Apple e Samsung lavorano alla SIM virtuale

Apple e Samsung lavorano alla SIM virtuale

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I due colossi del mobile sarebbero impegnati nella definizione di uno standard comune per le schede SIM virtuali, hardware “embedded” presumibilmente destinato a sostituire le schede-operatore rimuovibili nei prossimi anni.

Stando alle indiscrezioni pubblicate dal Financial Times, Apple e Samsung avrebbero avviato un’iniziativa di standardizzazione per le SIM card virtuali, una tecnologia ancora poco diffusa che promette maggior praticità d’uso all’utente e (soprattutto) un controllo ancora più stringente sull’hardware ai produttori.

Con la SIM virtuale direttamente integrata in un gadget mobile, infatti, le configurazioni necessarie a passare da un operatore cellulare all’altro verrebbero gestite via software e il design del dispositivo non dovrebbe prendere in considerazione la necessità dell’alloggiamento per una scheda sostituibile dall’utente.

Lo standard “e-SIM” su cui lavorano Apple e Samsung dovrebbe essere pronto entro il 2016, dicono le succitate indiscrezioni, e dal gruppo industriale GSM Association arriva la conferma che, oltre i due produttori di cellulari e gadget mobile, sono della partita anche i carrier internazionali più importanti come AT&T, T-Mobile, Deutsche Telekom, Vodafone, Telefonica, Orange e via elencando.

La partecipazione di Apple e Samsung non è però ancora garantita, e con l’azienda americana ci sarebbero in particolare ancora in corso colloqui per un accordo “formale” sullo standard. La SIM virtuale è d’altronde una tecnologia su cui Cupertino ha già investito, con i primi gadget (iPad Air 2) dotati di SIM virtuale in commercio dal 2014.

Oculus, a mani basse sul mercato

Oculus, a mani basse sul mercato

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La succursale “virtuale” di Facebook ingloba aziende esterne specializzate nel tracciamento delle mani, mentre stringe accordi per costruire un catalogo di “esperienze” VR dal sapore cinematografico.

È ancora tempo di acquisizioni per Oculus VR, la società inglobata da Facebook e ora impegnata a migliorare l’esperienza di realtà virtuale che dovrebbe presto essere disponibili agli acquirenti del caschetto Rift.

L’ultimo “boccone” di Oculus VR si chiama Pebbles Interfaces, azienda israeliana attiva da cinque anni e specializzata in “ottiche, sistemi di sensori e algoritmi custom per riconoscere e tracciare il movimento delle mani”: il valore economico dell’operazione è ignoto, mentre i fondi di investimento raccolti da Pebbles nel 2013 ammontavano a 11 milioni di dollari.

La possibilità di identificare e tracciare il movimento libero delle mani nel mondo virtuale rappresenterebbe indubbiamente un’aggiunta significativa all’esperienza VR di Oculus Rift, offrendo un livello di immersione maggiore anche rispetto al recentemente presentato controller Oculus Touch e progettato appunto per il tracking dei comandi manuali.

Il sistema di tracciamento di Pebbles non richiede invece alcun controller esterno, e la società israeliana è solo l’ultima acquisizione (in ordine di tempo) di Oculus in quello che evidentemente il tentativo di migliorare l’immersione VR dei clienti del futuro Rift.

Oculus VR è altresì impegnata a migliorare l’esperienza virtuale di Rift anche per qual che riguarda i contenuti, aspetto che ha già iniziato ad esplorare e che sta consolidando con una partnership con Felix & Paul Studios per la produzione di un numero imprecisato di “esperienze” in VR di stampo cinematografico: la realizzazione di “film in realtà virtuale” è appunto il campo di specializzazione dell’azienda.

Apple Music può guadagnare dallo streaming altrui?

Apple Music può guadagnare dallo streaming altrui?

Apple-musicApple Music può guadagnare dallo streaming altrui?

La fetta del 30 per cento che Cupertino pretende dai servizi di streaming concorrenti su App Store potrebbe essere una pratica lesiva della concorrenza, ora che Apple Music ha iniziato a suonare.

Apple si è finalmente dotata di un servizio di streaming musicale tutto suo, Apple Music, continua ad offrire sul proprio store le applicazioni concorrenti, quali Spotify, Deezer e via dicendo. Ad esse impone il canonico 30 per cento sulle transazioni degli utenti: da ogni abbonamento stipulato dagli utenti con la mediazione dell’app, Apple racimola una parte cospicua delle entrate dei concorrenti.

Questo apparente conflitto di interessi venutosi a creare dopo l’avvento di Apple Music, per il quale Apple sarebbe in grado di avvantaggiarsi rispetto alla concorrenza contando non solo sulla propria offerta ma anche sulle regole del proprio store, era già stato segnalato da Spotify: nei giorni scorsi il servizio di streaming aveva invitato i propri utenti al risparmio, sottoscrivendo o rinnovando i propri abbonamenti senza passare dall’app, ma operando a mezzo web. Come spiegato anche nelle FAQ, “Acquistare Spotify tramite iTunes costa il 30% in più rispetto all’acquisto effettuato direttamente su Spotify.com a causa dei costi di intermediazione di Apple”.

Ora, secondo le indiscrezioni raccolte da Reuters da tre differenti fonti, diverse piattaforme di streaming concorrenti di Apple Music si sarebbero rivolte alla Federal Trade Commission statunitense affinché analizzi la situazione e valuti il modo di operare di Cupertino: la fetta richiesta da Apple comprime inevitabilmente i margini di guadagno affatto opulenti delle piattaforme che, come nel caso di Spotify, finiscono per riversare i costi aggiuntivi sui consumatori. La Mela proibisce inoltre di rendere noto, nel contesto dell’applicazione sui dispositivi iOS, l’alternativa dell’abbonamento mediato dal Web e impedisce ai gestori delle app anche un solo link ai rispettivi siti Web. Le costringerebbe così, in cambio della presenza sull’App Store, a rinunciare a competere alla pari con il proprio servizio di streaming, tagliando sui guadagni o indimicandosi i consumatori.
FTC, secondo Reuters, ha ascoltato le ragioni dei concorrenti di Apple ma non avrebbe formalizzato alcun tipo di indagine.

Le autorità antitrust statunitensi, ma anche quelle europee, apre abbiano già iniato a sondare il terreno e lo scenario competitivo in cui Apple Music ha gettato le proprie radici: di recente si è appreso che i procuratori generali dello stato di New York e dello stato del Connecticut si sono consultati con le major del disco per fare chiarezza sui rapoorti che intrattengono con Cupeetino, a potenziale danno dei concorrenti e, di conseguenza, delle platee in ascolto.

 

iPhone 6s, svelate in anticipo le date di presentazione e rilascio

iPhone 6s, svelate in anticipo le date di presentazione e rilascio

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Mancano circa due mesi dal rilascio di iPhone 6s, e già fonti non ufficiali parlano delle possibili date di rilascio dei due nuovi smartphon.

 

Alcune fonti interne di Foxconn, uno dei fornitori principali di Apple, hanno svelato in anticipo le date di rilascio dei nuovi iPhone 6s. Si tratta solo di un aggiornamento incrementale nella line-up di smartphone di Cupertino, tuttavia i due nuovi dispositivi sono fra i più attesi della seconda metà dell’anno insieme alla prossima iterazione della serie Galaxy Note di Samsung.

Secondo quanto rivelato dalle fonti citate, i nuovi iPhone arriveranno nei negozi USA il 18 settembre, mentre il keynote di presentazione si terrà l’11. L’Italia non è solitamente compresa fra i primi paesi che ricevono gli smartphone Apple e per gli acquirenti del Belpaese l’attesa sarà più lunga di qualche settimana. Purtroppo non possiamo confermare l’affidabilità né delle fonti citate né del sito che ha riportato la notizia, poi rimbalzata su più fonti nel web.

Il periodo è comunque quello, con settembre che sarà il mese in cui i nuovi iPhone vedranno molto probabilmente la luce. Dei dispositivi si sanno già alcune informazioni: è trapelata una scocca finita, quasi del tutto identica a quella degli attuali modelli. Cambia esclusivamente lo spessore: iPhone 6s sarà più spesso di 0,1mm, mentre la variante Plus di 0,03mm. Si tratta di variazioni minime che comunque non dovrebbero compromettere la compatibilità con gli accessori per i modelli attuali.

Queste caratteristiche potrebbero confermare le indiscrezioni circa la presenza di un display Force Touch più spesso del pannello attuale. Oltre alla scocca abbiamo avuto modo di apprezzare anche la scheda logica dei nuovi modelli. Apple ha deciso di raccorpare tutte le funzionalità degli smartphone in un numero inferiore di chipset, aumentando pertanto l’efficienza e sfruttando le rinnovate tecnologie produttive.

Il prototipo analizzato integra un modulo flash da 16GB, ormai troppo pochi per un top di gamma da oltre 800 euro di listino. Fra le caratteristiche hardware, Apple potrebbe integrare il nuovo chip A9 (di cui non si conoscono ancora le specifiche), 2GB di RAM e una fotocamera principale da 12 megapixel a modulo singolo con supporto ai video 4K.

 

HP annuncia il nuovo Pavilion x2 con USB Type-C a 299 dollari

HP annuncia il nuovo Pavilion x2 con USB Type-C a 299 dollari

Pavilion x2 con USB Type-C

HP ha annunciato giovedì nuovi modelli di portatili e 2-in-1, fra cui il Pavilion x2 di nuova generazione, compatto e con display da 10″ all’interno di una struttura a doppia funzionalità e tastiera rimovibile. Il sistema operativo integrato è Windows 8.1, con HP che consegna al pubblico – come da tradizione per la famiglia di prodotti – una macchina completa e versatile dal prezzo molto competitivo.

Iniziamo con HP Pavilion x2, il colorato PC “detachable”. Con un connettore magnetico senza agganci, il sistema può essere collegato in maniera rapida alla tastiera, in modo da passare dalla modalità tablet a quella notebook tradizionale in pochissimi istanti. Disponibile in bianco, rosso e color argento, il dispositivo è spesso 9,65mm in modalità tablet, arrivando a 16,75mm con la tastiera collegata.

HP ha scelto un pannello LCD IPS a risoluzione HD da 10″ per il suo nuovo Pavilion x2, mentre è tutta nuova l’integrazione di un singolo connettore USB Type-C per la ricarica e il trasferimento di dati. Nel computer troveremo anche un’ulteriore porta USB 2.0 a cui collegare periferiche e pendrive USB. La porta micro-HDMI integrata consentirà invece di utilizzare il sistema con monitor e TV esterni.

Secondo gli annunci del produttore, la batteria integrata dovrebbe consentire una durata di un massimo di 10,75 ore durante la riproduzione continua di un video Full HD. HP Pavilion x2 integra un processore Intel Atom quad-core, ed è proposto con fino a 64GB di storage che può comunque essere espanso via microSD. Il 2-in-1 arriverà sul mercato statunitense il 21 luglio, e il suo prezzo al pubblico sarà a partire da 299 dollari.

 

Nokia tornerà a produrre smartphone nel 2016, parola del CEO

Nokia tornerà a produrre smartphone nel 2016, parola del CEO

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Nel corso di una intervista rilasciata ad una rivista tedesca il CEO di Nokia avrebbe affermato la volontà del colosso finlandese di tornare protagonista del mercato smartphone a partire dal prossimo anno.

Nel corso di una intervista rilasciata alla rivista tedesca Manager Magazin, il CEO di Nokia Rajeev Suri avrebbe rivelato i piani futuri della compagnia, che secondo quanto diffuso prevedono un ritorno nel mercato smartphone abbandonato negli ultimi mesi a seguito dell’acquisizione da parte di Microsoft della divisione devices.

Il CEO Rajeev Suri ha così affermato: “Stiamo cercando dei collaboratori importanti, Microsoft produce telefoni. Noi vorremmo curare il deisgn e fornire in licenza il nostro nome”.

Dichiarazioni che portano quindi a pensare un possibile lancio del primo nuovo smartphone Nokia non prima dell’estate del prossimo anno quando l’esclusiva sull’utilizzo del marchio Nokia attualmente nelle mani di Microsoft giungerà al termine. Un progetto sulla falsa riga di quello che lo scorso anno ha portato all’annuncio del primo tablet del produttore finlandese, ovvero Nokia N1. Lo smartphone sarà quindi disegnato e pensato in ogni suo aspetto da Nokia che venderà poi la licenza di produzione a produttori di terze parti come ad esempio Foxconn che provvederà alla realizzazione e commercializzazione dello stesso.

Nonostante le probabilità di vedere il prossimo anno degli smartphone nuovamente marchiati Nokia non siano più così scarse, la compagnia scandinava non sembra minimamente intenzionata a riprendere la produzione di smartphone in prima persona e in casa propria. Intenzioni che potrebbero comunque cambiare nel caso in cui i primi accordi di vendita delle licenze dei suddetti smartphone portino discreti successi.

 

 

BlackBerry Venice, lo smartphone Android della mora avrà schermo QHD e fotocamera da 18 mpx

BlackBerry Venice, lo smartphone Android della mora avrà schermo QHD e fotocamera da 18 mpx

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Nel corso delle ultime settimane le voci riguardanti la possibilità che il colosso canadese possa annunciare uno smartphone Android si sono fatte sempre più insistenti e nelle ultime ore sono comparse anche le prime specifiche del terminale in questione.

Dopo le indiscrezioni diffuse nel corso degli ultimi giorni secondo cui BlackBerry potrebbe avere intenzione di fare il proprio esordio nel mondo Android con uno smartphone dotato proprio del sistema operativo di Google, torniamo in queste ore a parlare di questa possibilità con le ultime notizie relative allo smartphone Venice. Diffuse in queste ore, le ultime indiscrezioni parlano proprio di questo prototipo di smartphone con tastiera slider a comparsa e lo indicano come il principale indiziato a vestire i panni di primo smartphone Android di casa BlackBerry.

Il dispositivo della mora dovrebbe essre dotato di un display da 5,4 pollici a risoluzione Quad HD, ovvero 2560×1440 pixel. Sotto la scocca troveremo invece un processore di produzione Qualcomm, per la precisione uno Snapdragon 808 (proprio quello che troviamo in LG G4), coadiuvato da 3GB di memoria RAM. Le fotocamera saranno rispettivamente da 18 e 5 megapixel, mentre il sistema operativo dovrebbe essere, come anticipato, Android nella sua versione 5.1 Lollipop.

La particolarità di questo dispositivo, oltre al sistema operativo insolito per un terminale BlackBerry, sta poi nel form factor. Erano infatti diversi anni che non vedevamo un prodotti di fascia alta dotato di una tastiera scorrevole che scompare sotto allo schermo quando il display viene fatto scorrere verso il basso.

Il panorama Android potrebbe quindi presto arricchirsi dell’ennesimo concorrente. Venice dovrebbe infatti fare il proprio esordio nel mercato internazionale nel corso del prossimo mese di novembre. Il dispositivo è senza dubbio interessante e particolare e sicuramente il produttore canadese punterà molto su questa soluzione per provare a rilanciare il proprio marchio che, inutile nasconderlo, non gode certo di ottima fama nonostante uno storico di tutto rispetto.

Sigma 24-35mm F2 Art, nuovo zoom grandangolare luminoso per Full Frame

Sigma 24-35mm F2 Art, nuovo zoom grandangolare luminoso per Full Frame

sigmaSigma annuncia uno zoom grandangolare con apertura di diaframma record, che potrebbe fare la gioia di molti paesaggisti. Si aggiunge all’apprezzato 18-35mm F1.8 per APS-C e, secondo Sigma, offrirà una qualità analoga a quella dei 24mm e 35mm Art a focale fissa.

Sigma ha annunciato un nuovo obiettivo della famiglia Art. Si tratta questa volta di uno zoom grandangolare 24-35mm ad apertura costante f/2, il 24-35mm f/2 DG HSM Art.

Un obiettivo che si propone dunque di sostituire i “prime” grandangolari più gettonati, come il 24mm e il 35mm, e che secondo la stessa Sigma ha prestazioni ottiche paragonabili proprio ai due noti e riconosciuti 24mm f/1.4 Art e 35mm f/1.4 Art di casa.

Un obiettivo simile (18-35mm f/1.8) è già disponibile da qualche tempo per le reflex APS-C. Ora, anche chi utilizza corpi macchina Full Frame può avere una soluzione analoga e, anche in questo caso, si tratta di una primizia: nessun altro zoom grandangolare offre infatti un’apertura costante tanto elevata.

Lo schema ottico è un’orgia di elementi speciali: lenti asferiche di grande diametro, non alla portata di tutti i costruttori, un elemento a bassa dispersione FLD (F Low Dispersion, a sottolineare prestazioni analoghe agli elementi alla fluorite) e ben 7 a bassa dispersione SLD (Special Low Dispersion), due dei quali hanno superfici asferiche.

La messa a fuoco interna (l’elemento frontale non si estende né ruota, favorendo così l’uso di filtri polarizzatori) è guidata dal “solito” motore HSM, che consente la correzione manuale in qualunque momento.

La minima distanza di messa a fuoco è pari a 28cm, per un ingrandimento massimo di 1:4.4. Il diaframma a 9 lamelle arrotondate si chiude fino a f/16, e anche per questo obiettivo sono disponibili i consueti servizi accessori della nuova linea Sigma: docking station USB e servizio di cambio innesto (disponibili le versioni per Canon, Nikon e Sigma). Il prezzo non è ancora stato annunciato.

Facebook, profilo pubblico ma non di pubblico dominio

Facebook, profilo pubblico ma non di pubblico dominio

Le basi del diritto d’autore sono chiare e la sentenza del Tribunale di Roma non fa che ribadirle: i contenuti rintracciabili online non godono di meno diritti.

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Il Tribunale di Roma ha ribadito i concetti base del diritto d’autore ricordando che la pubblicazione su Facebook delle fotografie non ne esaurisce il diritto rendendole liberamente utilizzabili da chiunque.

Il caso che ha permesso ai giudici di tornare sulla questione è relativo alla pubblicazione di alcune foto nella pagina Facebook di un giovane fotografo scattate dallo stesso in una nota discoteca romana e successivamente apparse – all’insaputa dell’autore – su un quotidiano nazionale e poi in alcuni programmi televisivi di rilievo nazionale per descrivere una serie di notizie relative al fenomeno della frequentazione di locali da parte di soggetti di giovane età.

Fermo restando che qualsiasi fotografia (se viene accertato il carattere di opera fotografica ai sensi dell’art. 2 della Legge n. 633/41) è tutelato dal diritto d’autore e che, se ad essere ritratte nell’immagine sono una o più persone, ci sono da considerare anche i diritti connessi all’immagine ed alla privacy di queste ultime, con ulteriori premure da considerare se si tratta di minori (chiede precauzioni in questo senso anche il codice deontologico dell’ordine dei giornalisti), la questione è finita apparentemente per complicarsi con l’intermediazione del social network più famoso.

Se, infatti, l’episodio in questione avesse riguardato foto pubblicate da un fotografo professionista sul suo book, allora la violazione dei diritti sarebbe stata evidente e i giornali non avrebbero probabilmente cercato di contestare le accuse: anche perché il diritto alla pubblicazione delle fotografie da parte dei giornali si innesca solo in presenza di necessità di giustizia o di polizia, per scopi scientifici, didattici e culturali, ovvero se sono direttamente collegate ai fatti, agli avvenimenti o alle cerimonie di interesse pubblico raccontate.
Tutto ciò non dovrebbe cambiare nel caso in cui le fotografie siano pubblicate online.

Mentre è noto che Facebook si riserva attraverso la licenza d’uso alcune libertà di utilizzo dei contenuti caricati dagli utenti, un diritto ben distante dal possesso, e che è condizionato da diversi paletti che non le permettono per esempio di utilizzare le foto profilo degli utenti per la pubblicità pubblicata sulla propria piattaforma, diverso è il discorso legato all’utilizzo di foto ed altri materiali rastrellati su Facebook (o in generale in Rete) da soggetti terzi come i giornali.

La comunicazione pubblica sull’argomento, e di conseguenza il sentire comune circa le libertà concesse dal diritto d’autore, dipendono d’altra parte anche dai comportamenti di chi a parole difende i diritti di proprietà intellettuale e poi finisce per agire senza considerarli: oltre agli editori ed ai giornali che finiscono per utilizzare indiscriminatamente le opere altrui (per poi battere i piedi in difesa delle proprie), sorprende come siano anche le istituzioni a cadere nel tranello di diritti ignorati a causa della facilità con cui si possono violare. Uno degli ultimi esempio riguarda il sito istituzionale Verybello.it accusato dall’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti di essersi arrogato fin troppe libertà arrivando addirittura a dire che “le immagini pubblicate, nel rispetto dei diritti degli autori dei contenuti raffigurati, sono considerate di pubblico dominio salvo diversa indicazione espressa”.

Questa posizione – tuttavia – non rispecchia assolutamente le normative vigenti in materia, ma solo la convinzione comune: proprio per questo è allarmante, così come era stata allarmante la scelta del Corriere della Sera, la cui attività editoriale si fonda proprio sul diritto d’autore, di costruire un instant book dedicato a Charlie Hebdo con delle vignette rinvenute in Rete, senza chiedere autorizzazione.

Al contrario, il diritto d’autore prevede che le immagini siano condivisibili quando l’autore stesso le offre per tali finalità, ad esempio con licenza Creative Commons, spesso condizionate alla citazione dell’autore o all’utilizzo non commerciale.
In tutti gli altri casi, la presunzione automatica è quella dell’esistenza di un diritto dell’autore e non, come apparentemente suggerito dalla licenza d’uso di Verybello.it, della non esistenza di tale diritto.

Ed è proprio contro tale erronea convinzione comune che si è espressa con la sentenza del primo giugno 2015 n. 12076 la IX sezione del Tribunale di Roma

In essa si conferma che la pubblicazione di foto sulla propria pagina Facebook “non comporta la cessione integrale dei diritti fotografici” da parte degli autori.

Twitter, messaggi diretti senza limiti

Twitter, messaggi diretti senza limiti

I messaggi privati perderanno presto il vincolo della brevità: la piattaforma di microblogging è pronta a confrontarsi nell’agone della messaggistica istantanea?

twitter

Dall’essenzialità dei 140 caratteri alle circonvoluzioni verbali che si possono dispiegare con un ampio limite di 10mila caratteri: Twitter, che della concisione ha fatto il proprio vessillo, intende trasformare il canale dei messaggi diretti in uno strumento di messaggistica accessorio.

Le sortite pubbliche degli utenti continueranno a manifestarsi all’insegna della brevità, mentre la messaggistica privata si configurerà, per l’appunto, come un ordinario strumento di messaggistica istantanea capace di assolvere ai bisogni di comunicazione che gli utenti soddisfano attraverso un nutrito ventaglio di altri servizi, da Facebook Messenger a WhatsApp, passando per Skype e via dicendo.

Twitter, già nei mesi scorsi, ha gettato le basi di questa strategia imitativa nello sfruttare uno strumento artificiosamente depotenziato. La piattaforma di microblogging ha ampliato le potenzialità dei DM affiancando alla possibilità di inviare immagini nei messaggi privati la possibilità di condividere video, e mettendo a disposizione funzioni dedicate alle conversazioni private di gruppo. Ha poi rivoluzionato le regole di reciprocità finora adottate, incoraggiando gli utenti, e in particolare aziende o personaggi pubblici che potrebbero sfruttare il canale per gestire le relazioni con il pubblico, a scambiare direct message con chiunque faccia parte della rete, indipendentemente dalle relazioni che intercorrono fra gli account.

Twitter ha cominciato ad allertare gli sviluppatori, affinché aggiornino le API, e fissa il cambio di regime per il mese di luglio. L’idea di un’app dedicata alle conversazioni private potrebbe non essere del tutto tramontata.

FBI, operazione Fappening

FBI, operazione Fappening

Raid a Chicago con sequestro di computer e smartphone. Si dovrebbe trattare di dispositivi sfruttati abusivamente dai veri autori degli attacchi ai VIP.

FBI,

L’FBI ha fatto irruzione in un edificio di Chicago e sequestrato diversi computer e dispositivi mobile sospettati di essere collegati al cosiddetto “The Fappening”, la doppia ondata di immagini molto private rubate alle VIP e diffuse in Rete lo scorso ottobre.

Tutti i dispositivi sembrano di proprietà di un solo uomo, Emilio Herrera, che secondo l’FBI, tuttavia, per il momento non è tra i sospettati.
In ogni caso il mandato per il raid è stato emesso perché sembrano esserci sufficienti prove che documentano l’origine di alcuni degli attacchi informatici e dei conseguenti accessi ai dispositivi dei VIP contenenti le immagini rubate.
Tali dispositivi, dunque, insieme alle email di Herrera, sarebbero stati utilizzati da cracker terzi per compiere i loro attacchi: nel dettaglio le autorità parlano ora di oltre 572 account violati per almeno 6 volte e 5mila tentativi di resettare 1.987 altre password iCloud.

Apple era stata inizialmente il soggetto maggiormente coinvolto nello scandalo (a causa della presunta insicurezza di iCloud) insieme a 4Chan e Reddit, e le prime conseguenze erano poi sorte per Google, minacciata di denuncia per 100 milioni di dollari se non avesse rimosso le immagini sottratte e pubblicate anche su YouTube e pagine di Blogger.
Da parte sua Apple ha dimostrato di voler fare il possibile per riscattarsi e da ultimo, nel corso della WWDC 2015, ha presentato per iCloud la nuova interfaccia per l’autenticazione in due passaggi (two-step verification) introdotta e consolidata proprio in seguito all’affaire Fappening.

Apple Music, alla buonora

Apple Music, alla buonora

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Uno e trino, il servizio della Mela dedicato allo streaming offrirà libertà di scelta, radio e opportunità social. Dopo una lunga attesa, nulla di nuovo rispetto alla concorrenza?

Il debutto lungamente anticipato di Apple sul mercato dello streaming musicale si è concretizzato nella “one more thing” del keynote della WWDC 2015: Cupertino ha descritto un mercato disordinato e frammentario, servizi ancora incapaci di imboccare l’utente con la musica che vorrebbe consumare. Una premessa per presentare Apple Music: un servizio olistico, capace di giustificare il proprio ritardo su un mercato già sulla via della maturità con la promessa della “rivoluzione” di “aggregare le migliori funzioni per un’esperienza che ogni amante della musica apprezzerà”.

La dispendiosa acquisizione della piattaforma Beats aveva già tradito la necessità di Apple di allinearsi con un’offerta sempre più rigogliosa e fruttuosa, che dall’avvento di piattaforme indipendenti come Spotify è arrivata a coinvolgere colossi come Google: non un’intuizione, come fu per l’avvento di iTunes, ma piuttosto di un’esigenza dettata dai numeri. In linea con le tendenze del mercato, anche Cupertino ha iniziato a soffrire di una contrazione del fatturato totalizzato con i download di musica. Ed ecco che il 30 giugno Apple Music si proporrà in oltre 100 paesi, inizialmente per iPhone, iPad, iPod touch, piattaforme Mac e PC, raggiungendo in autunno anche Apple TV e Android.
Come provvederà Apple a colmare il distacco rispetto alla piattaforme che si sono avvantaggiate conquistando progressivamente basi di utenza sempre maggiori?

La strategia di Cupertino non sembra poter fare leva sui prezzi: a differenza di quanto prospettato dalle indiscrezioni dei mesi scorsi, che suggerivano che Apple intendesse proporre abbonamenti nell’intorno dei 5 dollari, pari a 60 dollari all’anno cioè alla media della disponibilità di spesa su iTunes degli utenti più appassionati, o comunque al ribasso rispetto al resto dell’offerta, Apple ha annunciato abbonamenti che per gli States costeranno 9,99 dollari al mese, dopo tre mesi di prova gratuita (non è ancora dato conoscere le tariffe per gli altri mercati). Il servizio “costerà quanto un album”, ha sottolineato Eddy Cue dal palco del Moscone Center di San Francisco: quello che ha omesso di rimarcare è che 9,99 dollari al mese è esattamente quanto richiesto dai concorrenti come Spotify, Xbox Music, Google Play Music. Ad avvantaggiare Apple Music nell’agone dei servizi di streaming musicale, l’idea dei piani familiari per la fruizione del servizio: per 14,99 dollari, Apple Music sarà disponibile per 6 diversi account personali e personalizzati, a patto che per tutti gli account sia attivo iCloud Family Sharing. Anche Spotify offre un pacchetto familiare, ma a più caro prezzo.

Il modello di business freemium, inviso a certa parte dell’industria ed estraneo alle logiche di quella che è un’azienda che sull’advertising non punta direttamente, non trova spazio nell’offerta di Apple: le proposte a disposizione gratuitamente, con il solo ID, si limitano ad alcune funzioni social per mettersi in contatto con gli artisti, e alla fruizione della musica che Apple seleziona e promuove a mezzo radio. I servizi gratuiti, peraltro, sembrano differire da paese a paese.

Se a trainare le sottoscrizioni non saranno né l’offerta freemium, né una politica di prezzi particolarmente aggressiva, Apple confida nella qualità del proprio servizio e nella razionalizzazione di diverse offerte e diversi strumenti per fruire della musica.
In primo luogo c’è iTunes, con i brani caricati dagli utenti nelle rispettive librerie, il catalogo che conta oltre 30 milioni di brani, contenuti aggiuntivi come immagini e video, e ascolti offline, così da potersi confrontare alla pari con Spotify, con l’offerta di Google e di altri operatori. Apple assicura inoltre il supporto della fallibile Siri e promette, a partire dalle abitudini e dalle preferenze dell’utente, contando su sistemi automatici e sulle competenze di umani, di saper suggerire brani e playlist graditi nella sezione For You.

L’offerta olistica di Apple Music, poiché le tendenze del mercato mostrano che la fruizione musicale si va configurando sempre più come casuale, complementare ad altre attività e sotto forma di adesione a un servizio, annovera poi la radio Beats 1, live 24 ore al giorno in tutti i paesi, con musica, selezioni di DJ blasonati, interviste e approfondimenti per un pubblico evidentemente generalista e interessato al “meglio di quello che sta accadendo nel mondo della musica”.
D’altro canto, Cupertino sembra concedere ancora un’opportunità ai generi, di cui Spotify ha paventato la morte: Apple Music Radio offrirà stazioni musicali sotto forma di playlist incentrate proprio sui generi, offrendo la possibilità agli utenti paganti di saltare brani e di concentrarsi su quelli più graditi, fra le tracce selezionate, Apple lo sottolinea ancora una volta, da curatori umani.

Il terzo aspetto della proposta della Mela, come prevedibile, è incentrato sulle funzioni social ereditate da Ping, che in passato non si è dimostrato all’altezza delle aspettative, lanciato proprio quando modelli come MySpace iniziavano a declinare a favore di alternative generaliste come Facebook: Connect, aperto anche ad artisti che non abbiano un contratto, permetterà ai musicisti di aprire una vetrina sulla piattaforma e un canale di comunicazione con gli utenti.

Apple, con la propria offerta una e trina, punta a conquistare tutto il mercato, aprendo per la prima volta anche agli utenti Android con una applicazione nativa: un segno del fatto che Cupertino sta puntando a sfidare concorrenti come Spotify rinunciando all’esclusività del proprio ecosistema in vista della sterminata platea potenziale rappresentata dagli utenti mobile in forze a Google.
Ma in attesa del lancio e quindi della prova sul campo, secondo numerosi osservatori, la soluzione di Apple non sembra in grado di spiccare sulle offerte della concorrenza, delle quali si limiterebbe ad accorpare gli elementi di successo, apparentemente rinunciando a mettersi in luce con tratti distintivi quali il bitrate dei brani, al quale non si è fatto alcun accenno nel corso del keynote, o le tanto vociferate esclusive sui contenuti, frangente sul quale Cupertino sembra ancora indaffarata.

Anche la concorrenza, in un turbinio di commenti, ostenta sicurezza: da Spotify, con il tweet presto rimosso dall’annoiato CEO Daneil Ek, al sarcastico benvenuto di Rdio, che echeggia una vecchia pubblicità Apple che si faceva beffa di IBM, passando per l’affondo di Slacker, che sottolinea come l’umanità dell’opera di curation non sia certo un’esclusiva della Mela.

Ma Apple ha dalla sua parte la simpatia delle etichette, il marketing, fatto di promozione ed emozioni, ma soprattutto la fedele base di utenti registrati ai propri servizi con le loro generose carte di credito. Il 30 giugno è ormai vicino: presto ogni dubbio verrà dissipato e si comincerà ad intravedere la strategia su cui Apple ha profuso tanto tempo e denaro.

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