Apple lavora a un chip ARM per i Mac

Apple lavora a un chip ARM per i Mac

Scoop di Bloomberg su quanto stanno sviluppando a Cupertino per la prossima generazione dei loro PC. Ma l’addio alle CPU Intel è ancora molto lontano

 

Le fonti anonime di Mark Gurman e Ian King, le cui dichiarazioni sono riportate in un articolo su Bloomberg, parlano chiaro: Apple è impegnata sempre di più a costruire hardware su misura delle proprie esigenze, e questa volta punta a migliorare le performance energetice dei Macbook di prossima generazione. Sono almeno 12 mesi che i tecnici di Cupertino sono al lavoro ma, almeno per ora, quello a cui si applicano è un chip che collaborerà con la CPU Intel per far funzionare al meglio i PC della Mela.

Tra le qualità più pubblicizzate dal marketing Apple c’è già l’autonomia del suo hardware: i MacBook sono i laptop che riescono a spremere più di tutti la singola carica della batteria integrata, con una durata di moltissime ore e funzioni avanzate per l’aggiornamento delle email e del software presente a bordo anche mentre il coperchio è chiuso e il dispositivo è in standby. Power Nap, così si chiama la funzione che permette di mantenere attivo il Mac a schermo spento, con un consumo minimo di batteria, e che alla riaccensione mostra materiale e app aggiornate all’utente.

Quello a cui stanno lavorando gli ingegneri è un chip ARM che sovrintenda agli stati di power management del Mac, proprio durante lo standby: nome in codice T310, verrebbe montato sulla logic board dei portatili (la mother board da sempre si chiama così nei prodotti Apple), per funzionare in collaborazione con la tradizionale CPU prodotta da Intel e il chipset che gestisce in parallelo anche tutti i vari canali di input/output. È già stato fatto un esperimento in tal senso: la Touch Bar presente sull’ultima generazione di Macbook, lanciata a ottobre 2016, è gestita appunto da un chip ARM sviluppata dalla stessa Apple allo scopo.

Un anno di lavorazione alle spalle è abbastanza per pensare, secondo le fonti di Bloomberg, per un debutto di questo chip direttamente nell’aggiornamento 2017 dei MacBook: oltre agli aggiornamenti consueti di CPU (Kaby Lake) e RAM (si arriverà a 32GB?), ci potrà essere anche una nuova modalità Power Nap che consumi ancora meno e permetta di lasciare il Mac in standby per tantissimo tempo pur garantendo di trovarlo perfettamente aggiornato alla riaccensione. Per sfruttare al meglio il nuovo hardware sarebbe indispensabile anche adeguare il software: ma con la piattaforma software che ha messo in piedi Apple, Swift in primis, potrebbe essere una questione di pochi clic mettere in piedi estensioni appositamente compilate per sfruttare le qualità del chip ARM.

Naturalmente l’aggiornamento hardware potrebbe coinvolgere anche i desktop, ovvero l’iMac, dove non c’è batteria ma per i quali una diminuzione dei consumi potrebbe essere comunque una bella notizia da verificare poi in bolletta. In ogni caso, è ancora presto per pensare alla autarchia hardware e software: per molto tempo ancora i Mac continueranno a girare su piattaforma Intel, con l’ausilio soltanto dell’hardware ARM.

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Microsoft, sviluppare app è un gioco nel cloud

Microsoft, sviluppare app è un gioco nel cloud

Redmond apre le porte di PowerApps, nuovo servizio dedicato alla creazione semplificata di app aziendali. Un settore in cui la corporation non vede quel boom che ci si potrebbe aspettare con la proliferazione dei gadget mobile.

Microsoft, sviluppare app è un gioco nel cloud

Stando a quanto sostiene Microsoft, nelle aziende si usano poche app rispetto agli smartphone e tablet (spesso BYOD) a disposizione dai dipendenti: per ovviare a questo “problema”, Redmond ha dunque creato il servizio PowerApps con l’obiettivo di facilitare quanto più è possibile la creazione delle suddette app.

PowerApps dovrebbe rappresentare la risposta di Microsoft al “divario di innovazione” che esiste nel settore delle app per il business, un gap che deriva – sempre secondo Redmond – dalla scarsa disponibilità di sviluppatori mobile rispetto alla richiesta, dalla difficoltà di connettere i dati presenti sul cloud e quelli sui sistemi on-premise, e dai problemi connessi alla condivisione delle app tramite gli app store controllati da remoto dalle grandi corporazioni di settore.

Con PowerApps, spiega Microsoft, creare nuove app su misura delle esigenze aziendali diventa facile come creare una presentazione PowerPoint con drag&drop degli elementi pertinenti, ed è ovviamente possibile connettere la propria app con i database locali (SQL Server, Oracle, SAP eccetera) e quelli cloud (Office 365, Salesforce, OneDrive, Dropbox eccetera) contemporaneamente.

Grazie a PowerApps, sostiene Redmond, qualunque dipendente può sviluppare app tramite un’interfaccia grafica con tanto di template predefiniti; una volta terminato lo “sviluppo”, la app può essere condivisa e distribuita (tramite URL) con la app ufficiale PowerApps disponibile su iOS, Android e Windows Phone/10 Mobile.

Il reparto IT aziendale può naturalmente avere l’ultima parola nell’accesso al servizio, mentre i “veri” sviluppatori di codice che non hanno bisogno di un’interfaccia semplificata potranno sfruttare l’offerta App Service disponibile su piattaforma Azure.

Pepsi, Android al gusto Lollipop

Pepsi, Android al gusto Lollipop

Il marchio della bevanda assocerà il suo nome ad un dispositivo destinato al mercato cinese: si chiamerà Pepsi P1 e si collocherà fascia media.

Pepsi, Android al gusto Lollipop

Anticipato da diverse indiscrezioni, PepsiCo. ha annunciato il prossimo lancio di un proprio smartphone con sistema operativo Android sul mercato cinese.

Il marchio della cola si limiterà ad associarsi al device “come già fatto con altri prodotti ed accessori recentemente commercializzati col marchio Pepsi”. A partire dal nome, Pepsi P1: la produzione rimarrà in capo ad un’azienda locale.

A livello di caratteristiche, il dispositivo non dovrebbe discostarsi dagli altri dispositivi Android 5.1 Lollipop di fascia media: ad un prezzo di circa 200 dollari, avrà uno schermo da 5,5 pollici e 1080p, un processore 1,7 GHz, memoria interna da 16 GB, 2GB di RMA ed una batteria da 3,000mAh.

Pepsi, Android al gusto Lollipop2

Il terminale Android brandizzato Pepsi arriverà sul mercato entro la fine di ottobre (si parla del 20) e non può che far pensare alla versione del sistema operativo di Google soprannominata Kit Kat: un marchio che, in questo caso, ha legato il proprio nome direttamente a quello del sistema operativo sviluppato a Mountain View.

 

OS X El Capitan su Mac App Store

OS X El Capitan su Mac App Store

OS X El Capitan da oggi disponibile come aggiornamento gratuito su Mac App Store

Il nuovo sistema operativo della Mela è ora disponibile per tutti i Mac dal 2009 in poi e come aggiornamento diretto e gratuito da Mac OS X 10.6. Il pacchetto pesa 6GB.

OS X El Capitan

Da oggi è disponibile il nuovo sistema operativo OS X El Capitan (Mac OS X 10.11) che viene rilasciato in forma di aggiornamento gratuito per tutti i sistemi introdotti sul mercato dal 2009 in poi e per alcuni modelli introdotti nel 2007 e nel 2008.

Craig Federighi, Senior Vice President Software Engineering per Apple, ha commentato: “El Capitan perfeziona l’esperienza Mac e migliora le prestazioni in tanti piccoli modi che fanno una grande differenza. Il riscontro ricevuto dal nostro programma beta OS X è stato incredibilmente positivo e pensiamo che i clienti ameranno i loro Mac ancora di più con El Capitan”.

El Capitan si basa sulle funzioni e sul design già introdotti in Yosemite, inserendo una serie di aggiornamenti relativi alla gestione delle finestre, alle app integrate e alla ricerca Spotlight, e miglioramenti nelle prestazioni. Tra le novità, un Mission Control che semplifica la gestione di tutte le app aperte sul Mac e la nuova funzione Split View che posiziona automaticamente due app una accanto all’altra in full screen quando occorre lavorare in parallelo su entrambe. El Capitan estende inoltre le funzionalità di Spotlight, che già da Yosemite aveva ricevuto un sostanziale rimaneggiamento, con l’ampliamento dei suoi domini di ricerca.

Molte delle app integrate sono state aggiornate e arricchite con nuove funzionalità e, sotto la scocca, la tecnologia Metal va ad accelerare Core Animation e Core Graphics per incrementare la velocità di rendering dell’interfaccia grafica e incrementare l’efficienza del sistema operativo. Infine El Capitan offre un supporto migliore alle lingue internazionali, fra cui un nuovo sistema di font per gli alfabeti a ideogrammi.

OS X El Capitan è scaricabile tramite la funzione aggiornamento all’interno di Mac App Store. Il peso del pacchetto è di circa 6GB e può essere utilizzato per creare una chiavetta di boot per reinstallare il sistema operativo in situazioni di emergenza o su altre macchine. L’aggiornamento può essere condotto direttamente da tutti i sistemi operativi Mac OS X 10.6 e successivi.

 

Huawei Nexus 6P, annunciato il primo Nexus con scocca interamente in alluminio

Huawei Nexus 6P, annunciato il primo Nexus con scocca interamente in alluminio

Google e Huawei hanno finalmente ufficializzato il nuovo Nexus 6P, variante phablet con sistema operativo “puro” e decisamente curato sul fronte del design.

Huawei Nexus 6P 0

LG Nexus 5X non è stato l’unico smartphone che Google ha annunciato martedì 29 settembre. Al modello “tradizionale” da 5,2″ se ne affianca, come del resto già anticipato da molte fonti, uno da 5,7″ e a sviluppare questa variante phablet è Huawei. Huawei Nexus 6P si basa su un display AMOLED a risoluzione Quad HD (1440×2560 pixel) con una densità di pixel pari a 518PPI protetto da una lastra di Gorilla Glass 4.

Nonostante l’ampio display, il rapporto screen-to-body ridotto dovrebbe garantire dimensioni complessive non troppo accentuate per l’intero terminale. Si parla di 159,3 x 77,8 mm per la sua superficie, con uno spessore di 7,3mm. Sul fronte del design Nexus 6P è il primo modello della famiglia ad annoverare una scocca interamente in alluminio proposta in tre colori differenti: bianco, alluminio e grafite, mentre un ulteriore colore, rose gold, è previsto solo per il mercato giapponese.

La piattaforma hardware del nuovo smartphone è incentrata sul SoC Qualcomm Snapdragon 810 v2.1 (più freddo rispetto alle prime versioni) portato alla frequenza operativa di 2GHz. La CPU è supportata da 3GB di RAM, mentre saranno 3 i tagli previsti per lo storage integrato: 32, 64 e 128GB in nessun caso espandibili via microSD. Il connettore integrato è un USB Type-C reversibile e pertanto non è compatibile con i vecchi cavi microUSB.

Come su Nexus 5X lo smartphone ha due altoparlanti stereo rivolti verso la parte frontale del dispositivo, mentre troviamo anche un LED RGB per le notifiche in arrivo. Sulla parte posteriore c’è anche Nexus Imprint, un sensore biometrico per la scansione delle impronte digitali per sbloccare lo smartphone e accedere ai suoi contenuti. Ad alimentare il tutto troviamo una generosa batteria da 3.450mAh.

Il comparto fotografico di Huawei Nexus 6P è simile a quello del suo fratellino minore. Il sensore del modulo posteriore è lo stesso e scatta a 12,3 megapixel (con pixel grandi 1,55μm) ed è assistito da un auto-focus al laser e un obiettivo con apertura f/2.0. Cambia invece la fotocamera frontale, da 8 megapixel sul modello di Huawei con pixel grandi 1,4μm e apertura f/2.4. La fotocamera posteriore registra video alla risoluzione 4K e slo-mo fino a 240fps.

Lo smartphone viene dotato di un caricabatterie da 3A a 5V, che riesce a consegnare ben 7 ore d’utilizzo in soli 10 minuti di ricarica. Per via del corpo interamente in metallo, Huawei Nexus 6P non supporta però alcuna tecnologia di ricarica wireless.

Prezzi e disponibilità: Nexus 6P è già in pre-order in alcuni paesi selezionati (Stati Uniti, Regno Unito, Irlanda e Giappone) ad un prezzo di 499$ per il modello base da 32GB sino ad arrivare a 649$ per il modello da 128GB. In Europa il prezzo potrebbe partire da 649€ per il modello base, anche se i prezzi locali non sono stati annunciati ufficialmente.

Specifiche tecniche:

  • Sistema Operativo: Android 6.0 Marshmallow
  • Processore: Qualcomm Snapdragon 810 v2.1 da 2.0 GHz
  • Display: 5,7 pollici AMOLED Quad HD (2560 x 1440 / 518ppi)
  • Memoria: 3GB RAM / 32 – 64 – 126 GB ROM
  • Fotocamera: Posteriore: Fino a 12,3MP con apertura focale f/2.0 – Frontale: 8MP con apertura focale f/2.4
  • Connettività: 4G LTE Cat. 6 / Wi-Fi 802.11 a, b, g, n, ac / Bluetooth 4.2 / NFC / USB Type-C
  • Batteria: 3.450mAh (integrata)
  • Dimensioni: 159,4 x 77,8 x 7.3mm
  • Peso: 178g
  • Altro: Video 4K / Dual Flash / Auto-Focus Laser / Sensore di impronte digitali

 

 

 

 

 

Nextbit, c’è un nuovo smartphone in città

Nextbit, c’è un nuovo smartphone in città

Ex-Google ed ex-HTC assieme per un nuovo modello di sviluppo. L’annuncio del primo terminale il prossimo settembre.

Nextbit

Provare a scalare la vetta del mercato seguendo una strada diversa: i proclami del management di Nextbit, azienda sconosciuta ai più che ha ottenuto però già un buon successo con un software per il backup su Android venduto in Giappone, sono sfrontati e arrembanti. Puntano diritto a scardinare l’attuale equilibrio dell’ecosistema mobile, al momento dominato da Samsung ed Apple con quest’ultima l’unica a fare davvero tanti quattrini con la vendita di smartphone.

Per ottenere questo risultato, che c’è da dire è piuttosto ambizioso, Nextbit ha messo insieme una squadra completa: ci sono ex-googler che arrivarono a Mountain View con l’acquisizione di Android, dunque conoscono meglio di molti altri le qualità e le capacità del sistema operativo mobile del robottino verde. Poi c’è l’ex-HTC Scott Croyle, uno dei designer artefice dell’apprezzato One M7: si tratta di uno dei primi smartphone in circolazione interamente realizzato in metallo, ed è facile immaginare che anche lo smartphone Nextbit sarà realizzato in materiali pregiati.

In una intervista rilasciata a ZDNet, il CEO di Nextbit Tom Moss non si sbilancia troppo per quanto attiene le caratteristiche tecniche ed estetiche dello smartphone: però mette in chiaro che l’azienda punterà molto sullo sviluppo software della piattaforma anche e soprattutto dopo la messa in vendita. In un certo senso il terminale migliorerà col tempo, visto che il team di sviluppo continuerà a elaborare modifiche e miglioramenti per il dispositivo: al contrario di quanto accade normalmente oggi nella maggioranza dei casi, l’idea di Nextbit è di cercare di staccarsi dalla base di Android per migliorare performance e funzioni, senza tuttavia perdere di vista l’esperienza utente elaborata a Mountain View in questi anni.

Tutto questo dovrebbe servire a rendere il prodotto Nextbit meno incline a una obsolescenza precoce, senza tuttavia inserirlo in un universo parallelo come accaduto al Fire di Amazon. Questo assieme al design dovrebbe convincere gli utenti a sborsare una cifra superiore alla media, riconducibile comunque nella fascia di mercato compresa tra 300 e 400 dollari: con un prezzo simile ci dovrebbero essere margini bastanti a ripagare i costi di sviluppo e generare anche un profitto, indispensabile per tenere a galla le ambizioni di Nextbit.

L’annuncio del primo smartphone dell’azienda, che conta anche Google Ventures tra i suoi investitori, avverrà il 1 settembre prossimo.

Sony – primo smartphone con schermo a 4K

Sony – primo smartphone con schermo a 4K

Si vocifera che all’IFA di Berlino, a inizio Settembre, Sony presenterà un proprio smartphone da 5,5 pollici con una risoluzione di 4K, per la prima volta abbinata ad un device mobile di questo tipo. Tanti numeri, ma saranno utili.

Sony smartphone

L’indiscrezione proviene dal sito Xperiablog, e riporta la possibilità che Sony presenti in occasione dell’IFA 2015 di Berlino il primo smartphone abbinato a schermo capace di una risoluzione 4K. Il modello che per primo potrebbe debuttare con questa caratteristica è indicato con il nome di Xperia Z5+.

Si ipotizza che un prodotto di questo tipo possa utilizzare uno schermo dalla diagonale di 5,5 pollici. Una diagonale di questo tipo con risoluzione di 4K è del resto quanto Sharp ha annunciato alcuni mesi fa, presentando il proprio pannello IGZO dotato proprio di queste caratteristiche.

Se confermato, un prodotto di questo tipo raggiungerebbe una densità di 801 PPI, Pixels per Inches, che rappresenterebbe un nuovo record per i prodotti consumer. D’altro canto ci si può lecitamente domandare quali siano le ricadute pratiche di una tecnologia di questo tipo per l’utente, vista la già elevatissima densità ottenibile al momento con gli smartphone dotati di display QHD.

Alcuni anni fa è stata lanciata una vera e propria rincorsa tra i produttori di smartphone verso lo schermo più grande e con la risoluzione più alta. Tutto questo ha portato a prodotti oggettivamente molto belli, e in grado di restituire una risposta a schermo di elevatissima qualità. Spingersi però sino a 4K con un pannello così piccolo come quello di uno smartphone ci pare essere un eccellente risultato dal punto di vista tecnologico, ma allo stesso tempo qualcosa privo di una effettiva utilità.

Una risoluzione così elevata, inoltre, impone un carico di lavoro supplementare al sottosistema video integrato nel SoC dello smartphone, chiamato a gestire un numero di pixel estremamente elevato e per i quali debba garantire una riproduzione sempre fluida. Resta da capire se con i SoC attuali, e per questo smartphone Sony si parla del chip Qualcomm Snapdragon 810 (MSM8944), si possa arrivare a questo risultato con 3.840×2.160 pixel da gestire.

 

Samsung Unpacked 2015 – S6 Edge+ e Note 5

Samsung Unpacked 2015 – S6 Edge+ e Note 5

Il colosso coreano presenta i nuovi phablet che faranno concorrenza ad iPhone nella stagione delle vendite natalizie. Poco di nuovo sotto la scocca, con qualche piccola miglioria qua e là. Debutta inoltre il nuovo servizio di pagamenti mobile Samsung Pay che può essere sfruttato con tutti i terminali POS in grado di leggere una carta di credito tradizionale.

Samsung Unpacked 2015 - S6 Edge+ e Note 5

Si è da pochi minuti concluso l’evento Samsung Unpacked 2015, l’appuntamento annuale con l’azienda Coreana per la presentazione di nuovi smartphone che andranno a battagliare con i nuovi iPhone per la supremazia nel trimestre più importante dell’anno, quello delle vendite legate alle festività natalize e di fine anno.

Durante l’evento Samsung ha ufficialmente presentato il nuovo Galaxy Note 5, l’ultimo nato della linea di phablet Note. L’azienda coreana descrive il nuovo prodotto come l’unione del Galaxy S6 introdotto in precedenza nel corso dell’anno e il Note 4 presentato lo scorso anno.

Galaxy Note 5 rappresenta l’ammiraglia della linea di smartphone Samsung, anche se l’azienda coreana ha deciso di riutilizzare ampiamente molte delle cose già viste con Galaxy S6 a partire dall’impostazione progettuale ed estetica e dai materiali utilizzati come il vetro anteriore e posteriore e l’intelaiatura metallica. Tuttavia l’evoluzione nel design e nei materiali avviene non senza qualche importante perdita: spariscono infatti la batteria rimovibile e il supporto alle schede Micro SD.

Per quanto riguarda le specifiche tecniche, ritroviamo lo stesso SoC Samsung Exynos octa-core usato in Galaxy S6, questa volta però abbinato a 4GB di memoria RAM. Il phablet è disponibile in capienze da 32GB o 64GB e Samsung non prevede di commercializzare una versione con 128GB di spazio di archiviazione. La batteria ha invece una capacità di 3000mAh.

Da Galaxy S6 è tratto anche il modulo fotocamera posteriore, da 16 megapixel e con tecnologia OIS (che ora può effettuare direttamente lo streaming live di riprese video su YouTube grazie all’apposita app), ed il display Super AMOLED da 5,7 pollici di diagonale ha la sessa risoluzione QHD da 2560×1440 pxiel. Le dimensioni fisiche dello schermo sono le stesse dei predecessori Note 3 e Note 4, ma le dimensioni complessive dell’intero dispositivo sono state ridotte: il phablet è infatti leggermente meno largo, più sottile e più corto rispetto a Note 4 offrendo all’utente la possibilità di utilizzarlo agevolmente anche con una sola mano, grazie anche alla forma ricurva della superficie posteriore.

Distintiva della famiglia Note è la presenza del pennino S Pen che trova alloggio in uno slot nell’angolo inferiore destro del dispositivo. Con Note 5 Samsung inserisce un pennino più lungo e dall’aspetto più elegante rispetto ai predecessori. Samsung ha dichiarato di aver migliorato la sensibilità alla pressione ed il comportamento durante la scrittura, oltre ad aver aggiunto una serie di nuove funzionalità come ad esempio la possibilità di estrarre la penna dal suo alloggiamento e iniziare immediatamente a scrivere sul display, senza doverlo accendere manualmente, allo scopo di prendere velocemente nota di qualcosa.

Dal punto di vista software, Samsung Galaxy Note 5 è basato su sistema operativo Android “Lollipop” 5.1 con interfaccia TouchWiz ed una serie di personalizzazioni apportate dal colosso coreano. Il nuovo Samsung Galaxy Note 5 sarà disponibile in commercio il prossimo 21 agosto, ad un prezzo ancora non comunicato ma che sarà verosimilmente corrispondente a quello del modello che va a sostituire, ovvero attorno ai 769 Euro (listino ufficiale) per il modello da 32GB.

Modello

Galaxy S6 Edge Galaxy S6 Edge+ Galaxy Note 4 Galaxy Note 5
SoC Exynos 7420
4xA57 @ 2,1GHz
4xA53 @ 1,5GHz
Exynos 7420
4xA57 @ 2,1GHz
4xA53 @ 1,5GHz
Snapdragon 805
2,7GHz
Exynos 7420
4xA57 @ 2,1GHz
4xA53 @ 1,5GHz
GPU Mali T760MP8 Mali T760MP8 Adreno 420 Mali T760MP8
Memoria sistema 3GB 4GB 3GB 4GB
Storage 32/64/128GB 32/64GB 32GB+microSD 32/64GB
Dimensione schermo 5,1 pollici, dual edge 5,7 pollici, dual edge 5,7 pollici 5,7 pollici
Ridoluzione schermo 2560×1440 2560×1440 2560×1440 2560×1440
Network 2G/3G/4G LTE (Cat 6) 2G/3G/4G LTE (Cat 6/9) 2G/3G/4G LTE (Cat 6) 2G/3G/4G LTE (Cat 6/9)
Dimensioni 143,4×70,5×6,8 mm 154,4×75,8×6,9 mm 153,5×78,6×8,5 mm 153,2×76,1×7,6 mm
Peso 138gr 153gr 176gr 171gr
Fotocamera posteriore 16MP, f/1,9 16MP, f/1,9 16MP, f/2 16MP, f/1,9
Fotocamera frontale 5MP, f/1,9 5MP, f/1,9 3,7MP, f/1,9 5MP, f/1,9
Batteria 2.550mAh 3000mAh 3220mAh 3000mAh
OS Android 5
TouchWiz
Android 5.1
TouchWiz
Android 4.4.4
TouchWiz
Android 5.1
TouchWiz
WiFi 802.11a/b/g/n/ac 802.11a/b/g/n/ac 802.11a/b/g/n/ac 802.11a/b/g/n/ac
NFC si si si si

La scorsa primavera con il rilascio di Galaxy S6 e Galaxy S6 Edge, Samsung ha mostrato un cambio abbastanza radicale nella filosofia estetica e progettuale. A cinque mesi di distanza l’azienda coreana presenta Galaxy S6 Edge+, che al primo impatto somiglia in maniera impressionante al suo diretto predecessore. Cambiano di pochissimo le dimensioni, con il nuovo S6 Edge+ che è di 12mm più lungo e di 5mm più largo di S6 Edge, e con uno spessore praticamente identico (6,9mm contro i 7mm di S6 Edge).

Anche all’interno troviamo elementi familiari con il medesimo processore Exynos octa-core utilizzato in S6 e che, come accade nel caso del nuovo Note 5, viene corredato di 4GB di memoria RAM. Stesso modulo fotocamera da 16 megapixel e sistema operativo Android 5.1 Lollipop. Insomma, Samsung pare aver seguito in maniera pedissequa il vecchio adagio secondo il quale “squadra che vince non si cambia”.

Due però sono gli elementi su cui l’azienda coreana è intervenuta nello sviluppo di S6 Edge+. Anzitutto la batteria che pur restando non rimovibile, cresce dai 2550mAh di S6 Edge ai 3000mAh di Edge+ e regala un po’ più di autonomia operativa. L’altra novità riguarda una piccola miglioria al software che permette di avere un grande impatto sull’uso del telefono: si tratta di “App Edge“, veloci collegamenti alle applicazioni che vengono collocate sul profilo dell’home screen allo stesso modo in cui vengono visualizzati i contatti “People Edge” che Samsung ha introdotto con S6 Edge. Il tab dei collegamenti veloci non è però una funzionalità riservata solamente all’home screen in quanto è possibile configurarla affinché si mostri in ogni circostanza.

Anche per S6 Edge+ Samsung sceglie di integrare la funzionalità che permette di eseguire il live streaming (fino a [email protected]) di riprese video su YouTube tramite l’app nativa della fotocamera. L’utente può decidere di programmare trasmissioni o di avviarle live sul momento, così come di creare sessioni private su invito o sessioni pubbliche da condividere tramite i canali social.

Samsung Galaxy S6 Edge+ sarà disponibile in livrea nera o dorata a partire dal 21 agosto nelle varianti da 32GB e da 64GB. Anche in questo caso il prezzo non è ancora stato comunicato, ma è verosimile supporre un ordine di grandezza simile a quello S6 Edge, per un esborso complessivo che dovrebbe assestarsi sugli 889 Euro per la versione a 32GB.

Accanto ai due nuovi telefoni Samsung ha inoltre annunciato il nuovo servizio Samsung Pay che a differenza di altri vari servizi simili venuti alla ribalta negli ultimi mesi (Apple Pay, Google Wallet e l’imminente Android Pay) non richiede un terminale di lettura NFC apposito ma può essere utilizzato con qualsiasi terminale in cui si possa “strisciare” una carta di credito. Lo stratagemma inventato da Samsung riguarda una piccola bobina magnetica che è in grado di emettere lo stesso tipo di codice magnetico che i lettori rilevano quando leggono una carta di credito.

Si tratta di Magnetic Secure Trasmission, MST, ed è presente in Galaxy S6, S6 Edge e nei nuovi S6 Edge+ e Note 5. Samsung Pay permette comunque di effettuare pagamenti tramite NFC e di conservare carte fedeltà, tessere punti e voucher.

Per usare Samsung Pay è sufficiente effettuare uno swipe dalla cornice inferiore del telefono: apparirà una carta di credito virtuale che può essere sbloccata a seguito della verifica dell’impronta digitale. A questo punto si può effettuare il pagamento tramite NFC (come Apple Pay o Android Pay) o avvicinare il telefono vicino alla zona dove si passerebbe la carta di credito. A differenza di soluzioni concorrenti, come Apple Pay, che avvia il pagamento autonomamente quando si avvicina iPhone al POS, è necessario che l’operazione di pagamento sia avviata da un’azione dell’utente.

Sul fronte della sicurezza Samsung Pay si basa su un meccanismo a token, ovvero non invia direttamente i dati della carta di credito ma quelli di una carta temporanea creata da Visa o da Mastercard, le cui informazioni sono conservate in un ambiente sicuro, isolato da qualsiasi app che tentasse di accedervi.

Samsung Pay sarà lanciato in Corea il prossimo 20 agosto e negli Stati Uniti il 28 settembre (alcuni utenti selezionati potranno avere l’opportunità di partecipare ad un beta test del servizio che prenderà il via il 25 agosto). Il servizio sarà inoltre lanciato, sebbene non siano state fornite date a riguardo, in Regno Unito, Spagna e Cina.

Infine appuntamento all’IFA di Berlino per il lancio del nuovo smartwatch Samsung Gear S2

 

 

 

 

 

Cresce l’interesse di mercato per le soluzioni Tablet 2-in-1

Cresce l’interesse di mercato per le soluzioni Tablet 2-in-1

Le più recenti stime prevedono una forte crescita nelle vendite di sistemi tablet 2-in-1, con una buona incidenza di soluzioni Windows. Una dinamica che compensa il calo nella domanda di tablet, ma che i produttori devono cogliere al megli.

tablet2-in-1

Il mercato dei tablet sta registrando da alcuni trimestri a questa parte dei segnali di contrazione, ma in parte questo è controbilanciato da una crescita di popolarità dei prodotti 2-in-1. Ci riferiamo a quei sistemi notebook che abbinano uno schermo con funzionalità touch che può venire fisicamente staccato dalla base contenente la tastiera: in questo modo si può facilmente passare dalla modalità notebook tradizionale a quella tablet e viceversa, a seconda delle necessità d’uso del momento.

Strategy Analytics indica, in un proprio recente report, come le stime prevedano una crescita del 91% di questo segmento di mercato nel corso dei prossimi 5 anni grazie ad una progressiva contrazione dei prezzi di vendita e a un miglioramento dei design e delle funzionalità implementate.

Le stime prevedono inoltre che le soluzioni tablet basate su sistema operativo Windows conosceranno nel corso del 2015 e negli anni a venire un incremento della domanda, raggiungendo una quota di mercato del 10% entro fine 2015. La diffusione di Windows 10 ma soprattutto la mossa di Microsoft con i prodotti della famiglia Surface hanno progressivamente contribuito a sdoganare questi prodotti tra i consumatori.

I tablet 2-in-1 avranno secondo le stime un maggiore successo di mercato rispetto alle proposte slate, che già nel corso del 2015 hanno visto un calo di interesse rispetto al passato proprio a tutto vantaggio delle proposte 2-in-1. La flessibilità d’uso di queste ultime soluzioni, per non parlare di quei prodotti che permettono di configurare modalità ancora più diverse rispetto a quelle tablet e notebook tradizionali, ne rappresenta a nostro avviso una forte spinta al successo futuro.

Quello che però i produttori dovranno continuare a sviluppare sarà una costante evoluzione di queste piattaforme, evitando di restare ancorati a design di successo al momento attuale ma che presto potrebbero non rivelarsi più adeguati alle esigenze degli utenti. In questo è da esempio quanto sviluppato da Microsoft con la terza generazione di piattaforma Surface Pro, con la quale è stato mantenuto l’approccio base comune a Surface Pro e Surface Pro 2 ma abbinando a questo numerose novità che hanno significativamente incrementato la qualità del prodotto e i livelli di produttività per gli utenti.

 

 

Thunderstrike 2, rootkit per Mac

Thunderstrike 2, rootkit per Mac alla riscossa

Thunderstrike 2, rootkit per Mac

I ricercatori aggiornano un attacco già presentato a inizio anno e lo rendono ancora più pericoloso. Difendersi è molto complicato se non impossibile, e Apple non aiuta: le patch latitano, o sono poco efficaci, come mostrano gli ultimi exploit.

I Mac possono essere molto più insicuri dei PC, soprattutto in fase di boot; la dimostrazione di questa poco invidiabile qualità arriva da Thunderstrike 2, attacco in via di presentazione alle conferenze hacker di agosto (DEF CON, Black Hat) progettato per sfruttare le vulnerabilità di sicurezza nel firmware EFI per la gestione a basso livello della piattaforma informatica di Apple. Una piattaforma oramai costantemente sotto attacco nonostante le patch di Cupertino.

I ricercatori che hanno creato la nuova minaccia includono quelli già attivi su Thunderstrike, una prima versione dell’attacco presentata a inizio anno e che viene resa ancora più pericolosa grazie alla capacità di agire da remoto, tramite email di phishing o altre strategie utili a incoraggiare il download e l’installazione di codice malevolo su sistemi locali tramite Internet.

Thunderstrike 2 installa il proprio codice malevolo nella “Option ROM” inclusa in taluni accessori per porta Thunderbolt, un codice che viene poi eseguito durante il boot del Mac (qualora l’accessorio infetto fosse connesso al PC) subito dopo il caricamento della Boot ROM e prima ancora dello stesso firmware EFI.

Il codice proof-of-concept di Thunderstrike 2 è in sostanza un rootkit praticamente invisibile, impossibile da identificare con i più sofisticati software di sicurezza moderni e resistente a qualsiasi tentativo di “pulizia”, reinstallazione del sistema operativo, sostituzione del disco fisso e tutto quanto. L’attacco corregge le vulnerabilità sfruttate per compromettere il sistema, quindi anche in questo caso non è possibile agire per risolvere il problema.

Thunderstrike sfruttava vulnerabilità parzialmente corrette da Apple, mentre Thunderstrike 2 fa uso di bug ancora aperti e che coinvolgono tutti i sistemi Mac dotati di una porta Thunderbolt. Cupertino, dal canto suo, non si mostra particolarmente veloce ad aggiornare Mac e OS X, come la circolazione di exploit e minacce informatiche in grado di sfruttare la recentemente scoperta vulnerabilità della variabile d’ambiente DYLD PRINT TO FILE stanno a dimostrare.

Non che Thunderstrik 2 rappresenti il primo caso conclamato o teorico di rootkit invisibile, beninteso, o che il problema riguardi solo la piattaforma Mac/OS X: da tempo i ricercatori fanno i conti con minacce apparentemente inafferrabili e difficili persino da definire con precisione, e l’intelligence americana è oramai nota per fare uso di rootkit in grado di rendersi invisibili infettando il firmware dell’hard disk.

Apple e Samsung lavorano alla SIM virtuale

Apple e Samsung lavorano alla SIM virtuale

Apple-Sim

I due colossi del mobile sarebbero impegnati nella definizione di uno standard comune per le schede SIM virtuali, hardware “embedded” presumibilmente destinato a sostituire le schede-operatore rimuovibili nei prossimi anni.

Stando alle indiscrezioni pubblicate dal Financial Times, Apple e Samsung avrebbero avviato un’iniziativa di standardizzazione per le SIM card virtuali, una tecnologia ancora poco diffusa che promette maggior praticità d’uso all’utente e (soprattutto) un controllo ancora più stringente sull’hardware ai produttori.

Con la SIM virtuale direttamente integrata in un gadget mobile, infatti, le configurazioni necessarie a passare da un operatore cellulare all’altro verrebbero gestite via software e il design del dispositivo non dovrebbe prendere in considerazione la necessità dell’alloggiamento per una scheda sostituibile dall’utente.

Lo standard “e-SIM” su cui lavorano Apple e Samsung dovrebbe essere pronto entro il 2016, dicono le succitate indiscrezioni, e dal gruppo industriale GSM Association arriva la conferma che, oltre i due produttori di cellulari e gadget mobile, sono della partita anche i carrier internazionali più importanti come AT&T, T-Mobile, Deutsche Telekom, Vodafone, Telefonica, Orange e via elencando.

La partecipazione di Apple e Samsung non è però ancora garantita, e con l’azienda americana ci sarebbero in particolare ancora in corso colloqui per un accordo “formale” sullo standard. La SIM virtuale è d’altronde una tecnologia su cui Cupertino ha già investito, con i primi gadget (iPad Air 2) dotati di SIM virtuale in commercio dal 2014.

Apple Music può guadagnare dallo streaming altrui?

Apple Music può guadagnare dallo streaming altrui?

Apple-musicApple Music può guadagnare dallo streaming altrui?

La fetta del 30 per cento che Cupertino pretende dai servizi di streaming concorrenti su App Store potrebbe essere una pratica lesiva della concorrenza, ora che Apple Music ha iniziato a suonare.

Apple si è finalmente dotata di un servizio di streaming musicale tutto suo, Apple Music, continua ad offrire sul proprio store le applicazioni concorrenti, quali Spotify, Deezer e via dicendo. Ad esse impone il canonico 30 per cento sulle transazioni degli utenti: da ogni abbonamento stipulato dagli utenti con la mediazione dell’app, Apple racimola una parte cospicua delle entrate dei concorrenti.

Questo apparente conflitto di interessi venutosi a creare dopo l’avvento di Apple Music, per il quale Apple sarebbe in grado di avvantaggiarsi rispetto alla concorrenza contando non solo sulla propria offerta ma anche sulle regole del proprio store, era già stato segnalato da Spotify: nei giorni scorsi il servizio di streaming aveva invitato i propri utenti al risparmio, sottoscrivendo o rinnovando i propri abbonamenti senza passare dall’app, ma operando a mezzo web. Come spiegato anche nelle FAQ, “Acquistare Spotify tramite iTunes costa il 30% in più rispetto all’acquisto effettuato direttamente su Spotify.com a causa dei costi di intermediazione di Apple”.

Ora, secondo le indiscrezioni raccolte da Reuters da tre differenti fonti, diverse piattaforme di streaming concorrenti di Apple Music si sarebbero rivolte alla Federal Trade Commission statunitense affinché analizzi la situazione e valuti il modo di operare di Cupertino: la fetta richiesta da Apple comprime inevitabilmente i margini di guadagno affatto opulenti delle piattaforme che, come nel caso di Spotify, finiscono per riversare i costi aggiuntivi sui consumatori. La Mela proibisce inoltre di rendere noto, nel contesto dell’applicazione sui dispositivi iOS, l’alternativa dell’abbonamento mediato dal Web e impedisce ai gestori delle app anche un solo link ai rispettivi siti Web. Le costringerebbe così, in cambio della presenza sull’App Store, a rinunciare a competere alla pari con il proprio servizio di streaming, tagliando sui guadagni o indimicandosi i consumatori.
FTC, secondo Reuters, ha ascoltato le ragioni dei concorrenti di Apple ma non avrebbe formalizzato alcun tipo di indagine.

Le autorità antitrust statunitensi, ma anche quelle europee, apre abbiano già iniato a sondare il terreno e lo scenario competitivo in cui Apple Music ha gettato le proprie radici: di recente si è appreso che i procuratori generali dello stato di New York e dello stato del Connecticut si sono consultati con le major del disco per fare chiarezza sui rapoorti che intrattengono con Cupeetino, a potenziale danno dei concorrenti e, di conseguenza, delle platee in ascolto.

 

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