persone (che andrebbero informate e il consenso dovrebbe essere preliminare a qualunque pubblicazione su social network e altre piattaforme) specialmente se si tratta di minori. Queste immagini nelle mani di malintenzionati potrebbero essere usate per scopi malevoli, all’insaputa dei proprietari. Attenzione poi ai dati veicolati inconsapevolmente tramite le foto: i metadati come titoli, descrizioni e dati di geolocalizzazione rappresentano un’arma a doppio taglio.

Per proteggere i propri movimenti è meglio bloccare la geolocalizzazione di PC e smartphone. Far sapere costantemente dove ci si trova, cela pericoli che dovrebbero essere sufficienti a convincere a questa piccola rinuncia. Per fare degli esempi, non sono poi così rari i casi di furti condotti dai cosiddetti social ladri (come li chiama il Garante): malintenzionati che prima di violare un’abitazione si accertano che il legittimo proprietario sia lontano da casa, indagando sui social network. Sulle piattaforme sociali è opportuno in tal senso evitare di pubblicare foto relative al domicilio, targa dell’auto e altri riferimenti che possano aiutare un delinquente a individuare la prossima abitazione da svaligiare in tutta tranquillità.

Per non incorrere in spiacevoli sorprese e aumentare il livello di sicurezza è meglio impostare i social network affinché i post siano visibili solo agli amici, non accettare sconosciuti nella propria cerchia di contatti, impostare il controllo degli accessi non noti su Facebook (attraverso il pannello delle impostazioni privacy), ricordarsi di navigare in incognito dalle strutture alberghiere e specificando che il browser non salvi mai le password. Se si sfruttano reti WiFi offerte da terzi, è bene ricordare che il loro grado di sicurezza non è detto che sia sempre così elevato come ci si aspetterebbe; quindi OK la navigazione, ma meglio evitare acquisti con carta di credito, accessi all’home banking e altre azioni che necessitano di un grado di protezione elevato.

In viaggio, così come a casa, essere protetti a sufficienza è la prima regola basilare. Un antivirus aggiornato è indispensabile così come lo è intercettare prontamente casi di phishing per evitare di abboccare alle truffe. Email con oggetti poco chiari, con richiami sessuali o richieste di accesso al proprio conto bancario, magari scritte in italiano incerto, e contenenti un invito ad aprire un allegato sono tutti elementi che devono far scattare un campanello d’allarme. In questi casi l’unica cosa da fare è cancellare la mail senza esitazioni. Inoltre, è bene ricordare che le infezioni possono essere veicolate non solo via posta elettronica, ma anche scaricando software e applicazioni da store paralleli o siti poco raccomandabili.

Il browser stesso offre alcuni accorgimenti utili per difendersi: nel caso in cui si nutrano dubbi su un link basta passarci sopra il mouse per vedere nella barra in basso il vero link di puntamento e decidere quindi se proseguire con l’apertura o meno; nel caso invece si stiano inserendo dati personali è bene verificare la presenza del protocollo SSL, che si riconosce sulla barra degli indirizzi dalla presenza di https:// ed un lucchetto chiuso.

Il garante della privacy invita infine a non conservare dati sensibili nei dispositivi che si portano in vacanza così come a fare un backup su supporti fisici o su cloud. Questo tipo di prevenzione può rivelarsi fondamentale nel caso in cui i dispositivi fossero compromessi (come per le infezioni da ransomware in stile WannaCry e varianti mobile) o semplicemente perduti.

In vacanza d’altronde, il relax psicofisico porta ad abbassare la guardia, ad essere un po’ più distratti e vulnerabili anche quando si tratta di usare il buon senso.

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Cisco prevede il futuro del mobile

Cisco prevede il futuro del mobile

La corporation statunitense aggiorna le sue previsioni sui trend della connettività prossima ventura, con il mobile a giocare un ruolo sempre più da protagonista. Crescono le connessioni, la velocità e i dati consumati.

 Cisco Systems ha pubblicato la nuova versione del suo Visual Networking Index (VNI) Forecast, studio periodicamente aggiornato che illsutra i trend di crescita della connettività globale da qui ai prossimi cinque anni. Di particolare rilevanza, nell’edizione 2017, il VNI per le reti mobile con un’evoluzione (prevista) del mercato a dir poco sostenuta.

Entro il 2021, sostiene Cisco, il traffico dati veicolato dalle reti mobile raggiungerà i 49 exabyte mensili o 587 exabyte annuali, uno scambio di informazioni che rappresenterà il 20 per cento di tutto il traffico IP contro l’8 per cento attuale. In cinque anni il traffico mobile sarà cresciuto di 122 volte rispetto a quello generato nel 2011, anche se le diverse macro-aree del pianeta contribuiranno in maniera diversa.

Il traffico generato da Medio Oriente e Africa dovrebbe infatti sperimentare in incremento di 12 volte rispetto a quello attuale, prevede ancora il produttore americano, in Asia e Pacifico si assisterà a un aumento di 7 volte mentre America Latina ed Europa cresceranno di sei volte. Negli States l’aumento sarà “appena” del 500 per cento.

I fattori che più contribuiranno all’esplosione del mobile includono la crescita degli utenti che fanno uso delle reti cellulari – 5,5 miliardi nel 2021, 4,9 miliardi nel 2016 – il numero di dispositivi interconnessi – 12 miliardi contro 8 – e reti più veloci con una media di 20,4 Mbps contro gli attuali 6,8 Mbps.

Cisco prevede infine una crescita significativa della connettività “machine-to-machine” (M2M), ambito nel quale i bot la faranno da padroni e la Internet delle Cose contribuirà a intasare il 29 per cento di tutte le connessioni mobile (3,3 miliardi) contro l’attuale 5 per cento (780 milioni). Nel 2021 le reti 4G saranno la maggioranza (58 per cento contro il 26 per cento del 2016) contro un magrissimo 1,5 per cento del 5G, anche se la quantità di traffico generata sarà ovviamente molto superiore.

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Apple lavora a un chip ARM per i Mac

Apple lavora a un chip ARM per i Mac

Scoop di Bloomberg su quanto stanno sviluppando a Cupertino per la prossima generazione dei loro PC. Ma l’addio alle CPU Intel è ancora molto lontano

 

Le fonti anonime di Mark Gurman e Ian King, le cui dichiarazioni sono riportate in un articolo su Bloomberg, parlano chiaro: Apple è impegnata sempre di più a costruire hardware su misura delle proprie esigenze, e questa volta punta a migliorare le performance energetice dei Macbook di prossima generazione. Sono almeno 12 mesi che i tecnici di Cupertino sono al lavoro ma, almeno per ora, quello a cui si applicano è un chip che collaborerà con la CPU Intel per far funzionare al meglio i PC della Mela.

Tra le qualità più pubblicizzate dal marketing Apple c’è già l’autonomia del suo hardware: i MacBook sono i laptop che riescono a spremere più di tutti la singola carica della batteria integrata, con una durata di moltissime ore e funzioni avanzate per l’aggiornamento delle email e del software presente a bordo anche mentre il coperchio è chiuso e il dispositivo è in standby. Power Nap, così si chiama la funzione che permette di mantenere attivo il Mac a schermo spento, con un consumo minimo di batteria, e che alla riaccensione mostra materiale e app aggiornate all’utente.

Quello a cui stanno lavorando gli ingegneri è un chip ARM che sovrintenda agli stati di power management del Mac, proprio durante lo standby: nome in codice T310, verrebbe montato sulla logic board dei portatili (la mother board da sempre si chiama così nei prodotti Apple), per funzionare in collaborazione con la tradizionale CPU prodotta da Intel e il chipset che gestisce in parallelo anche tutti i vari canali di input/output. È già stato fatto un esperimento in tal senso: la Touch Bar presente sull’ultima generazione di Macbook, lanciata a ottobre 2016, è gestita appunto da un chip ARM sviluppata dalla stessa Apple allo scopo.

Un anno di lavorazione alle spalle è abbastanza per pensare, secondo le fonti di Bloomberg, per un debutto di questo chip direttamente nell’aggiornamento 2017 dei MacBook: oltre agli aggiornamenti consueti di CPU (Kaby Lake) e RAM (si arriverà a 32GB?), ci potrà essere anche una nuova modalità Power Nap che consumi ancora meno e permetta di lasciare il Mac in standby per tantissimo tempo pur garantendo di trovarlo perfettamente aggiornato alla riaccensione. Per sfruttare al meglio il nuovo hardware sarebbe indispensabile anche adeguare il software: ma con la piattaforma software che ha messo in piedi Apple, Swift in primis, potrebbe essere una questione di pochi clic mettere in piedi estensioni appositamente compilate per sfruttare le qualità del chip ARM.

Naturalmente l’aggiornamento hardware potrebbe coinvolgere anche i desktop, ovvero l’iMac, dove non c’è batteria ma per i quali una diminuzione dei consumi potrebbe essere comunque una bella notizia da verificare poi in bolletta. In ogni caso, è ancora presto per pensare alla autarchia hardware e software: per molto tempo ancora i Mac continueranno a girare su piattaforma Intel, con l’ausilio soltanto dell’hardware ARM.

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Google fa miracoli con le foto

Google fa miracoli con le foto

Sviluppato un software, basato sulle reti neurali, in grado di aggiungere dettagli alle immagini a bassissima risoluzione. Così da rendere alcuni dettagli più riconoscibili

 

 Il team di Google Brain ha sviluppato un sistema basato su reti neurali in grado di aggiungere dettagli alle immagini a risoluzione molto bassa. Sebbene il risultato che si può ottenere sia ancora lontano dall’essere perfetto, in molti casi può avvicinarsi alla realtà. Una immagine di un primo piano da 8×8 pixel è inutilizzabile, ma grazie a questo software può diventare in pochi istanti un viso riconoscibile.

Se si guarda l’immagine sopra riprodotta, tratta dal documento di presentazione della tecnologia, si vede che la colonna di sinistra contiene una immagine da 8×8 pixel (indistinguibile), mentre nella colonna al centro si può vedere l’immagine che il software di Google Brain è in grado di creare dalla sorgente 8×8 pixel. Nella colonna a destra sono mostrate le immagini reali per effettuare una comparazione. Come si può vedere, il software ha apparentemente estratto una quantità incredibile di dettagli da soli 64 pixel.

Google Brain sfrutta una combinazione di due reti neurali. La prima, la rete condizionata, prova a rappresentare la sorgente 8×8 pixel confrontandola con altre immagini ad alta risoluzione, dopo averle ridotte a 8×8 pixel e cercando di farle combaciare. La seconda, la rete prioritaria, utilizza una implementazione di PixelCNN per ricercare e aggiungere dettagli realistici ad alta risoluzione all’immagine sorgente da 8×8 pixel. In sostanza, la rete prioritaria incamera un gran numero di immagini reali ad alta risoluzione – nel caso preso in esame, di celebrità e di camere da letto. Poi, quando l’immagine sorgente viene ingrandita, essa cerca di aggiungere nuovi pixel che combacino con ciò che la rete “conosce” circa quella classe di immagine. Per esempio, se c’è un pixel marrone verso la sommità dell’immagine, la rete prioritaria può identificare quell’elemento come un sopracciglio. Così, quando l’immagine è portata a risoluzione maggiore, può riempire il vuoto con una collezione di pixel marroni a forma di sopracciglio.
Per creare l’immagine finale ad alta risoluzione, i risultati delle due reti neurali sono mescolati fra loro. Con il risultato finale di avere aggiunto nuovi dettagli.
La tecnica ad alta risoluzione di Google Brain è sufficientemente efficace nei test effettuati nella realtà. Quando agli osservatori umani è stata mostrata una immagine reale ad alta risoluzione di personaggi celebri, per confrontarla all’immagine ingrandita dal computer, questi sono stati ingannati per il 10 per cento delle volte (il 50 dovrebbe essere un punteggio ideale). Una percentuale maggiore (28 per cento) di osservatori si è fatta ingannare dall’immagine computerizzata di una camera da letto.

Non è ancora chiaro a chi potrebbe tornare utile una simile applicazione. Google Plus (su alcuni smartphone Android) dispone già di una funzione simile per la compressione delle immagini. È importante notare che l’immagine computerizzata ad alta risoluzione creata da Google Brain non è reale. I dettagli aggiunti – che vanno sotto il nome di “allucinazioni” nel gergo dell’image processing – sono niente altro che le migliori supposizioni. Questo fa sorgere alcuni problemi spinosi di applicazione, specialmente nel campo della sorveglianza e forense. La sofisticata tecnologia Google non potrebbe essere utilizzata dalla polizia, ad esempio, per identificare in modo definitivo un sospetto (non allo stato attuale, almeno), ma potrebbe aiutare a convalidare il fatto che un elemento sospettato sia realmente presente sullo sfondo di una fotografia. Inoltre, potrebbe essere utile per chiarire piccoli dettagli nelle foto, che sfuggono quando queste sono portate a dimensioni maggiori.

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Fotor Photo Editor

Fotor Photo Editor

Fotoritocco multipiattaforma con filtri preconfezionati, ma con funzioni interessanti. Provato per OSX.

Fotor Photo Editor

Con Apple, si sa, per avere la migliore integrazione tra computer, mobile e cloud, occorre utilizzare i prodotti di Cupertino; ma proprio a Cupertino hanno ideato il concetto di App Store, che porta con sé la possibilità di utilizzare molte più applicazioni per realizzare quel che si vuole, e questo concetto vale anche per i software di fotoritocco, campo in cui la casa della Mela si è sempre distinta.
L’applicazione di cui parliamo oggi è Fotor, software che non ha certo la pretesa di volersi sostituire a Foto di Apple (il cui scopo è principalmente quello di archiviare le proprie foto e permetterne la condivisione in cloud con tutti i dispositivi Apple) ma piuttosto quello di realizzare delle operazioni complementari rispetto a ciò che può fornire il software incluso in OSX.

Compatibile per OS X 10.6 e successivi (64 bit), Fotor consente fondamentalmente di effettuare tre tipi di operazione: modificare un’immagine, realizzare un collage di più foto, o eseguire un’operazione “batch” capace di applicare una serie di modifiche ad un insieme di foto. L’editor offre un’interfaccia molto semplice ed immediata che consente di scegliere tra numerose opzioni di regolazione dell’immagine e un numero anche più ampio di filtri ed effetti per ogni gusto. Il rovescio della medaglia è che questi effetti non offrono alcuna opzione di personalizzazione, se non sull’intensità dell’applicazione del filtro stesso. Rispetto a Foto di OSX ci sono molti più filtri, ma sono tutti preconfezionati senza opzione di scelta: prendere o lasciare, soluzione che sicuramente farà storcere il naso a chi preferisce un approccio più personale alla post-produzione fotografica.La seconda modalità di lavoro di Fotor è quella che offre la possibilità di realizzare una composizione fotografica con più immagini, opzione totalmente preclusa in Foto (a meno di realizzare album o calendari da stampare). Anche qui le opzioni sono semplici e immediate, ed è anche possibile effettuare dei piccoli aggiustamenti sulle foto utilizzate nel collage.L’ultima modalità di lavoro di Fotor è quella forse più potente: in un colpo solo potete dare in pasto al software una cartella di immagini e richiedere che vengano applicate a tutte le foto che essa contiene una serie di modifiche, che possono riguardare sia le comuni operazioni di ridimensionamento o conversione, sia l’applicazione di uno o più effetti di quelli messi a disposizione dell’applicazione. Si tratta una funzione estremamente utile in molte circostanze, per esempio quando si deve preparare una lunga serie di immagini per il web, secondo determinati standard di formato e dimensione.

Infine, una delle caratteristiche apprezzabili di Fotor è che possiamo trovarlo su tutte le piattaforme, fra cui iOS e Android per il mobile, e Windows: chi apprezza gli strumenti che offre, li può ritrovare pressoché identici in ogni sistema.

Screenshot Facile

Screenshot Facile

Per catturare schermate dal proprio dispositivo Android, e personalizzare l’acquisizione.

Screenshot Facile

A volte capita che si voglia “catturare” il contenuto del display del proprio dispositivo e salvarlo come immagine.
Può essere utile, ad esempio, al programmatore che deve mostrare il layout della sua nuova app, all’utente che ha la necessità di condividere con un centro di assistenza lontano il modo in cui si manifesta un malfunzionamento software o agli autori di un post come questo che devono documentare con immagini la recensione di un’applicazione.

Nonostante sia possibile catturare screenshot senza bisogno di software aggiuntivi, Screenshot Facile è un’app che svolge questo compito e lo fa così bene da essersi conquistata una discreta fama tra l’utenza Android. Realizzare uno screenshot è un po’ come fotografare, pertanto l’applicazione deve fornire dei meccanismi di scatto comodi. In questo caso, si dovrà tenere premuto per almeno due secondi contemporaneamente il tasto accensione e quello per l’abbassamento del volume o, in alternativa, tasto accensione e Home. Prima di svolgere l’operazione si deve però attivare il servizio che gira “dietro le quinte” semplicemente cliccando il pulsante che si trova aprendo l’interfaccia di Screenshot Facile.Il comportamento dell’app può essere personalizzato mediante una serie di opzioni raggiungibili da un menù interno. Curano vari aspetti sia relativi all’interfaccia sia relativi al funzionamento.Tra questi ultimi si può impostare l’avvio al boot del servizio di acquisizione, il formato dei nomi di file, la loro estensione (di default gli screenshot sono PNG) o la collocazione del salvataggio (default: la cartella Pictures della memoria di massa).
Come si è detto all’inizio non tutti gli utenti hanno la necessità di dover catturare il contenuto del display, ma qualora capitasse si cercherà un programma semplice, gratuito e efficiente proprio come Screenshot Facile.

 

 

Swatch, è l’ora dei pagamenti mobile

Swatch, è l’ora dei pagamenti mobile

Partnership tra la casa orologiera svizzera e Visa per le funzioni di pagamento contactless da polso. Bellamy sarà il primo modello di orologio tradizionale ad integrare la tecnologia NFC.

Swatch

Swatch ha annunciato una partnership con Visa per integrare la tecnologia per i pagamenti contactless all’interno dei suoi orologi.

Grazie a tale accordo l’azienda, su orologi che non si discosteranno dal suo design tradizionale, metterà a disposizione la tecnologia NFC necessaria ad effettuare pagamenti senza bisogno di contanti: l’idea del produttore è quella di non entrare nel nuovo settore degli smartwatch, ma di limitarsi ad integrare nei suoi dispositivi singole funzioni aggiuntive, come è il caso del suo Touch Zero One che è pensato specificatamente per gli sportivi.

La novità frutto dell’accordo con Visa riguarderà gli orologi in produzione il prossimo anno: il modello che per primo la adotterà sarà lo “Swatch Bellamy”, che prende il nome del romanzo del 1888 “Looking Backward 2000-1887” dello scrittore Edward Bellamy in cui viene descritto un mondo utopico in cui i contanti sono stati sostituiti da carte magnetiche di credito. Il primo riferimento culturale a tale prossima evoluzione dei pagamenti secondo Swatch.

A parte la tecnologia NFC, Swatch Bellamy non sembra essere dotato di altre connessioni, né Bluetooth, né WiFi, fatto che spinge gli osservatori a chiedersi come avverrà il processo di autenticazione dal momento che non potrà essere collegato ad un cellulare o ad altri dispositivi: l’idea, forse, è che ci sia bisogno comunque di digitare una password.

Bellamy sarà disponibile solo per gli utenti possessori di carte di credito Visa negli Stati Uniti, in Svizzera ed in Brasile, ma il sistema promette di effettuare pagamenti accettati a livello globale, vale a dire ovunque nel mondo si accettino pagamenti tramite NFC.

Skype, risarcimenti in arrivo

Skype, risarcimenti in arrivo

Skype, risarcimenti in arrivo

Microsoft, per scusarsi del disservizio che ha interrotto le comunicazioni degli utenti consumer il mese scorso, promette chiamate gratuite da consumare entro pochi giorni.

Venti minuti di chiamate per tentare di far dimenticare agli utenti la mezza giornata di disservizi che hanno afflitto Skype il 21 settembre: Microsoft, segnalano alcuni affezionati del servizio VoIP, ha avviato una campagna di risarcimenti.

Skype

Nel messaggio diramato agli utenti, anche a coloro che il giorno del blackout non stavano tentando di collegarsi con la piattaforma, Microsoft promette 20 minuti di chiamate gratuite verso linee fisse di 60 paesi e verso linee mobile di 20 paesi.

Il traffico concesso a mo di risarcimento figurerà negli account Skype degli utenti “nei prossimi giorni” e sarà utilizzabile per i 7 giorni successivi.

Redmond non ha ancora comunicato pubblicamente l’iniziativa in maniera ufficiale, né ha reso noto l’estensione della campagna e quali mercati coinvolgerà, ma si è limitata a ringraziare via Twitter per la pazienza e la comprensione.

Il disservizio del 21 settembre, che Microsoft ha attribuito a “un cambiamento nelle configurazioni più imponente del solito”, aveva messo in ginocchio il versante consumer della piattaforma di comunicazione VoIP per diverse ore.

 

Pepsi, Android al gusto Lollipop

Pepsi, Android al gusto Lollipop

Il marchio della bevanda assocerà il suo nome ad un dispositivo destinato al mercato cinese: si chiamerà Pepsi P1 e si collocherà fascia media.

Pepsi, Android al gusto Lollipop

Anticipato da diverse indiscrezioni, PepsiCo. ha annunciato il prossimo lancio di un proprio smartphone con sistema operativo Android sul mercato cinese.

Il marchio della cola si limiterà ad associarsi al device “come già fatto con altri prodotti ed accessori recentemente commercializzati col marchio Pepsi”. A partire dal nome, Pepsi P1: la produzione rimarrà in capo ad un’azienda locale.

A livello di caratteristiche, il dispositivo non dovrebbe discostarsi dagli altri dispositivi Android 5.1 Lollipop di fascia media: ad un prezzo di circa 200 dollari, avrà uno schermo da 5,5 pollici e 1080p, un processore 1,7 GHz, memoria interna da 16 GB, 2GB di RMA ed una batteria da 3,000mAh.

Pepsi, Android al gusto Lollipop2

Il terminale Android brandizzato Pepsi arriverà sul mercato entro la fine di ottobre (si parla del 20) e non può che far pensare alla versione del sistema operativo di Google soprannominata Kit Kat: un marchio che, in questo caso, ha legato il proprio nome direttamente a quello del sistema operativo sviluppato a Mountain View.

 

OS X El Capitan su Mac App Store

OS X El Capitan su Mac App Store

OS X El Capitan da oggi disponibile come aggiornamento gratuito su Mac App Store

Il nuovo sistema operativo della Mela è ora disponibile per tutti i Mac dal 2009 in poi e come aggiornamento diretto e gratuito da Mac OS X 10.6. Il pacchetto pesa 6GB.

OS X El Capitan

Da oggi è disponibile il nuovo sistema operativo OS X El Capitan (Mac OS X 10.11) che viene rilasciato in forma di aggiornamento gratuito per tutti i sistemi introdotti sul mercato dal 2009 in poi e per alcuni modelli introdotti nel 2007 e nel 2008.

Craig Federighi, Senior Vice President Software Engineering per Apple, ha commentato: “El Capitan perfeziona l’esperienza Mac e migliora le prestazioni in tanti piccoli modi che fanno una grande differenza. Il riscontro ricevuto dal nostro programma beta OS X è stato incredibilmente positivo e pensiamo che i clienti ameranno i loro Mac ancora di più con El Capitan”.

El Capitan si basa sulle funzioni e sul design già introdotti in Yosemite, inserendo una serie di aggiornamenti relativi alla gestione delle finestre, alle app integrate e alla ricerca Spotlight, e miglioramenti nelle prestazioni. Tra le novità, un Mission Control che semplifica la gestione di tutte le app aperte sul Mac e la nuova funzione Split View che posiziona automaticamente due app una accanto all’altra in full screen quando occorre lavorare in parallelo su entrambe. El Capitan estende inoltre le funzionalità di Spotlight, che già da Yosemite aveva ricevuto un sostanziale rimaneggiamento, con l’ampliamento dei suoi domini di ricerca.

Molte delle app integrate sono state aggiornate e arricchite con nuove funzionalità e, sotto la scocca, la tecnologia Metal va ad accelerare Core Animation e Core Graphics per incrementare la velocità di rendering dell’interfaccia grafica e incrementare l’efficienza del sistema operativo. Infine El Capitan offre un supporto migliore alle lingue internazionali, fra cui un nuovo sistema di font per gli alfabeti a ideogrammi.

OS X El Capitan è scaricabile tramite la funzione aggiornamento all’interno di Mac App Store. Il peso del pacchetto è di circa 6GB e può essere utilizzato per creare una chiavetta di boot per reinstallare il sistema operativo in situazioni di emergenza o su altre macchine. L’aggiornamento può essere condotto direttamente da tutti i sistemi operativi Mac OS X 10.6 e successivi.

 

Huawei Nexus 6P, annunciato il primo Nexus con scocca interamente in alluminio

Huawei Nexus 6P, annunciato il primo Nexus con scocca interamente in alluminio

Google e Huawei hanno finalmente ufficializzato il nuovo Nexus 6P, variante phablet con sistema operativo “puro” e decisamente curato sul fronte del design.

Huawei Nexus 6P 0

LG Nexus 5X non è stato l’unico smartphone che Google ha annunciato martedì 29 settembre. Al modello “tradizionale” da 5,2″ se ne affianca, come del resto già anticipato da molte fonti, uno da 5,7″ e a sviluppare questa variante phablet è Huawei. Huawei Nexus 6P si basa su un display AMOLED a risoluzione Quad HD (1440×2560 pixel) con una densità di pixel pari a 518PPI protetto da una lastra di Gorilla Glass 4.

Nonostante l’ampio display, il rapporto screen-to-body ridotto dovrebbe garantire dimensioni complessive non troppo accentuate per l’intero terminale. Si parla di 159,3 x 77,8 mm per la sua superficie, con uno spessore di 7,3mm. Sul fronte del design Nexus 6P è il primo modello della famiglia ad annoverare una scocca interamente in alluminio proposta in tre colori differenti: bianco, alluminio e grafite, mentre un ulteriore colore, rose gold, è previsto solo per il mercato giapponese.

La piattaforma hardware del nuovo smartphone è incentrata sul SoC Qualcomm Snapdragon 810 v2.1 (più freddo rispetto alle prime versioni) portato alla frequenza operativa di 2GHz. La CPU è supportata da 3GB di RAM, mentre saranno 3 i tagli previsti per lo storage integrato: 32, 64 e 128GB in nessun caso espandibili via microSD. Il connettore integrato è un USB Type-C reversibile e pertanto non è compatibile con i vecchi cavi microUSB.

Come su Nexus 5X lo smartphone ha due altoparlanti stereo rivolti verso la parte frontale del dispositivo, mentre troviamo anche un LED RGB per le notifiche in arrivo. Sulla parte posteriore c’è anche Nexus Imprint, un sensore biometrico per la scansione delle impronte digitali per sbloccare lo smartphone e accedere ai suoi contenuti. Ad alimentare il tutto troviamo una generosa batteria da 3.450mAh.

Il comparto fotografico di Huawei Nexus 6P è simile a quello del suo fratellino minore. Il sensore del modulo posteriore è lo stesso e scatta a 12,3 megapixel (con pixel grandi 1,55μm) ed è assistito da un auto-focus al laser e un obiettivo con apertura f/2.0. Cambia invece la fotocamera frontale, da 8 megapixel sul modello di Huawei con pixel grandi 1,4μm e apertura f/2.4. La fotocamera posteriore registra video alla risoluzione 4K e slo-mo fino a 240fps.

Lo smartphone viene dotato di un caricabatterie da 3A a 5V, che riesce a consegnare ben 7 ore d’utilizzo in soli 10 minuti di ricarica. Per via del corpo interamente in metallo, Huawei Nexus 6P non supporta però alcuna tecnologia di ricarica wireless.

Prezzi e disponibilità: Nexus 6P è già in pre-order in alcuni paesi selezionati (Stati Uniti, Regno Unito, Irlanda e Giappone) ad un prezzo di 499$ per il modello base da 32GB sino ad arrivare a 649$ per il modello da 128GB. In Europa il prezzo potrebbe partire da 649€ per il modello base, anche se i prezzi locali non sono stati annunciati ufficialmente.

Specifiche tecniche:

  • Sistema Operativo: Android 6.0 Marshmallow
  • Processore: Qualcomm Snapdragon 810 v2.1 da 2.0 GHz
  • Display: 5,7 pollici AMOLED Quad HD (2560 x 1440 / 518ppi)
  • Memoria: 3GB RAM / 32 – 64 – 126 GB ROM
  • Fotocamera: Posteriore: Fino a 12,3MP con apertura focale f/2.0 – Frontale: 8MP con apertura focale f/2.4
  • Connettività: 4G LTE Cat. 6 / Wi-Fi 802.11 a, b, g, n, ac / Bluetooth 4.2 / NFC / USB Type-C
  • Batteria: 3.450mAh (integrata)
  • Dimensioni: 159,4 x 77,8 x 7.3mm
  • Peso: 178g
  • Altro: Video 4K / Dual Flash / Auto-Focus Laser / Sensore di impronte digitali

 

 

 

 

 

Samsung, avanti tutta con NVMe nel settore SSD

Samsung, avanti tutta con NVMe nel settore SSD

Prosegue ininterrotta la marcia di Samsung nel settore SSD, come è emerso nel corso del recente 2015 Samsung SSD Global Summit. Il colosso coreano mette in mostra alcune strategie e tratteggia un futuro sempre più incentrato sulle memorie Flash in ambito storage, con prezzi destinati a calare ancor.

Samsung, avanti tutta con NVMe nel settore SSD

 

Appuntamento annuale a Seoul, Korea del Sud, con il 2015 Samsung SSD Global Summit, nel quale l’azienda coglie l’occasione per presentare nuovi SSD e offrire diversi approfondimenti che vanno dal mercato ai dettagli tecnici, fornendo una panoramica a tutto tondo sui nuovi prodotti e anche per quelli che verranno.  Lo slogan di quest’anno, più volte sottolineato, parla del marciare in una nuova era, facendo riferimento al superamento dell’interfaccia SATA 3 con i limiti del caso (ovvero i 600MB al secondo teorici).

Cerchiamo di fare un rapido punto della situazione: attualmente gli SSD più venduti in ambito consumer sono quelli con form factor da 2,5 pollici, acquistati come aggiornamento di un sistema già posseduto e dotato di hard disk meccanico. Interessati all’aggiornamento sono sia i sistemi desktop che quelli portatili, che possono così contare su una “seconda vita”, per giunta con prestazioni nettamente superiori rispetto a quando erano nuovi.

A margine dei 2,5 pollici ci sono anche i formati mSATA, ovvero delle schedine che integrano la stessa componentistica degli SSD da 2,5 pollici, comunque dotati di interfaccia SATA. Attualmente questa interfaccia costituisce un vero e proprio limite alle potenzialità dei moderni controller e chip NAND Flash, come testimonia l’allineamento più o meno generalizzato degli SSD SATA in commercio intorno ai 550MB al secondo massimi.

Perché non è facile andare oltre? Fino ad oggi sono mancate strategie uniche, ma ci si è un po’ arrabattati proponendo un nuovo form factor, M.2, che però da solo non basta a considerare il problema risolto. Esistono infatti SSD M.2 che sono comunque SATA, altri che sfruttano l’interfaccia PCIe ma solo parzialmente, altri ancora che invece si spingono a sfruttare 4 linee PCIe. Detto in altre parole: un SSD M.2 non è per forza diverso da un SATA 2,5 pollici; può esserlo, ma non è per nulla scontato.

Quando Samsung parla di “marciare in una nuova era” lo fa pensando al rinnovo delle piattaforme sia hardware che software, un’operazione che è appena iniziata. Stiamo parlando delle nuove piattaforme Intel per processori Skylake (hardware) e Microsoft Windows 10 (software), un ecosistema che può garantire per certo l’utilizzo del protocollo NVMe anche in ambito consumer, e con questo cambiare marcia al proprio sottosistema di storage basato su SSD. Ecco perché.

 

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