Nextbit, c’è un nuovo smartphone in città

Nextbit, c’è un nuovo smartphone in città

Ex-Google ed ex-HTC assieme per un nuovo modello di sviluppo. L’annuncio del primo terminale il prossimo settembre.

Nextbit

Provare a scalare la vetta del mercato seguendo una strada diversa: i proclami del management di Nextbit, azienda sconosciuta ai più che ha ottenuto però già un buon successo con un software per il backup su Android venduto in Giappone, sono sfrontati e arrembanti. Puntano diritto a scardinare l’attuale equilibrio dell’ecosistema mobile, al momento dominato da Samsung ed Apple con quest’ultima l’unica a fare davvero tanti quattrini con la vendita di smartphone.

Per ottenere questo risultato, che c’è da dire è piuttosto ambizioso, Nextbit ha messo insieme una squadra completa: ci sono ex-googler che arrivarono a Mountain View con l’acquisizione di Android, dunque conoscono meglio di molti altri le qualità e le capacità del sistema operativo mobile del robottino verde. Poi c’è l’ex-HTC Scott Croyle, uno dei designer artefice dell’apprezzato One M7: si tratta di uno dei primi smartphone in circolazione interamente realizzato in metallo, ed è facile immaginare che anche lo smartphone Nextbit sarà realizzato in materiali pregiati.

In una intervista rilasciata a ZDNet, il CEO di Nextbit Tom Moss non si sbilancia troppo per quanto attiene le caratteristiche tecniche ed estetiche dello smartphone: però mette in chiaro che l’azienda punterà molto sullo sviluppo software della piattaforma anche e soprattutto dopo la messa in vendita. In un certo senso il terminale migliorerà col tempo, visto che il team di sviluppo continuerà a elaborare modifiche e miglioramenti per il dispositivo: al contrario di quanto accade normalmente oggi nella maggioranza dei casi, l’idea di Nextbit è di cercare di staccarsi dalla base di Android per migliorare performance e funzioni, senza tuttavia perdere di vista l’esperienza utente elaborata a Mountain View in questi anni.

Tutto questo dovrebbe servire a rendere il prodotto Nextbit meno incline a una obsolescenza precoce, senza tuttavia inserirlo in un universo parallelo come accaduto al Fire di Amazon. Questo assieme al design dovrebbe convincere gli utenti a sborsare una cifra superiore alla media, riconducibile comunque nella fascia di mercato compresa tra 300 e 400 dollari: con un prezzo simile ci dovrebbero essere margini bastanti a ripagare i costi di sviluppo e generare anche un profitto, indispensabile per tenere a galla le ambizioni di Nextbit.

L’annuncio del primo smartphone dell’azienda, che conta anche Google Ventures tra i suoi investitori, avverrà il 1 settembre prossimo.

Marshmallow, il lato dolce di Android

Marshmallow, il lato dolce di Android

Con l’annuncio del nome ufficiale della release M, fa il suo esordio anche l’SDK 6.0 per gli sviluppatori.

Marshmallow

Google non lascia sulla graticola gli appassionati, e dopo aver presentato le principali novità della prossima realese del suo sistema operativo mobile, fa esordire ufficialmente Android 6.0 SDK per lo sviluppo delle app pensate per esso e svela cosa si nasconde dietro alla M che contraddistingue il suo nome: Marshmallow.

Con il nome in codice, come nei casi precedenti, arriva anche una nuova statua nelle strade del quartier generale di Mountain View: l’Androide verde ha stavolta in braccio un enorme toffoletta, di quelle che nei film made in USA si vedono spesso arrostire sulla punta di un bastoncino mentre ci si trova attorna al fuoco.

Si tratta solo dell’ultima nota di colore del nuovo SO atteso per il prossimo ottobre e che era peraltro già stato mostrato lo scorso maggio nel corso della M Developer Preview durante il Google I/O: tra le principali novità esso è caratterizzato da un approccio più semplice ai permessi che dà anche un maggiore controllo agli utenti sulle informazioni a cui le app possono avere accesso, dalla presenza della nuova piattaforma per i pagamenti mobile di Google Android Pay e dal supporto USB Type C.

Mancavano il nome per esteso, che senza sorprese continua la tradizione dolciaria perseguita in rigoroso ordine alfabetico, e gli strumenti a dispozione degli sviluppatori terzi per arricchirne l’offerta: esordisce dunque ora Android 6.0 SDK, scaricabile dall’SDK Manager di Android Studio. Permetterà l’accesso alla versione finale delle API di Android e alle ultime build dei tool di sviluppo.

Sony – primo smartphone con schermo a 4K

Sony – primo smartphone con schermo a 4K

Si vocifera che all’IFA di Berlino, a inizio Settembre, Sony presenterà un proprio smartphone da 5,5 pollici con una risoluzione di 4K, per la prima volta abbinata ad un device mobile di questo tipo. Tanti numeri, ma saranno utili.

Sony smartphone

L’indiscrezione proviene dal sito Xperiablog, e riporta la possibilità che Sony presenti in occasione dell’IFA 2015 di Berlino il primo smartphone abbinato a schermo capace di una risoluzione 4K. Il modello che per primo potrebbe debuttare con questa caratteristica è indicato con il nome di Xperia Z5+.

Si ipotizza che un prodotto di questo tipo possa utilizzare uno schermo dalla diagonale di 5,5 pollici. Una diagonale di questo tipo con risoluzione di 4K è del resto quanto Sharp ha annunciato alcuni mesi fa, presentando il proprio pannello IGZO dotato proprio di queste caratteristiche.

Se confermato, un prodotto di questo tipo raggiungerebbe una densità di 801 PPI, Pixels per Inches, che rappresenterebbe un nuovo record per i prodotti consumer. D’altro canto ci si può lecitamente domandare quali siano le ricadute pratiche di una tecnologia di questo tipo per l’utente, vista la già elevatissima densità ottenibile al momento con gli smartphone dotati di display QHD.

Alcuni anni fa è stata lanciata una vera e propria rincorsa tra i produttori di smartphone verso lo schermo più grande e con la risoluzione più alta. Tutto questo ha portato a prodotti oggettivamente molto belli, e in grado di restituire una risposta a schermo di elevatissima qualità. Spingersi però sino a 4K con un pannello così piccolo come quello di uno smartphone ci pare essere un eccellente risultato dal punto di vista tecnologico, ma allo stesso tempo qualcosa privo di una effettiva utilità.

Una risoluzione così elevata, inoltre, impone un carico di lavoro supplementare al sottosistema video integrato nel SoC dello smartphone, chiamato a gestire un numero di pixel estremamente elevato e per i quali debba garantire una riproduzione sempre fluida. Resta da capire se con i SoC attuali, e per questo smartphone Sony si parla del chip Qualcomm Snapdragon 810 (MSM8944), si possa arrivare a questo risultato con 3.840×2.160 pixel da gestire.

 

Samsung Unpacked 2015 – S6 Edge+ e Note 5

Samsung Unpacked 2015 – S6 Edge+ e Note 5

Il colosso coreano presenta i nuovi phablet che faranno concorrenza ad iPhone nella stagione delle vendite natalizie. Poco di nuovo sotto la scocca, con qualche piccola miglioria qua e là. Debutta inoltre il nuovo servizio di pagamenti mobile Samsung Pay che può essere sfruttato con tutti i terminali POS in grado di leggere una carta di credito tradizionale.

Samsung Unpacked 2015 - S6 Edge+ e Note 5

Si è da pochi minuti concluso l’evento Samsung Unpacked 2015, l’appuntamento annuale con l’azienda Coreana per la presentazione di nuovi smartphone che andranno a battagliare con i nuovi iPhone per la supremazia nel trimestre più importante dell’anno, quello delle vendite legate alle festività natalize e di fine anno.

Durante l’evento Samsung ha ufficialmente presentato il nuovo Galaxy Note 5, l’ultimo nato della linea di phablet Note. L’azienda coreana descrive il nuovo prodotto come l’unione del Galaxy S6 introdotto in precedenza nel corso dell’anno e il Note 4 presentato lo scorso anno.

Galaxy Note 5 rappresenta l’ammiraglia della linea di smartphone Samsung, anche se l’azienda coreana ha deciso di riutilizzare ampiamente molte delle cose già viste con Galaxy S6 a partire dall’impostazione progettuale ed estetica e dai materiali utilizzati come il vetro anteriore e posteriore e l’intelaiatura metallica. Tuttavia l’evoluzione nel design e nei materiali avviene non senza qualche importante perdita: spariscono infatti la batteria rimovibile e il supporto alle schede Micro SD.

Per quanto riguarda le specifiche tecniche, ritroviamo lo stesso SoC Samsung Exynos octa-core usato in Galaxy S6, questa volta però abbinato a 4GB di memoria RAM. Il phablet è disponibile in capienze da 32GB o 64GB e Samsung non prevede di commercializzare una versione con 128GB di spazio di archiviazione. La batteria ha invece una capacità di 3000mAh.

Da Galaxy S6 è tratto anche il modulo fotocamera posteriore, da 16 megapixel e con tecnologia OIS (che ora può effettuare direttamente lo streaming live di riprese video su YouTube grazie all’apposita app), ed il display Super AMOLED da 5,7 pollici di diagonale ha la sessa risoluzione QHD da 2560×1440 pxiel. Le dimensioni fisiche dello schermo sono le stesse dei predecessori Note 3 e Note 4, ma le dimensioni complessive dell’intero dispositivo sono state ridotte: il phablet è infatti leggermente meno largo, più sottile e più corto rispetto a Note 4 offrendo all’utente la possibilità di utilizzarlo agevolmente anche con una sola mano, grazie anche alla forma ricurva della superficie posteriore.

Distintiva della famiglia Note è la presenza del pennino S Pen che trova alloggio in uno slot nell’angolo inferiore destro del dispositivo. Con Note 5 Samsung inserisce un pennino più lungo e dall’aspetto più elegante rispetto ai predecessori. Samsung ha dichiarato di aver migliorato la sensibilità alla pressione ed il comportamento durante la scrittura, oltre ad aver aggiunto una serie di nuove funzionalità come ad esempio la possibilità di estrarre la penna dal suo alloggiamento e iniziare immediatamente a scrivere sul display, senza doverlo accendere manualmente, allo scopo di prendere velocemente nota di qualcosa.

Dal punto di vista software, Samsung Galaxy Note 5 è basato su sistema operativo Android “Lollipop” 5.1 con interfaccia TouchWiz ed una serie di personalizzazioni apportate dal colosso coreano. Il nuovo Samsung Galaxy Note 5 sarà disponibile in commercio il prossimo 21 agosto, ad un prezzo ancora non comunicato ma che sarà verosimilmente corrispondente a quello del modello che va a sostituire, ovvero attorno ai 769 Euro (listino ufficiale) per il modello da 32GB.

Modello

Galaxy S6 Edge Galaxy S6 Edge+ Galaxy Note 4 Galaxy Note 5
SoC Exynos 7420
4xA57 @ 2,1GHz
4xA53 @ 1,5GHz
Exynos 7420
4xA57 @ 2,1GHz
4xA53 @ 1,5GHz
Snapdragon 805
2,7GHz
Exynos 7420
4xA57 @ 2,1GHz
4xA53 @ 1,5GHz
GPU Mali T760MP8 Mali T760MP8 Adreno 420 Mali T760MP8
Memoria sistema 3GB 4GB 3GB 4GB
Storage 32/64/128GB 32/64GB 32GB+microSD 32/64GB
Dimensione schermo 5,1 pollici, dual edge 5,7 pollici, dual edge 5,7 pollici 5,7 pollici
Ridoluzione schermo 2560×1440 2560×1440 2560×1440 2560×1440
Network 2G/3G/4G LTE (Cat 6) 2G/3G/4G LTE (Cat 6/9) 2G/3G/4G LTE (Cat 6) 2G/3G/4G LTE (Cat 6/9)
Dimensioni 143,4×70,5×6,8 mm 154,4×75,8×6,9 mm 153,5×78,6×8,5 mm 153,2×76,1×7,6 mm
Peso 138gr 153gr 176gr 171gr
Fotocamera posteriore 16MP, f/1,9 16MP, f/1,9 16MP, f/2 16MP, f/1,9
Fotocamera frontale 5MP, f/1,9 5MP, f/1,9 3,7MP, f/1,9 5MP, f/1,9
Batteria 2.550mAh 3000mAh 3220mAh 3000mAh
OS Android 5
TouchWiz
Android 5.1
TouchWiz
Android 4.4.4
TouchWiz
Android 5.1
TouchWiz
WiFi 802.11a/b/g/n/ac 802.11a/b/g/n/ac 802.11a/b/g/n/ac 802.11a/b/g/n/ac
NFC si si si si

La scorsa primavera con il rilascio di Galaxy S6 e Galaxy S6 Edge, Samsung ha mostrato un cambio abbastanza radicale nella filosofia estetica e progettuale. A cinque mesi di distanza l’azienda coreana presenta Galaxy S6 Edge+, che al primo impatto somiglia in maniera impressionante al suo diretto predecessore. Cambiano di pochissimo le dimensioni, con il nuovo S6 Edge+ che è di 12mm più lungo e di 5mm più largo di S6 Edge, e con uno spessore praticamente identico (6,9mm contro i 7mm di S6 Edge).

Anche all’interno troviamo elementi familiari con il medesimo processore Exynos octa-core utilizzato in S6 e che, come accade nel caso del nuovo Note 5, viene corredato di 4GB di memoria RAM. Stesso modulo fotocamera da 16 megapixel e sistema operativo Android 5.1 Lollipop. Insomma, Samsung pare aver seguito in maniera pedissequa il vecchio adagio secondo il quale “squadra che vince non si cambia”.

Due però sono gli elementi su cui l’azienda coreana è intervenuta nello sviluppo di S6 Edge+. Anzitutto la batteria che pur restando non rimovibile, cresce dai 2550mAh di S6 Edge ai 3000mAh di Edge+ e regala un po’ più di autonomia operativa. L’altra novità riguarda una piccola miglioria al software che permette di avere un grande impatto sull’uso del telefono: si tratta di “App Edge“, veloci collegamenti alle applicazioni che vengono collocate sul profilo dell’home screen allo stesso modo in cui vengono visualizzati i contatti “People Edge” che Samsung ha introdotto con S6 Edge. Il tab dei collegamenti veloci non è però una funzionalità riservata solamente all’home screen in quanto è possibile configurarla affinché si mostri in ogni circostanza.

Anche per S6 Edge+ Samsung sceglie di integrare la funzionalità che permette di eseguire il live streaming (fino a [email protected]) di riprese video su YouTube tramite l’app nativa della fotocamera. L’utente può decidere di programmare trasmissioni o di avviarle live sul momento, così come di creare sessioni private su invito o sessioni pubbliche da condividere tramite i canali social.

Samsung Galaxy S6 Edge+ sarà disponibile in livrea nera o dorata a partire dal 21 agosto nelle varianti da 32GB e da 64GB. Anche in questo caso il prezzo non è ancora stato comunicato, ma è verosimile supporre un ordine di grandezza simile a quello S6 Edge, per un esborso complessivo che dovrebbe assestarsi sugli 889 Euro per la versione a 32GB.

Accanto ai due nuovi telefoni Samsung ha inoltre annunciato il nuovo servizio Samsung Pay che a differenza di altri vari servizi simili venuti alla ribalta negli ultimi mesi (Apple Pay, Google Wallet e l’imminente Android Pay) non richiede un terminale di lettura NFC apposito ma può essere utilizzato con qualsiasi terminale in cui si possa “strisciare” una carta di credito. Lo stratagemma inventato da Samsung riguarda una piccola bobina magnetica che è in grado di emettere lo stesso tipo di codice magnetico che i lettori rilevano quando leggono una carta di credito.

Si tratta di Magnetic Secure Trasmission, MST, ed è presente in Galaxy S6, S6 Edge e nei nuovi S6 Edge+ e Note 5. Samsung Pay permette comunque di effettuare pagamenti tramite NFC e di conservare carte fedeltà, tessere punti e voucher.

Per usare Samsung Pay è sufficiente effettuare uno swipe dalla cornice inferiore del telefono: apparirà una carta di credito virtuale che può essere sbloccata a seguito della verifica dell’impronta digitale. A questo punto si può effettuare il pagamento tramite NFC (come Apple Pay o Android Pay) o avvicinare il telefono vicino alla zona dove si passerebbe la carta di credito. A differenza di soluzioni concorrenti, come Apple Pay, che avvia il pagamento autonomamente quando si avvicina iPhone al POS, è necessario che l’operazione di pagamento sia avviata da un’azione dell’utente.

Sul fronte della sicurezza Samsung Pay si basa su un meccanismo a token, ovvero non invia direttamente i dati della carta di credito ma quelli di una carta temporanea creata da Visa o da Mastercard, le cui informazioni sono conservate in un ambiente sicuro, isolato da qualsiasi app che tentasse di accedervi.

Samsung Pay sarà lanciato in Corea il prossimo 20 agosto e negli Stati Uniti il 28 settembre (alcuni utenti selezionati potranno avere l’opportunità di partecipare ad un beta test del servizio che prenderà il via il 25 agosto). Il servizio sarà inoltre lanciato, sebbene non siano state fornite date a riguardo, in Regno Unito, Spagna e Cina.

Infine appuntamento all’IFA di Berlino per il lancio del nuovo smartwatch Samsung Gear S2

 

 

 

 

 

Cresce l’interesse di mercato per le soluzioni Tablet 2-in-1

Cresce l’interesse di mercato per le soluzioni Tablet 2-in-1

Le più recenti stime prevedono una forte crescita nelle vendite di sistemi tablet 2-in-1, con una buona incidenza di soluzioni Windows. Una dinamica che compensa il calo nella domanda di tablet, ma che i produttori devono cogliere al megli.

tablet2-in-1

Il mercato dei tablet sta registrando da alcuni trimestri a questa parte dei segnali di contrazione, ma in parte questo è controbilanciato da una crescita di popolarità dei prodotti 2-in-1. Ci riferiamo a quei sistemi notebook che abbinano uno schermo con funzionalità touch che può venire fisicamente staccato dalla base contenente la tastiera: in questo modo si può facilmente passare dalla modalità notebook tradizionale a quella tablet e viceversa, a seconda delle necessità d’uso del momento.

Strategy Analytics indica, in un proprio recente report, come le stime prevedano una crescita del 91% di questo segmento di mercato nel corso dei prossimi 5 anni grazie ad una progressiva contrazione dei prezzi di vendita e a un miglioramento dei design e delle funzionalità implementate.

Le stime prevedono inoltre che le soluzioni tablet basate su sistema operativo Windows conosceranno nel corso del 2015 e negli anni a venire un incremento della domanda, raggiungendo una quota di mercato del 10% entro fine 2015. La diffusione di Windows 10 ma soprattutto la mossa di Microsoft con i prodotti della famiglia Surface hanno progressivamente contribuito a sdoganare questi prodotti tra i consumatori.

I tablet 2-in-1 avranno secondo le stime un maggiore successo di mercato rispetto alle proposte slate, che già nel corso del 2015 hanno visto un calo di interesse rispetto al passato proprio a tutto vantaggio delle proposte 2-in-1. La flessibilità d’uso di queste ultime soluzioni, per non parlare di quei prodotti che permettono di configurare modalità ancora più diverse rispetto a quelle tablet e notebook tradizionali, ne rappresenta a nostro avviso una forte spinta al successo futuro.

Quello che però i produttori dovranno continuare a sviluppare sarà una costante evoluzione di queste piattaforme, evitando di restare ancorati a design di successo al momento attuale ma che presto potrebbero non rivelarsi più adeguati alle esigenze degli utenti. In questo è da esempio quanto sviluppato da Microsoft con la terza generazione di piattaforma Surface Pro, con la quale è stato mantenuto l’approccio base comune a Surface Pro e Surface Pro 2 ma abbinando a questo numerose novità che hanno significativamente incrementato la qualità del prodotto e i livelli di produttività per gli utenti.

 

 

Spotify,restrizioni per il servizio gratuito

Spotify, restrizioni per il servizio gratuito

Dietro le pressioni delle etichette, Spotify sembra sul punto di introdurre una serie di restrizioni per gli utenti non paganti, nel tentativo di incrementare il numero di abbonat.

Spotify

Spotify sembra essere sul punto di considerare una misura che avrà la conseguenza di limitare la fruizione dei contenuti e del servizio da parte degli utenti che non sono sottoscrittori di un abbonamento. Si tratterebbe dell’implementazione di un modello di business di tipo “gated access” in cui solamente determinati contenuti saranno disponibili senza restrizioni solo agli utenti paganti, mentre gli utenti non abbonati potrebbero non accedere al contenuto o accedervi in forma limitata in termini di tempo o di numero di riproduzioni.

Vi sono comunque varie possibilità per inserire nel servizio le formule gated access o premium only e che al momento sarebbero ancora in fase di valutazione. Per esempio si parla della possibilità che potrebbe consentire agli utenti non abbonati di accedere solamente ad alcuni brani di un album completo, che sarebbe invece liberamente accessibile agli abbonati.

Si tratta di un tentativo di portare sempre più utenti ad aderire ad un piano a pagamento per il servizio di streaming musicali. Il meccanismo di base è infondere la percezione negli utenti non paganti che stanno effettivamente perdendosi qualcosa, una leva psicologica ben diversa dal semplice “obbligo” di ascoltare le pubblicità. Se Spotify dovesse decidere di procedere concretamente su questa strada, le modifiche al servizio verranno condotte probabilmente nella prima parte del 2016.

E’ inevitabile supporre che queste misure siano una conseguenza delle pressioni che Spotify sta ricevendo da tempo dalle varie etichette musicali. Pare, inoltre, che le tre più grandi major (Sony, Warner e Universal) debbano ancora rinnovare gli accordi di licenza con Spotify, che giungeranno a scadenza il prossimo 1 ottobre. Le etichette potrebbero usare questo come leva per spingere Spotify ad effettuare le variazioni al servizio, nonostante il CEO Daniel Ek abbia detto di “odiare” l’idea di dover aggiungere un sistema di restrizioni alla fruizione dei contenuti

 

 

 

Android, beta più flessibili

Android, beta più flessibili

Android, beta

Gli sviluppatori di app per gadget Android avranno a disposizione nuove possibilità per invitare gli utenti a partecipare alle fasi di test del codice. Via, tanto per cominciare, il requisito minimo di far parte del network di Google Plus.

Google ha aggiornato gli strumenti a disposizione dei creatori di app Android per aprire e gestire le campagne di beta testing, una fase dello sviluppo che è ora caratterizzata da un maggior livello di flessibilità e da una dipendenza minore dai servizi proprietari di Mountain View.

La gestione del beta testing tramite Google Play Developer Console diventa prima di tutto indipendente da Google+, social network sempre meno centrale nelle politiche espansive della corporation dell’advertising, il cui accesso era in precedenza un requisito necessario alla partecipazione.

Gli sviluppatori avranno quindi a disposizione due nuove modalità per il testing, una “open beta” a cui gli utenti potranno partecipare come tester liberamente e seguendo un semplice link ipertestuale, e una “closed beta” basata sull’opt-in da parte degli utenti dotati di un indirizzo email valido.

Il requisito di Google+ sparisce, ma gli sviluppatori avranno comunque pieno controllo sulle campagne di beta testing aperte al pubblico: nelle open beta sarà possibile limitare il numero massimo di tester supportati, mentre nelle beta chiuse la partecipazione o meno di un utente sarà a totale discrezione dello sviluppatore.

Matchstick, la zavorra del DRM

Matchstick, la zavorra del DRM

Matchstick,

Prometteva lo streaming su schermi TV con una piattaforma open hardware e open source basata su Firefox OS: la decisione di implementare soluzioni DRM, non richieste dagli utenti, ha affondato il progetto.

Era stato lanciato ad ottobre dello scorso anno con la promessa di offrire un ecosistema senza limitazioni per fruire di flussi streaming di contenuti multimediali attinti da YouTube, Netflix e via dicendo, sul televisore di casa: il dongle HDMI Matchstick, basato su Firefox OS e su codice open source, supportato da una campagna Kickastarter di successo, rinuncia ora alle proprie ambizioni, frenato dagli attriti dati dall’implementazione di tecnologie DRM.

La decisione di abbracciare delle soluzioni DRM era stata annunciata nel mese di febbraio, insieme alla promessa di hardware più potente, causando un primo ritardo: come Mozilla, rassagnatasi ad integrare la tecnologia nota come Encrypted Media Extensions per continuare a giocare con Firefox il ruolo di intermediario per la fruizione dei contenuti online, anche Matchstick si era probabilmente trovata nella condizione di doversi adeguare. Si invitavano gli sviluppatori a collaborare per dotare il dongle del software necessario a implementare soluzioni come PlayReady di Microsoft per garantire lo streaming di “contenuti premium”, in accordo con soggetti come Netflix con cui si sarebbero potute stringere delle nuove partnership, suggellate dalla protezione offerta ai prodotti oggetto dello streaming.

“Dopo esserci confrontati con lo sviluppo di DRM basato su Firefox OS per la maggior parte dell’anno – spiegano ora i responsabili di Matchstick – abbiamo compreso che proseguire nello sviluppo, nonostante i promettenti segnali iniziali, sarà una strada lunga e difficoltosa”: non è possibile prevedere un traguardo, né un orizzonte temporale per raggiungerlo, e per questo motivo si è deciso di restituire tutti i fondi messi a disposizione dai finanziatori interessati ad accaparrarsi il dongle.

Gli aspiranti utenti del progetto hanno risposto all’annuncio dei responsabili Matchstick pressoché all’unisono: il supporto alle soluzioni DRM non era previsto agli albori del progetto, e anche per questo motivo in molti avevano scelto di appoggiare l’iniziativa, che a differenza del Chomecast di Google si configurava come una piattaforma aperta, open hardware e open source.

Sono in molti ad esortare i responsabili della campagna a rinunciare alle soluzioni DRM e a distribuire Matchstick nonostante non supporti lo streaming di Netflix e compagnia: la consegna dei gadget sarebbe dovuta avvenire nel corso di questo mese, ma i 17,218 partecipanti alla campagna Kickstarter riceveranno invece, nel giro di 60 giorni dalla richiesta, il rimborso della quota versata, per un totale di oltre 470mila dollari.

 

Thunderstrike 2, rootkit per Mac

Thunderstrike 2, rootkit per Mac alla riscossa

Thunderstrike 2, rootkit per Mac

I ricercatori aggiornano un attacco già presentato a inizio anno e lo rendono ancora più pericoloso. Difendersi è molto complicato se non impossibile, e Apple non aiuta: le patch latitano, o sono poco efficaci, come mostrano gli ultimi exploit.

I Mac possono essere molto più insicuri dei PC, soprattutto in fase di boot; la dimostrazione di questa poco invidiabile qualità arriva da Thunderstrike 2, attacco in via di presentazione alle conferenze hacker di agosto (DEF CON, Black Hat) progettato per sfruttare le vulnerabilità di sicurezza nel firmware EFI per la gestione a basso livello della piattaforma informatica di Apple. Una piattaforma oramai costantemente sotto attacco nonostante le patch di Cupertino.

I ricercatori che hanno creato la nuova minaccia includono quelli già attivi su Thunderstrike, una prima versione dell’attacco presentata a inizio anno e che viene resa ancora più pericolosa grazie alla capacità di agire da remoto, tramite email di phishing o altre strategie utili a incoraggiare il download e l’installazione di codice malevolo su sistemi locali tramite Internet.

Thunderstrike 2 installa il proprio codice malevolo nella “Option ROM” inclusa in taluni accessori per porta Thunderbolt, un codice che viene poi eseguito durante il boot del Mac (qualora l’accessorio infetto fosse connesso al PC) subito dopo il caricamento della Boot ROM e prima ancora dello stesso firmware EFI.

Il codice proof-of-concept di Thunderstrike 2 è in sostanza un rootkit praticamente invisibile, impossibile da identificare con i più sofisticati software di sicurezza moderni e resistente a qualsiasi tentativo di “pulizia”, reinstallazione del sistema operativo, sostituzione del disco fisso e tutto quanto. L’attacco corregge le vulnerabilità sfruttate per compromettere il sistema, quindi anche in questo caso non è possibile agire per risolvere il problema.

Thunderstrike sfruttava vulnerabilità parzialmente corrette da Apple, mentre Thunderstrike 2 fa uso di bug ancora aperti e che coinvolgono tutti i sistemi Mac dotati di una porta Thunderbolt. Cupertino, dal canto suo, non si mostra particolarmente veloce ad aggiornare Mac e OS X, come la circolazione di exploit e minacce informatiche in grado di sfruttare la recentemente scoperta vulnerabilità della variabile d’ambiente DYLD PRINT TO FILE stanno a dimostrare.

Non che Thunderstrik 2 rappresenti il primo caso conclamato o teorico di rootkit invisibile, beninteso, o che il problema riguardi solo la piattaforma Mac/OS X: da tempo i ricercatori fanno i conti con minacce apparentemente inafferrabili e difficili persino da definire con precisione, e l’intelligence americana è oramai nota per fare uso di rootkit in grado di rendersi invisibili infettando il firmware dell’hard disk.

Una GeForce GTX 970 raffreddata per SLI da Gigabyte

Una GeForce GTX 970 raffreddata per SLI da Gigabyte

GeForce GTX 970

Con la scheda GTX 970 Twin-Turbo Gigabyte propone un sistema di raffreddamento che permette di assicurare un più efficace ricambio d’aria quando due o più schede sono montate in parallelo nel sistem.

Proporre schede video che siano sensibilmente differenti dalle soluzioni dei concorrenti, a parità di GPU utilizzata, è sempre più difficile. Una via è quella di essere per certi versi creativi con il design, cercando soluzioni che possano essere utili in alcuni ambiti di utilizzo più specifici.

Un esempio recente viene dalla scheda Gigabyte GTX 970 Twin-Turbo, prodotto basato su GPU GeForce GTX 970 che vede l’abbinamento tra un PCB di ridotte dimensioni e una ventola di tipo blower. Grazie a questo design l’aria viene aspirata tanto dalla parte frontale come da quella posteriore della scheda, e convogliata verso il radiatore a diretto contatto con il chip video.

La risultante, secondo Gigabyte, è quella di un funzionamento della GPU a una temperatura inferiore e un incremento sino al 24% del quantitativo di aria trasportato lungo la scheda. Ma più di tutto questo design porta benefici in presenza di configurazioni multi GPU basate su tecnologia SLI, nelle quali la vicinanza delle schede può portare a problemi di surriscaldamento di una o di entrambe le schede presenti nel sistema. Muovendo aria su entrambi i lati della scheda Gigabyte ritiene di poter ottenere un più efficiente raffreddamento della scheda proprio quando sono due le GPU affiancate.

Le specifiche tecniche prevedono GPU a 1.101 MHz di base clock, con una frequenza di boost clock che raggiunge i 1.241 MHz: si tratta dei dati selezionati dalla scheda abilitando l'”OC Mode”, mentre con il “Gaming Mode” i dati scendono leggermente a 1.076 MHz e 1.216 MHz. Per i 4 Gbytes di memoria video la frequenza effettiva è di 7 GHz, identica quindi a quella del reference design NVIDIA.

 

 

 

Gear A, il prossimo smartwatch di Samsung con ghiera ruotabile

Gear A, il prossimo smartwatch di Samsung con ghiera ruotabile

smartwatch di Samsung

L’azienda coreana potrebbe presentare nel corso delle prossime settimane un nuovo smartwatch caratterizzato da cassa tonda e ghiera ruotabile per operazioni di zoom.

E’ passato un po’ di tempo dall’ultimo smartwatch lanciato da Samsung: la compagnia coreana potrebbe presentare però un nuovo orologio tecnologico nelle prossime settimane, in occasione del Samsung Unpacked 2015 in programma il prossimo 13 agosto. Stando alle indiscrezioni in circolazione si dovrebbe trattare di Gear A, conosciuto anche con il nome di Orbis.

Durante il Tizen Developer Summit che si sta tenendo in questi giorni a Bangalore, in India, Samsung ha confermato che si tratterà di un orologio tondo con una cornice circolare ruotabile. La funzione della ghiera ruotabile sembrerebbe essere quella di effettuare operazioni di zoom nonché di poter interagire con giochi sviluppati per Tizen OS.

Gear A dovrebbe incorporare inoltre un processore Exynos 3472 dual-core, 768MB di memoria RAM, uno spazio di storage di 4GB e una batteria da 250mAh. Tra le opzioni di connettività vi saranno Bluetooth 4.1 e WiFi 802.11 b/g/n; lo smartwatch integrerà inoltre giroscopio, GPS, barometro e sensore cardiaco. Il display avrà una risoluzione di 360×360 pixel.

Nel corso di Samsung Unpacked la compagnia coreana dovrebbe inoltre presentare i nuovi Galaxy Note 5 e Galaxy S6 Edge+: il debutto dello smartwatch Gear A, che potrebbe offrire anche nuove funzionalità di interazione con gli smartphone, assume quindi l’aspetto di un’ipotesi piuttosto probabile.

 

Un richiamo “esplosivo” per i tablet NVIDIA Shield

Un richiamo “esplosivo” per i tablet NVIDIA Shield

tablet NVIDIA Shield

NVIDIA annuncia una operazione di richiamo e sostituzione di tutti i modelli Shield Tablet venduti, a motivo di possibili malfunzionamenti della batteria integrata. Cambio gratis per i client.

 

Sorprende l’annuncio ufficiale di NVIDIA che ha avviato quest’oggi una operazione di richiamo ufficiale di tutti tablet della famiglia Shield per via di un potenziale malfunzionamento della batteria. Sembra infatti che si siano verificati infatti alcuni casi di surriscaldamento della batteria, senza apparentemente danni oltre a quelli al dispositivo, e per questo motivo NVIDIA ha scelto di intervenire in modo diretto richiamando tutti i modelli venduti sino ad oggi.

I possessori di Shield tablet potranno di conseguenza richiedere la sostituzione del proprio tablet con uno identico dotato di batteria non più soggetta a rischio malfunzionamento, seguendo una procedura appositamente sviluppata da NVIDIA e che non implica costi per l’utente. Il tablet verrà ritirato direttamente dallo spedizioniere e un nuovo modello consegnato in cambio. Per procedere alla richiesta è necessario accedere a questo indirizzo, oppure contattare dall’Italia il numero verde 800-788-031. Nel form online NVIDIA indica una procedura per verificare quale tipo di batteria sia presente nel proprio tablet Shield, in quanto alcuni modelli sono abbinati ad una batteria che non è oggetto del richiamo e che pertanto non devono essere sostituiti.

Non sappiamo ancora con precisione le tempistiche dell’operazione; a livello europeo il tutto sarà gestito a livello centrale dalla Germania, pertanto i tablet per i consumatori italiani non verranno sostuiti dal punto vendita ma direttamente da NVIDIA. Il recall non riguarda la prima generazione di console Shield, nota ora con il nome di Shield portable.

 

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