HP Spectre x360 promosso nella prova d’uso

Bello, ben fatto e comodo da usare in quasi tutte le sue funzioni, lo Spectre x360 si conferma uno dei migliori ibridi in circolazione.

HP Spectre x360

Difficilmente chi vede nuovi notebook tutti i giorni si lascia entusiasmare da una linea attraente, ma nonostante questo quando si toglie dalla scatola lo Spectre x360 c’è l’effetto wow. È uno dei notebook più belli in circolazione, elegante, raffinato e adatto a qualsiasi situazione.

Sull’aspetto esteriore dello Spectre x360 diamo ragione ai colleghi statunitensi: è un intelligente mix delle peculiarità degli ultrabook di maggior successo. Il colore e il tipo di verniciatura ricordano il MacBook Air; il peso mi fa venire in mente gli Zenbook: dopo avere ammirato lo spessore a lametta ci si aspetta qualcosa di più leggero. Sia chiaro: sta in una borsetta senza problemi e si lascia portare in giro per tutto il giorno senza tediare, ma oggettivamente ci sono ultrabook delle stesse dimensioni che pesano un pochino meno.

Le cerniere lucide fanno venire in mente le soluzioni ultramobili di Toshiba, e sono una piacevole interruzione a una linea altrimenti monotona. Probabilmente è proprio per creare movimento che HP ha optato per uno stile differente sulla parte anteriore e posteriore della base. Apprezzo quella posteriore arrotondata, per poter installare un meccanismo di conversione in tablet che non sporge e non si nota.

Forse riportarlo anche davanti sarebbe stato monotono, però il profilo squadrato del poggiapolsi non è granché comodo: francamente avrei preferito una linea più morbida su cui appoggiare i polsi. È un dettaglio sia chiaro: questo portatile è talmente bello che per trovare un difetto bisogna cercare il pelo nell’uovo.

Schermo e conversione in tablet

Uno degli aspetti che ho maggiormente apprezzato è lo schermo luminosissimo: si riescono a leggere perfettamente i contenuti anche sotto alla luce diretta del Sole. Personalmente ho apprezzato l’idea della risoluzione Full HD, che è ben leggibile quando si lavora e permette di riprodurre video Full HD: i palloncini di Up! Sono uno spettacolo da ammirare e qualsiasi contenuto è brillante e dettagliato. Peccato per le ditate che restano impresse sul touch: se non vi portate dietro una pezza da passare ogni tanto l’effetto wow si affloscia dopo un paio d’ore che lo maneggiate.

Come gli altri prodotti che funzionano allo stesso modo tastiera (retroilluminazione compresa) e touchpad si disattivano quando convertite il notebook in tablet. Nella prova d’uso ho notato che la disattivazione impiega meno di un paio di secondi, quindi anche se chiudete al volo il coperchio e agguantate subito il tablet non finite per fare qualche selezione. Ottimo.

Il componente migliore del prodotto sono le cerniere: sono talmente scorrevoli che si riesce a ruotare lo schermo praticamente senza alcuno sforzo. Però se si dispone il notebook in modalità stand o notebook e si effettuano selezioni con il touch lo schermo vibra (cosa che succede con tutti i prodotti) ma non cambia posizione.

Una cosa che lascia un po’ perplessa è che è capitato spesso di sollevare l’x360 in modalità tablet facendo alzare involontariamente il coperchio dalla base. Paradossalmente quando il coperchio è chiuso in modalità notebook le due parti aderiscono talmente bene che non si separano facilmente. Il motivo è nella progettazione: sia la base sia il coperchio nella parte interna hanno profili con un taglio angolare netto, esternamente entrambi sono leggermente arrotondati. Ne segue che la chiusura come notebook è perfetta, come tablet no. È una piccola sbavatura a un design altrimenti perfetto.

Quanto a tastiera e touchpad, chi deve lavorare tutto il giorno apprezzerà molto questo Spectre. Persino le frecce direzionali nella “disposizione HP” che non è del tutto standard si trovano alla cieca senza bisogno di prenderci l’abitudine. Merito della mancanza del tastierino numerico, che dà un punto di riferimento facile da trovare. Notevole il fatto che quando la retroilluminazione è disattivata resta acceso il tasto F5 che serve per accenderla: se iniziate a lavorare al buio troverete subito il riferimento per illuminare la tastiera.

I tasti emettono un clic secco che è indispensabile per capire che la battuta è andata a buon fine. Per scrivere basta sfiorare i tasti, e la base è sufficientemente ampia da alloggiare una tastiera larga e confortevole con cui ho preso la mano in pochi minuti. Ottimo.

Il touchpad è semplicemente spettacolare. Dire che è grande è un eufemismo, rispetto alla media è enorme e c’è abbastanza spazio per tracciare le gesture con ben più di 4 dita. Avere una superficie di 14 centimetri di larghezza in un poggiapolsi da 32,5 centimetri significa abbassare le mani a caso da qualsiasi posizione sulla tastiera e trovare il touchpad.

In sostanza con questo equipaggiamento ho lavorato agevolmente, come se fosse il mio notebook da tempo, sia alla scrivania in ufficio che sul divano a casa. Capita raramente ed è un plus da non sottovalutare.

Il rivestimento in alluminio ha una controindicazione comune a tutti i notebook che sfruttano questa soluzione, compreso lo Spectre: si scalda. Finché ho usato lo Spectre appoggiato sulla scrivania non mi sono quasi accorta del calore, perché viene sprigionato da una griglia sul fondo e da una seconda nella parte alta del lato sinistro.  Ho provato poi ad appoggiarlo sulle gambe per le due ore che ho impiegato a testare una web app: il calore sul fondo è salito a livelli fastidiosi. Colpa mia che ho ostacolato la ventilazione otturando la griglia sul fondo: sconsiglio di farlo.

Per compensare il sistema ha chiamato in causa spesso le ventole di raffreddamento, che sulla scrivania non si erano proprio sentite, mentre dopo 20 minuti sulle gambe restavano quasi sempre accese emettendo un sibilo ben percettibile.

Grazie alla versatilità del prodotto la soluzione è a portata di mano: se volete riprodurre contenuti multimediali sul divano disponete lo Spectre in modalità a tenda o stand. Le griglie resteranno libere, la base fresca e le ventole in silenzio. In questa modalità inoltre beneficerete di un altro vantaggio: sentirete l’audio in maniera decente. HP infatti ha posizionato gli altoparlanti sotto alla base, quindi tenendolo sulle gambe il suono che vi arriva è sordo. Se usate la modalità a tenda o stand il problema non si pone.

Per questo ho trovato molto utili le due modalità appena descritte, oltre a quella notebook, mentre non ho amato quella tablet sia perché l’aggancio fra base e coperchio non è stabile, sia perché il prodotto non è così maneggevole in modalità tablet.

La configurazione basata sulla CPU Core i5 è ampiamente sufficiente per lavorare senza problemi. Ho usato a batteria un paio di documenti di Word, Spotify e i browser Chrome e Firefox con una ventina di tab aperte per ciascuno senza notare alcun rallentamento.

L’unica incertezza – ma non è una questione di potenza di elaborazione – si verifica puntualmente quando si passa da una modalità d’uso all’altra: la rotazione dello schermo impiega qualche secondo ad attivarsi.

L’aspetto che ho apprezzato maggiormente è che ho lavorato con questo notebook con Wi-Fi attivo per un paio di giorni lasciandolo in standby durante gli spostamenti e le interruzioni dell’attività e la batteria aveva ancora un po’ di carica residua. Ovviamente ho regolato il sistema di risparmio energetico in modo che display e disco fisso potessero spegnersi nei momenti di inattività. Inoltre ho impostato una luminosità dello schermo più bassa quando dovevo lavorare al chiuso perché, risparmio energetico a parte, se non si è sotto al Sole la luminosità massima è quasi fastidiosa tanto che è intensa.

Ottimo il fatto che a prescindere da come si è usato il portatile l’ultima volta, quando si riprende dallo standby ha sempre la tastiera spenta per default. In tutte le modalità d’uso poi i connettori sono comodi da trovare. Ho trovato intelligente l’idea di non mettere il pulsante Windows sulla cornice del display, perché con altri prodotti ho spesso finito per selezionarlo involontariamente. In questo caso è sul lato destro e si trova facilmente al tatto perché sul lato opposto non ci sono pulsanti e accanto c’è il bilanciere del volume che è molto più lungo.

Applausi anche per la presenza di un connettore HDMI standard: se c’è un aspetto odioso delle prove d’uso è dover leggere tutto il giorno sullo schermo del portatile perché puntualmente manca l’adattatore giusto per collegare il monitor dell’ufficio. Le due USB a sinistra sono un po’ troppo vicine per usarle insieme con pendrive voluminosi, ma la presenza di un terzo connettore a destra mi ha sempre risolto il problema.

Se oggi dovessi comprare un ultrabook ibrido sarei molto indecisa fra questo Spectre x360 e lo Yoga e Pro di Lenovo, che metto sullo stesso piano per versatilità, luminosità dello schermo. Preferirei il Lenovo per la migliore chiusura in modalità tablet e per la tastiera, lo Spectre per il touchpad, l’autonomia e le prestazioni di un Core i5 rispetto a un Core M.

Falla nei router Netgear, si entra facilmente

Un ricercatore ha individuato un difetto nei router Netgear che permette l’accesso anche senza la password. L’attacco è possibile anche via Internet e mette a rischio i computer collegati al router.

router Netgear

Molti router Netgear hanno una falla di sicurezza che permette di estrarre la password generale e quella del Wi-Fi. La vulnerabilità si può sfruttare tanto tramite rete locale quanto via Internet se è attiva l’amministrazione remota del dispositivo – un’impostazione che generalmente è disattivata di default.

A individuare il difetto è stato Peter Adkins, che spiega di aver contattato Netgear per spiegare il problema senza tuttavia ottenere attenzione. Il difetto sarebbe legato all’applicazione Netgear Genie, che serve per gestire il router tramite smartphone o PC.

A quanto pare quest’applicazione permette di accedere al router anche senza possedere i dati di accesso, e ottenere così la password di amministrazione, i nomi e le password delle reti Wi-Fi, il modello e il numero di serie del router stesso.

I modelli che soffrono di questa vulnerabilità sono Netgear WNDR3700v4, WNDR3700v4, WNR2200 e WNR2500. Secondo Adkins però potrebbero essere colpiti anche altri prodotti, come WNDR3800, WNDRMAC, WPN824N e WNDR4700, che usano lo stesso software.

l rischio è relativamente contenuto per i router in cui non è attiva l’amministrazione remota, cioè via Internet. In questi casi è necessario collegarsi alla rete locale per sfruttare la vulnerabilità in questione. In alternativa un intruso potrebbe infettare uno dei PC collegati con uno specifico malware e poi attaccare il router. Chi invece ha attivato l’amministrazione remota è maggiormente esposto, e il consiglio è quindi di disattivare tale funzione se si possiede uno dei modelli citati.

Huawei P8

Anteprima Huawei P8, ottimo hardware ma software imperfetto

Il nuovo top di gamma Huawei si è rivelato un telefono dall’ottimo design, realizzato con materiali pregiati, con una valida fotocamera e una buona piattaforma. Purtroppo però il software si rivela ancora molto immaturo e castra un prodotto che altrimenti sarebbe molto buono.

huawei-p8

Huawei è una delle aziende più grandi nel settore delle telecomunicazioni ma il suo nome in Occidente non è conosciuto quanto quello di concorrenti come LG, Samsung o HTC. Il gigante cinese sta comunque cercando con forza il proprio spazio anche in Europa e nel difficile mercato statunitense. Quest’anno lo strumento di tale campagna sarà lo Huawei P8.

L’azienda ha abbandonato il vecchio marchio “Ascend”, migliorato la dotazione hardware e optato per un assemblaggio totalmente in metallo. La speranza di Huawei è di accostarsi a modelli di fascia alta come l’iPhone, il Galaxy S6, l’HTC One M9 e altri che hanno caratteristiche simili. E in effetti durante la presentazione a Londra non sono mancati confronti più o meno diretti proprio con i prodotti citati.

Come quasi tutti i produttori Android poi Huawei sviluppa anche la propria personalizzazione di Android, ma risulta evidente che EMUI è creata prima di tutto per il pubblico cinese – un mercato nel quale Google è assente e dove individuare applicazioni affidabili può rivelarsi difficile. Quando questo software deve convivere con i servizi e le applicazioni Google però le cose si fanno un po’ complicate. Si può sintetizzare così il P8: hardware fantastico abbinato a un software che farà venire il mal di testa ai puristi di Android.

 

Fiat Ottimo Cross

Fiat Ottimo Cross Salone di Shanghai, un assaggio di crossover compatta

Fiat Ottimo Cross Concept (2015)

Fiat Ottimo Cross 

La Fiat ha presentato al Salone di Shanghai la Ottimo Cross, una curiosa concept dal sapore off-road sulla base dell’omonimo modello a due volumi. Derivata dalla Viaggio e commercializzata solo localmente, la Ottimo è figlia della stessa piattaforma C-Evo su cui si basa l’Alfa Romeo Giulietta.

Le modifiche. La variante Cross si riconosce facilmente, per via delle numerose modifiche estetiche che ne hanno reso più aggressivo l’aspetto: calandra e cerchi hanno un design specifico, il paraurti incorpora protezioni più vistose, e le calotte dei fari hanno una caratteristica tinta scura di fondo.

Nulla è detto sulla produzione. Sotto i riflettori della rassegna cinese sono comparse per la verità due concept: accanto alla Cross s’è vista anche la Mefisto (collegata nel nome alla leggendaria Mefistofele del 1921), una variante da competizione tutta “teorica”, già mostrata nei mesi scorsi a Guangzhou. Anche sull’eventuale futuro di serie della Cross, del resto, nulla è detto: la sua possibile produzione non è stata confermata in via ufficiale, per il momento.

Amazon dal primo maggio l’IVA si paga

Amazon dal primo maggio l’IVA si paga, è finita la pacchia del reverse charge

È finita l’era del risparmio dell’IVA legalizzato tramite Amazon. Dal 1 maggio la multinazionale degli acquisti online applica l’IVA italiana e non più il meccanismo del “reverse charge”.

Amazon

“Gentile Signore, riguardo al suo quesito in merito alla fattura dell’ordine XXX-XXX-XXXX, le confermo che ha trovato l’IVA addebitata nel suo ordine in quanto dal 1 Maggio 2015 Amazon ha aperto la succursale italiana. Pertanto, per tutti gli ordini effettuati dal 1 Maggio 2015 verrà applicata l’IVA italiana e non sarà più applicabile il meccanismo del reverse-charge”. Ecco la sintesi della e-Mail che Amazon ci ha inviato in risposta ad un nostro quesito.

É la conferma ufficiale della fine dell’era del risparmio dell’IVA legalizzato tramite Amazon. Lo abbiamo scoperto per caso, acquistando un prodotto per il nostro ufficio e sorprendendoci del fatto che la multinazionale degli acquisti online ci addebitasse l’IVA. Per noi non cambia nulla, perché depositeremo la fattura in contabilità e gestiremo l’IVA in fase di dichiarazione mensile.

Per molti furbi o presunti tali invece, la pacchia è finita. Da ora Amazon Italia addebiterà sempre l’IVA in fattura e quindi non sarà più possibile, per i detentori di Partita IVA, comprare oggetti di qualsiasi tipo e scaricare indebitamente l’imposta più odiata dagli italiani.

Dov’era il problema? Eravamo tutti abituati al fatto che Amazon Italia gestisse l’IVA con il meccanismo dell’inversione contabile (reverse charge), la stessa politica che si applica quando fai un acquisto aziendale all’estero.

Non c’era nulla di formalmente scorretto, perché l’e-Commerce faceva risultare che gli acquisti erano fatti direttamente con la sede di Lussemburgo. Il tutto ovviamente sollevando un fiume di polemiche e accuse di concorrenza sleale da parte di tutti i negozi online concorrenti.

Il problema vero era nell’applicazione pratica. Una volta che un cliente verificava la propria Partita IVA nel suo account – pratica che nei primi anni non era nemmeno troppo rigorosa – qualsiasi prodotto “Venduto e spedito da Amazon” diventava esentasse: scarpe, mobili, giocattoli, videogiochi, televisori, biancheria intima. Senza andare troppo per il sottile, perché ovviamente non sta al venditore verificare che il cliente abbia diritto di acquistare determinati oggetti come beni strumentali alla propria attività.

Ovvero, fino a ieri Amazon non aveva una partita IVA italiana, o se ce l’aveva, non la usava per la gestione delle vendite. Certo ci stupisce leggere queste parole, perché era davvero singolare che un’azienda senza succursale italiana gestisse comunque nel nostro paese enormi magazzini e centri di smistamento, oltre ad uffici prestigiosi nel centro di Milano. È davvero la fine di un’epoca, con buona pace dei furbi o presunti tali.

Tesla: fortissima domanda di Powerwall

Le ordinazioni di Tesla Powewall, di cui abbiamo parlato recentemente, hanno superato le più rosee aspettative dell’azienda. Ora resta da capire se vi sarà la capacità di produrle in tempi ragionevoli.

Abbiamo parlato recentemente della “batteria da casa” Tesla Powerwall, di fatto un accumulatore di energia per abitazioni e aziende in grado di caricarsi ed alimentare, in un secondo momento o quando richiesto, gli spazi lavorativi o casalinghi.

Sulla carta risulta utile a chi possiede sistemi di autoproduzione di energia, come i pannelli solari, ma anche per chi intende risparmiare, caricando Powerwall quando l’energia costa meno per poi utilizzarla in momenti in cui i prezzi della normale rete distributiva salgono. A prescindere o meno dai reali vantaggi, che possono dipendere da mille fattori, a Tesla va riconosciuto il merito di portare sul mercato un dispositivo garantito 10 anni con un prezzo di acquisto inferiore a quello della concorrenza.

Così devono aver pensato in molti negli USA, visto che in pochissime ore i pre-ordini hanno superato la soglia delle 38.000 unità. Sono circa 2500 le aziende che hanno prenotato Powerwall, con una media di 10 pezzi a ordine, mentre i rimanenti sono variamente assortiti fra l’utenza privata. Se da una parte Tesla non può che essere soddisfatta, dall’altra il CEO Elon Musk ha affermato che si potranno evadere tutti gli ordinativi solo a metà 2016. Qualora anche in futuro il trend fosse consolidato, la nuova fabbrica Gigafactory (che verrà completata al 100% nel 2017) basterebbe appena a soddisfare ordini di questo tipo, e solo per questo prodotto.

Insomma, sulla carta sembra un successo. Tesla è un marchio che gode di ottima reputazione e sicuramente la cosa ha giocato a favore, specie fra le aziende USA attente alle tematiche green (sebbene vadano valutati tutti i parametri per ritenere green o meno un prodotto di questo genere, smaltimento compreso).  Non resta che attendere le prime consegne e i primi pareri dei possessori per farsi un’idea più chiara.

iOS e Windows Phone forti in Europa, sensibile declino per Android nel Q1 2015

iOS e Windows Phone forti in Europa, sensibile declino per Android nel Q1 2015

Kantar Worldpanel ha rilasciato le statistiche del mercato smartphone per il primo trimestre del 2015. Android in declino in tutto il mondo in attesa dei risultati di Galaxy S6 ed S6 Edge.

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Continua il trend positivo per Apple che, dopo il rilascio di iPhone 6 e iPhone 6 Plus, è riuscita almeno per un trimestre a primeggiare nelle classifiche delle consegne globali. Sebbene con volumi di vendita inferiori, nel primo trimestre 2015 la società di Cupertino ha rosicchiato terreno ad Android in Italia, Europa e in molti stati internazionali, con anche Windows Phone che è riuscita a crescere in maniera consistente ai danni del robottino verde.

I nuovi dati di mercato sono stati rilasciati da Kantar Worldpanel, una delle firme più affidabili nel settore: “Nel primo trimestre del 2015, iPhone 6 e iPhone 6 Plus hanno continuato ad attrarre i clienti in tutta Europa, incluso quelli che prima utilizzavano uno smartphone Android”, ha osservato Carolina Milanesi per Kantar. “In media, nelle prime cinque nazioni europee il 32,4% dei nuovi clienti Apple è passato ad iOS da Android“.

Nello specifico, in Italia Android mostra un sensibile declino pari al 4,6% delle complessive consegne avvenute, laddove iOS cresce del 4,6% e Windows dello 0,5% (rispetto al Q1 2014). Il grosso del mercato lo occupa ancora Google, che continua a dominare dall’alto del suo 66,2%. Nonostante la crescita, infatti, sono ancora molto indietro sia iOS che Windows Phone, che dispongono rispettivamente del 17,5 e del 14,4% della torta continuando a lottare da vicino per la seconda e terza posizione.

Windows Phone continua a mostrarsi forte in Italia, anche grazie all’eredità di Nokia ottenuta da Microsoft con l’acquisizione. Il gigante di Redmond fa registrare un +1,8% anche nei paesi dell’EU5 (Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Spagna), con ottimi risultati anche in Francia, oltre che nel Belpaese. Anche iOS è positivo in tutti i cinque mercati europei più importanti, ad eccezione della Spagna che si pone ancora una volta come terreno difficile per Apple.

Per quanto riguarda i mercati internazionali, la situazione appare piatta negli Stati Uniti in cui Android è l’unico in positivo con un +0,2% ai danni di iOS (-0,2%) e Windows Phone (-0,1%). Cina e Australia sono invece positive per Apple, che guadagna parecchio terreno nei confronti di Android, laddove invece Microsoft non è riuscita a guadagnare troppi proseliti durante l’anno preso in esame. Da valutare più attentamente la situazione in Giappone, territorio che Google estorce ad Apple con un perentorio +10,2%, quasi tutti ai danni della società di Cupertino.

Negli Stati Uniti, precisa Kantar, iPhone 6 Plus ha scombussolato il settore dei phablet. Al “padellone” della Mela spetta quasi la metà dell’intero mercato (44%) in barba a tutti i dettami lasciati da Steve Jobs che voleva far passare il motto del “piccolo è bello”. Il Plus è stato il primo smartphone di Apple a vantare diagonali così importanti per il display, e la calorosa accoglienza del pubblico ha dato ragione alla Apple di Cook e torto a quella più “think different” di Jobs, almeno sul piano delle vendite.

C’è da notare che i risultati del primo trimestre sono viziati dai “preparativi” per il lancio dei nuovi top di gamma di Samsung, produttore che fa la parte del leone per quanto riguarda il mercato Android. I potenziali acquirenti dei nuovi dispositivi coreani sono stati in attesa di vedere i nuovi Galaxy S6 e Galaxy S6 Edge all’opera e, considerando l’apparente successo che i due dispositivi stanno già ottenendo, è probabile che nei prossimi tre mesi sarà proprio Google a crescere ai danni di Apple e Microsoft.

 

NVIDIA, primo trimestre superiore alle previsioni

NVIDIA, primo trimestre superiore alle previsioni

I risultati trimestrali per il primo quarto dell’anno fiscale 2016 sono superiori alle previsioni della compagnia ma non centrano le stime degli analisti. Le vendite PC in rallentamento per il secondo trimestre in vista di Windows 10.

 

pc NVIDIA

NVIDIA ha pubblicato i risultati finanziari per il primo trimestre dell’anno fiscale 2016 che si è concluso lo scorso 26 aprile. Nel periodo in esame l’azienda californiana registra un fatturato di 1,15 miliardi di dollari, in crescita del 4% rispetto agli 1,10 miliardi di dollari registrati nel medesimo periodo di un anno fa, ed in calo dell’8% rispetto agli 1,25 miliardi di dollari registrati nel trimestre precedente.

Gli utili GAAP per azione diluita ammontano a 24 centesimi di dollari, invariati rispetto al primo trimestre dello scorso anno e con un calo del 31% rispetto ai 35 centestimi di dollari dell’ultimo trimestre fiscale 2015. Gli utili non-GAAP per azione diluita ammontano invece a 33 centesimi di dollaro, in crescita del 14% rispetto ad un anno fa e in calo del 23% rispetto al trimestre precedente. L’utile netto GAAP ammonta a 134 milioni di dollari, in calo del 2% anno su anno, mentre se si considera l’utile non-GAAP abbiamo una crescita del 13% a 187 milioni di dollari.

Il CEO di NVIDIA, Jen-Hsun Huang, ha commentato: “L’importanza del visual computing è evidente attorno a noi. La nostra competenza in questo campo ci permette di prendere una posizione di dominio per avanzare nel deep learning, nella realtà virtuale e nelle auto a guida autonoma. La nostra attenzione sul visual computing è allineata con alcune delle più entusiasmanti opportunità di crescita oggi presenti nel mondo computing”.

La crescita del fatturato è stata supportata dalle vendite delle schede GeForce per il gaming e Tesla per la computazione parallela, oltre che dai sistemi per infotainment automobilistico. Se si osserva il fatturato generato dalle GPU, pari a 940 milioni di dollari, si evince una crescita del 5% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. In particolare il fatturato generato dalle GPU di classe GeForce per i sistemi da gioco desktop e notebook cresce del 14%, grazie alla crescita nel comparto PC gaming anche per quanto riguarda le GPU Maxwell di fascia alta. Nvidia osserva inoltre una crescita nel fatturato proveniente dalle GPU Tesla e un calo invece per i prodotti Quadro, sebbene non fornisca il dettaglio specifico per queste categorie di prodotti. Il fatturato generato dai processori Tegra cresce invece del 4%, principalmente grazie al mercato automotive e ai dispositivi SHIELD.

L’azienda di Santa Clara ha inoltre annunciato, questo già nei giorni passati, la decisione di portare a termine le operazioni per quanto riguarda i modem cellulari Icera con la prospettiva di cercare possibili acquirenti per la divisione. NVIDIA prevede costi compresi tra 100 e 125 milioni di dollari per la chiusura delle operazioni della divisione che si occupa di Icera.

Colette Kress, CFO di NVIDIA, ha commentato a margine della presentazione dei risultati finanziari: “Vediamo un mercato poco vivace in direzione del secondo trimestre”. Il riferimento è ad una serie di fattori che si stanno sovrapponendo e vanno a porre un freno alle vendite di PC: lo stagionale rallentamento del mercato e l’attesa in vista del lancio del sistema operativo Windows 10. Il CEO Jen-Husun Huang ha comunque osservato come vi siano molti elementi a dimostrazione del fatto che il gaming PC sta crescendo, grazie alla crescita del digital gaming e degli e-sport. L’attenzione verso i display 4K potrebbe inoltre stimolare ulteriore domanda per le schede grafiche e i dispositivi di gioco, così come per la realtà virtuale.

HP: il Cloud è un viaggio che muta in itinere

HP: il Cloud è un viaggio che muta in itinere

Il passaggio verso il Cloud è un processo complesso, che promette molto ma nasconde delle insidie. La chiave, secondo HP, è l’approccio ibrido per unire i vantaggi del cloud pubblico e del cloud privato e mantenere la giusta agilità e flessibilità”.

HPcloud

Durante i primi mesi del 2015 HP ha annunciato a più riprese varie novità per il panorama Cloud, con speciale attenzione al catalogo HP Helion: la società statunitense sta investendo molto nel Cloud, sin dal debutto dei servizi e dei prodotti Helion avvenuto la scorsa primavera. L’obiettivo che HP si prefigge è quello di aiutare le aziende nel difficile passaggio al Cloud, mettendo loro a disposizione tutta la flessibilità necessaria per affrontare la transizione nella maniera più fluida possibile. Flessibilità che per HP si declina nel paradigma di Hybrid Cloud, ovvero la possibilità di sfruttare contemporaneamente cloud privato e cloud pubblico o gestito in quei campi d’applicazione dove ciascuno dei due modelli risulta efficace.

Abbiamo avuto la possibilità di approfondire la strategia che HP sta portando avanti nel panorama Cloud intervistando Andrea Monaci, Cloud Marketing Director HP EMEA, il quale parte dall’assunto che il passaggio al Cloud è, per chi lo intraprende, un viaggio che muta in itinere: si parte con un’idea di percorso che però viene modificato e adeguato nel corso del tempo. Nell’accompagnare i clienti in questo viaggio la strategia di HP non è cambiata e si basa su due grandi pilastri, ovvero l’Hybrid Cloud da una parte e dall’altra parte i partner.

“I partner sono importanti perché il Cloud non è “one company does everything” ma è un gioco di squadra su tutti i clienti. Del resto l’IT è sempre stata così e i nostri partner spesso sono molto più vicini alle esigenze del cliente rispetto a noi che siamo semplici fornitori di tecnologia. Quello che noi dobbiamo fare, però, è far si che i partner siano in grado di fare Cloud per loro e per i nostri clienti. Alla fine è un viaggio anche per i partner, non solo per le aziende. HP dispone di un programma di partner selezionati, chiamato “Cloud Builder”, con i quali possiamo offrire training e bundle pensati appositamente per dare dimostrazione dell’offerta ai clienti, così come un programma di startup veloce con package più piccoli. Si tratta di un grosso investimento per noi, ma che sta portando i suoi frutti con alcuni grandi clienti che hanno compreso le potenzialità e sono passati alla fase operativa della transizione” afferma Monaci.

Monaci osserva come all’interno dell’enterprise esista un punto fisso rappresentato da uno scenario IT che è frutto di una stratificazione di investimenti, che in una maniera o nell’altra devono essere preservati. Questo punto fisso deve inevitabilmente essere armonizzato con gli altri punti fissi rappresentati dai trend consolidati del momento (mobility, social, big data e via discorrendo) che sono a loro volta supportati dal Cloud che funge da loro abilitatore e che hanno, altrettanto inevitabilmente, un impatto profondo sull’azienda. Questi trend vanno a toccare qualsiasi realtà poiché innescano un cambiamento nel modo di pensare dei clienti e nel modo in cui gli utilizzatori usano la tecnologia (anche internamente all’azienda) e affrontarli significa affrontare la digital transformation.

L’IT si trova quindi nella situazione di dover affrontare una trasformazione che coinvolge vari aspetti aspetti: la “mobilizzazione” delle app, le esigenze di sperimentazione veloce del dipartimento di R&D, gli strumenti SaaS per il dipartimento vendite e via discorrendo. L’IT riceve quindi una serie di richieste da tutta l’azienda e la prima cosa che può fare per rispondere a queste richieste è approntare un catalogo di servizi e, spiega Monaci, il Cloud non è altro che un catalogo digitale di servizi: “Vi sono però servizi che possono essere già pronti e preconfezionati sul mercato da parte di un vendor qualsiasi, mentre altri servizi possono avere una complessità tale da non esistere sul mercato. Il catalogo di cui sopra deve essere capace, pertanto, di poter creare quelle infrastrutture abilitanti ai servizi che mi servono in maniera automatica e in maniera ibrida, appoggiandosi cioè al public Cloud da un lato e al private o virtual private Cloud dall’altro”.

Apple Watch

Apple Watch provato per voi, le nostre prime impressioni

apple watch

A partire da metà 2013 il mondo della tecnologia ha dato spazio ad una nuova categoria di prodotti che si caratterizzano per il fatto di essere strettamente “personali”. Stiamo ovviamente parlando dei dispositivi definiti indossabili, tra i quali spiccano, sia per funzionalità che per interesse da parte degli utenti, gli smartwatch. Si tratta a tutti gli effetti di orologi che offrono però una serie di funzioni avanzate in grado di semplificare alcuni momenti della nostra vita aiutandoci a compiere determinate operazioni. Fino allo scorso mese di Settembre, il mercato degli smartwatch era popolato per lo più da soluzioni dotate di sistema operativo Android Wear e realizzate da tutti i maggiori produttori tecnologici in ambito smartphone.

Come dicevamo sono prodotti indubbiamente interessanti, strettamente personali e personalizzabili, e in grado di svolgere un numero imprecisato di operazioni in più rispetto ai tradizionali orologi. Tuttavia, vuoi per un design ancora troppo lontano dai classici orologi, o vuoi per uno stato di diffidenza generale nei confronti dell’abbandono del vecchio per il nuovo, la dimensione del successo di questi prodotti non è ancora minimamente paragonabile a quella, ad esempio, degli smartphone. Serviva quindi un prodotto in grado di invertire la rotta e di far fare a questo tipo di dispositivi il salto di qualità necessario a far breccia nel cuore degli utenti.

Chi meglio di Apple avrebbe potuto tentare l’impresa? Per quanto chiunque possa essere legato al mondo Android o Windows è assolutamente fuori discussione che l’appeal dei prodotti Apple sul pubblico consumer ha da sempre sbaragliato quello della concorrenza. Così è stato anche per Apple Watch. Non si tratta di una nostra deduzione: i numeri relativi ai preordini parlano chiaro e pur, non avendo apprezzato sin dall’inizio alcuni aspetti di questo smartwatch, abbiamo dovuto ricrederci anche noi.

Abbiamo potuto provare il nuovo orologio intelligente di casa Apple per qualche ora nei giorni scorsi e nelle prossime righe proveremo a spiegarvi come è andata.

Vuoi per un design che non ricorda esattamente quello di un orologio, vuoi per una silhouette non proprio da top model, le forme di Apple Watch non ci hanno convinto e tutt’ora non possiamo considerarlo in cima alle nostre preferenze considerando il solo fattore estetico. C’è però da dire che visto dal vivo, e dopo averlo indossato, il nostro giudizio, forse estremamente severo, si è abbastanza addolcito. Non è poi così brutto, ci verrebbe da dire, anche se continuiamo a preferire un disegno più classico e simile a quello di un tradizionale cronografo.

Detto questo i materiali sono sicuramente ottimi. Abbiamo avuto con noi sia un Watch Sport che un Watch “normale” e in entrambi i casi, pur con finiture differenti, la qualità dell’assemblaggio e i materiali con cui è realizzata la cassa sono parsi di ottimo livello. Sicuramente più elegante il cinturino in pelle di Apple Watch, ma anche la gomma con cui è realizzato quello di Watch Sport non è affatto cheap e, forse, valutando la comodità, ci verrebbe addirittura da preferirlo a quello in pelle. La meccanica della Digital Crown, la rotella posta sul lato destro del Watch, così come quella del tasto posto poco sotto di essa, sono molto buone. Entrambi si individuano con semplicità e la distanza e la posizione dei due sono studiate per non interferire tra loro nell’utilizzo. Sicuramente migliorabile a livello estetico la placca nella quale sono inseriti i vari sensori nella parte interna della scocca che, tuttavia, resta nascosta alla vista per la maggior parte del tempo.

Ma veniamo a quello che è sempre stato il punto di forza dell’azienda di Cupertino, ovvero il software. Il sistema operativo di questo Apple Watch, lo diciamo subito, ci ha piacevolmente sorpreso. Escludendo la componente grafica, su cui sicuramente c’è da lavorare, bastano veramente pochi minuti per familiarizzare con l’interfaccia, le gesture e le funzioni dei tasti fisici.

Per sbloccare Apple Watch e passare dalla Watch Faces alla schermata Home, ovvero quella contenente le applicazioni, è sufficiente una singola pressione della Digital Crown. A quel punto per aprire una delle applicazioni possiamo scegliere tra due modalità. La prima consiste nel centrare l’app desiderata nel quadrante e zoomare ruotando la ghiera della Digital Crown; in questo modo l’icona dell’applicazione verrà ingrandita fino a dissolversi nella schermata principale dell’applicazione stessa. In alternativa è possibile semplicemente premere l’icona corrispondente all’app che vogliamo aprire, esattamente come sul nostro smartphone. Per bloccare il Watch è invece sufficiente coprire lo schermo con il palmo della mano.

L’uscita dalle app è affidata nuovamente alla Digital Crown, fondamentale praticamente per ogni operazione: con una singola pressione è infatti possibile ritornare alla home, esattamente come accade con il tasto home di iPhone. All’interno delle varie App, inoltre, la ghiera serve per navigare scorrendo l’interfaccia, selezionare le voci dei menu e confermare la selezione. Le operazioni appena descritte possono essere effettuate anche utilizzando la funzione touch del display ma abbiamo trovato particolarmente ergonomico l’utilizzo della corona. La stessa ci permette infatti di mantenere sempre la visuale completa del display e di non intaccare lo stesso con ditate antiestetiche.

La risoluzione del display di Apple Watch, nonostante sulla carta non appaia esorbitante, parliamo infatti di 272×340 pixel per la versione da 38 mm e 312×390 pixel per quella da 42, è comunque abbastanza elevata da permettere di visualizzare le informazioni a schermo in maniera ottimale e molto ben definite. Non per nulla si è guadagnato l’appellativo Retina grazie a una sufficientemente alta densità di pixel.

Apple Watch è anche dotato di una sorta di multitasking. Con una doppia pressione rapida del tasto a ghiera è infatti possibile accedere rapidamente all’ultima app aperta o tornare alla Watch Faces pre-impostata. Watch Faces che si possono alternare a piacimento semplicemente effettuando una pressione prolungata sullo schermo e selezionando quella a noi più congeniale.

Effettuando uno swipe dall’alto troviamo a nostra disposizione tutte le notifiche ricevute dal nostro iPhone e quindi dal Watch. Al contrario, con uno swipe dal basso, ecco comparire le Glances, ovvero una serie di schede molto simili ai classici widget, contenenti informazioni riguardo il meteo, gli appuntamenti, l’attività fisica giornaliera e altri argomenti che è possibile configurare dall’app installata sul proprio smartphone.

Microsoft, Edge e l’ultima versione di Windows

Il futuro browser di Redmond non sarà open source, anche se rispetterà appieno gli standard Web. E per il brand Windows Microsoft prepara una rivoluzione, vale a dire la fine delle release progressive
Roma – Dopo la presentazione ufficiale di Edge nel corso della conferenza Build 2015, Microsoft è ora tornata a dispensare rassicurazioni per utenti e sviluppatori sulle qualità “next-gen” del suo prossimo browser. Una piccola rivoluzione a cui si accompagnerà un mutamento ancora più radicale, questa volta per quanto riguarda le future versioni di Windows.

Redmond ha da tempo classificato Edge come un cambio radicale rispetto al passato, e le ultime notizie in tal senso descrivono in dettaglio le tecnologie di cui il nuovo browser farà a meno: via i controlli ActiveX e gli elementi BHO (Browser Helper Object), via i trucchi di codice necessari a mantenere la compatibilità con i siti Web progettati sulla base delle vecchie versioni di Internet Explorer, Edge eliminerà in un sol colpo (almeno in teoria) i rischi di sicurezza e inaffidabilità derivanti dalla proliferazione di applet Java, toolbar, componenti binari “iniettati” all’interno del browser e tutto quanto.

Edge non sarà mai open source perché tale conversione radicale avrebbe costi eccessivi, rivela Microsoft, ma rispetterà da vicino gli standard e le tecnologie Web. Anche per le estensioni, novità assoluta rispetto a IE, che funzionerà più o meno come su Firefox e Chrome sfruttando codice scritto in HTML/JavaScript. Le estensioni arriveranno in seguito alla prima distribuzione pubblica di Windows 10.

Popcorn Time incontra i primi ostacoli legali in Europa

Popcorn Time faceva tremare Hollywood quando iniziava a diventare popolare l’anno scorso. Ma adesso inizia a tremare il team alla base dell’applicazione pirata, dopo che un tribunale ha ordinato il blocco alle pagine web legate al servizio, sulle reti dei più grandi operatori internet del Regno Unito. In questo modo, vengono in qualche modo abbattute le certezze dei ragazzi che hanno progettato e proposto il “Netflix dei pirati”.

popcorn

Al raggiungimento del successo, uno degli sviluppatori sottolineava che il gruppo non manteneva alcuna informazione sui film o sui contenuti ad essi relativi. Tutte le operazioni venivano gestite da API automatizzate e nessun dato veniva salvato sui server proprietari. È stato uno degli aspetti più curati dal team, che ha consentito loro di non preoccuparsi di eventuali azioni legali. Almeno fino ad oggi.

Nel Regno Unito la Corte Suprema ha richiesto a Sky, BT, EE, TalkTalk e VirginMedia di impedire ai propri clienti l’accesso alle pagine web relative a Popcorn Time. L’inchiesta è stata voluta dai grossi nomi di Hollywood, e il suo verdetto finale sottolinea che “è evidente che Popcorn Time sia utilizzato per guardare contenuti pirata su internet, ed è altrettanto evidente che questo sia il suo scopo principale”.

E conclude: “Nessuno usa Popcorn Time per guardare contenuti disponibili legalmente”. Il blocco, così come voluto dalla giustizia britannica, appare però quanto meno inadeguato. Popcorn Time si basa su connessioni peer-to-peer fra gli utenti del servizio, e impedire l’accesso ai siti che permettono il download del client, non impedisce a sua volta la possibilità di vedere i contenuti in esso contenuti se già si ha l’applicazione installata.

Popcorn Time ha catturato sin da subito le attenzioni di pirati e dei proprietari di diritti d’autore. Ha aggirato quelli che erano i limiti dello streaming online, offrendo un servizio di elevatissima qualità basato esclusivamente su contenuti illeciti: la qualità audio-video dei contenuti proposti è solitamente molto alta, così come la velocità di download mai deludente. Anche la semplicità di navigazione nell’interfaccia è esemplare, ed è stata proprio questa la caratteristica che subito lo ha messo in diretto confronto con Netflix.

 

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