Oculus Rift, aspettative e attese

Oculus Rift, aspettative e attese

Oculus Rift

Il caschetto per la realtà virtuale giungerà con ritardo per una parte di coloro che lo hanno ordinato, a causa di problemi logistici. Nel frattempo c’è chi si intrattiene analizzandone le condizioni d’uso

Le ordinazioni sono state aperte nel mese di gennaio, i primi esemplari di Oculus Rift destinati al mercato consumer sarebbero dovuti essere consegnati nei primi giorni di aprile, con le spedizioni in partenza alla fine di marzo. Qualcosa, però, è andato storto nella catena logistica.
Coloro che hanno stanziato 600 dollari (o oltre 740 euro) per aggiudicarsi un esemplare del caschetto per la VR, nei giorni scorsi sono stati informati del fatto che avrebbero ricevuto una notifica nel momento in cui l’ordine sarebbe stato evaso. I mormorii, sull’onda delle aspettative deluse, si sono trasformati in polemiche e l’intervento su Twitter e su Reddit del fondatore di Oculus Palmer Luckey non è servito a placarle, anzi.

Coloro che hanno effettuato gli ordini hanno ricevuto nelle scorse ore una email nella quale si attribuisce il ritardo ad una non meglio precisata “inattesa indisponibilità di componenti” e a mo di risarcimento il CEO di Oculus ha promesso la spedizione gratuita a tutti coloro che abbiano ordinato Rift tra gennaio e il primo giorno di aprile.

Facebook, che ha acquisito Oculus nel 2014, stima di conquistare entro il 2016 600mila utenti per Oculus Rift, 2,7 milioni entro il 2017, nel contesto di un mercato che si sta popolando di offerte per i consumatori della prima ora.
Le sfide che i dispositivi per la realtà virtuale dovranno dimostrare di vincere per affermarsi sul mercato di massa sono ancora numerose, e non solo puramente tecnologiche: immergersi in scenari virtuali, come dimostrano le condizioni d’uso di Oculus, potrebbe dare origine a nuovi attriti con questioni trasversali come il diritto alla privacy.

Natale in casa Zuckerberg

Natale in casa Zuckerberg

Il CEO di Facebook annuncia la donazione del 99 per cento delle azioni del social network: quello che conta è il mondo che lasceremo ai nostri figli. La sua è appena nata.

Zuckerberg

Mark Zuckerberg e la moglie Priscilla Chan hanno avuto una figlia. E la notizia arriva con una lettera aperta su Facebook con cui il giovane CEO annuncia che darà in beneficenza il 99 per cento delle sue azioni del social network.

Con un lungo post pensato per essere indirizzato alla figlia, Max, Zuckerberg ha legato la notizia intima e privata con un’iniziativa destinata a far parlare: la donazione delle azioni del social network, per un valore al momento di circa 45 miliardi di dollari, non sarà naturalmente istantanea ma andrà avanti per tutta la sua vita in un processo progressivo che ha lo scopo di supportare sempre di più attività che hanno lo scopo di costruire un mondo migliore.

“Tua madre ed io non abbiamo parole per descrivere la speranza che ci dai per il futuro”, dice Zuckerberg ringraziando la figlia ed esprimendo la commozione di padre con le preoccupazioni sul destino del mondo: “Ci hai già dato una ragione per riflettere sul mondo in cui speriamo di poter vivere” e soprattutto “come ogni genitore vogliamo che tu cresca in un mondo migliore di quello in cui viviamo noi oggi”.

I soldi frutto delle donazioni andranno alla Chan Zuckerberg Iniziative gestita da lui e dalla moglie, con cui la coppia già si profonde in attività filantropiche che spaziano dalla tutela della salute alla lotta alla povertà, e che ha l’obiettivo di “migliorare il potenziale umano e promuovere l’uguaglianza tra tutti i bambini della prossima generazione”.

D’altra parte non è la prima volta che Zuckerberg parla personalmente di impegni da prendere nei confronti del mondo intero e del futuro: un esempio molto legato agli interessi di Facebook è quello di Internet.org che punta a colmare i problemi legati al digital divide (e a portare la Rete e il suo business in territori ancora vergini), ma recentemente il CEO di Facebook ha anche fornito il suo supporto al fondo di ricerca per progetti di energia pulita promosso da Bill Gates.

Facebook non può difendere la privacy dei suoi utenti

Facebook non può difendere la privacy dei suoi utenti

La legge non prevede che il social network possa opporsi alla consegna dei dati degli account, se richiesti con un apposito mandato. Ma il tribunale comprende l’apprensione di Facebook: un account rivela più di una perquisizione.

Facebook non può difendere la privacy

Facebook invita i propri utenti ad alimentare la piattaforma con frammenti di vita, dettagli personali, conversazioni: si tratta di informazioni utili al social network per mirare ai target pubblicitari, si tratta di dati succulenti per le forze dell’ordine che stiano indagando. Facebook ha ora appreso di non poter difendere la privacy dei cittadini di cui macina dati su dati, nel momento in cui le autorità la chiamano in causa per collaborare alle indagini.

Il social network si era mobilitato lo scorso anno in seguito a una richiesta di informazioni da parte di un tribunale di New York, che aveva imposto nel 2013 la consegna di tutti i dati relativi a 381 account, tra email, conversazioni private e fotografie, potenzialmente utili alle indagini per smascherare dei falsi invalidi. Facebook aveva denunciato la sproporzione del mandato: non intendeva fornire dati personali relativi a tanti utenti, peraltro all’oscuro dell’operazione, e solo 62 dei quali raggiunti da accuse concrete. A supporto di Facebook si era dunque schierato un manipolo di colossi dell’IT, potenzialmente esposti ad analoghe richieste, affiancati da associazioni che si battono a tutela dei diritti dei cittadini.

Il tribunale di New York incaricato di valutare il ricorso di Facebook si è ora pronunciato: il social network, così come tutte quelle aziende che conservano e gestiscono dati dei cittadini, non ha voce in capitolo e deve rassegnarsi alla consegna dei dati. Il mandato emesso dalle autorità, a differenza di una subpoena emessa in abito civile, è paragonabile a un mandato di perquisizione, nonostante Facebook non sia passivamente sottoposta ad un controllo ma debba provvedere autonomamente a selezionare e organizzare i dati da fornire. Un mandato di perquisizione, ha sottolineato il tribunale, non si può discutere, non prima che venga messo in atto: sono gli utenti di cui sono stati consegnati i dati, al limite, a potersi rivolgersi a un tribunale per cercare di ottenere la distruzione delle prove raccolte illegittimamente perché non vengano impiegate nelle indagini.

La legge non prevede di poter accogliere le richieste di Facebook, ma il tribunale si mostra in parte solidale con il social network: “la decisione non significa che non comprendiamo le preoccupazioni di Facebook riguardo ai mandati che investano un grande numero di account o riguardo alla possibilità che le autorità conservino i dati per un tempo indefinito”. Si tratta evidentemente di preoccupazioni comprensibili da parte di un’azienda che cerca di difendere i propri utenti dai dati che loro stessi hanno condiviso confidando nella riservatezza del social network, dati che, osserva il giudice “comprendono informazioni personali più intime di quelle che si potrebbero ottenere perquisendo un’abitazione”.

YouTube paga, ma Facebook incassa

YouTube paga, ma Facebook incassa

La campagna del social network per conquistare spazio nel settore della condivisione di video passa per lo sfruttamento di quelli del Tubo, caricati dai suoi utenti attraverso il player nativo.

Facebook e YouTube

La corsa di Facebook al mercato dello streaming ed il suo tentativo di imporsi come piattaforma per la condivisione di video si sta già scontrando con il grande dominatore del settore: YouTube. E a farne le spese, per il momento, sono gli autori.

A sollevare la polemica sono due YouTube Star che con il loro canale ci vivono: Destin Sandlin, che ha 2,8 milioni di abbonati al suo SmarterEveryDay e Grant Thompson, con oltre 4 milioni di iscritti al suo “The King of Random”.

Il canale di Sandlin ha basato il suo successo su video con piccoli esperimenti (come quello sull’atterraggio dei gatti) e spiegazioni scientifiche su fatti curiosi (come l’influenza della routine sulle capacità del cervello, meccanismo spiegato per esempio in un video sull’andare in bicicletta): l’ultimo della serie, dal titolo “TATTOOING Close Up (in Slow Motion)” avrebbe dovuto rappresentare il suo maggior successo svelando cosa succede sulla pelle durante un tatuaggio, tuttavia nonostante più di 18 milioni di visualizzazioni solo nei primi due giorni online gli introiti per Sandlin sono stati limitati.

Infatti il video è stato ripreso (scaricato e rippato) dalla rivista online Zoo dell’editore britannico Bauer Media e condiviso, senza i riferimenti al suo canale YouTube, attraverso il lettore nativo di video di Facebook: una pratica in realtà molto comune tra i giornali, come dimostrano per esempio le colonne di destra dei siti dei principali giornali italiani che fanno incetta di video di successo condividendoli con il proprio logo ed il proprio player sulle proprie pagine.

Per descrivere questo comportamento, il filmmaker Brady Haran nel suo podcast Hello Internet ha coniato il termine “Freebooting” (saccheggio) ritenendo che “violazione di diritto d’autore” non fosse una descrizione accurata, anche se la pratica rientra in maniera quasi da manuale in tale definizione: viene violato il diritto dell’autore nel riprodurre un’opera integralmente (dal momento che viene tagliata e distribuita sotto forma alternativa), la sua paternità (spesso non ci si premura neanche di riportare il nome dell’autore) e l’esclusiva di divulgazione, dal momento che viene preso dalla piattaforma in cui si trova, attraverso cui è peraltro condivisibile liberamente anche attraverso embed, per essere trasportata su una diversa piattaforma. Il termine freebooting, in ogni caso, è stato ripreso anche da Sandlin che lo ha spiegato con un video ad hoc.

Tale pratica, in poche parole e come evidente nel caso del video TATTOING Close Up, consiste nel prendere i video user-generated di YouTube e condividerli su diversi circuiti fuori dal controllo dei propri autori e dal sistema di visualizzazione di YouTube, che in base alla pubblicità legata ai singoli contenuti ed effettivamente mostrata remunera i propri autori amatoriali.

Con l’ingresso in campo di un colosso come Facebook gli equilibri di potere rischiano di essere del tutto sconvolti: così l’altra YouTube Star impegnata su questo fronte, Grant Thompson, testimonia di ricevere giornalmente email di suoi fan che lo avvisano di versione rippate dei suoi video che appaiono su Facebook. Un problema sostanziale per i suoi introiti: il video in cui mostra come fare mini-Lego con caramelle gommose ha ricevuto sul Tubo 600mila visualizzazioni, ma è circolato su Facebook nella versione rippata da un altro utente arrivando a 10milioni di visualizzazioni.

La beffa è che neanche chi lo ha rippato e caricato su Facebook ci ha guadagnato: mentre YouTube riconosce ai suoi autori una percentuale degli introiti generati dall’advertising, al momento il social network non associa pubblicità ai contenuti caricati, così i freebooter guadagnano solo in visibilità.

Questa situazione si è venuta a creare principalmente per le scelte tecniche di Facebook che, interessata ad ospitare i contenuti e non solo a diventare tramite di condivisione di video e articoli caricati su altre piattaforme, ha sviluppato un lettore che mette in una vetrina privilegiata i video condivisi tramite di esso e con l’opzione auto-play quando gli utenti scorrono la propria timeline: una scelta che l’ha portata, lo scorso settembre, a conteggiare più di un miliardo di visualizzazioni video al giorno e più di 4 miliardi già ad aprile scorso.

Lo scontro Google-Facebook, insomma, è inevitabile e si giocherà su più piani: al momento YouTube, piattaforma cresciuta anche grazie ad un primo periodo di sostanziale libertà di caricare video protetti da diritto d’autore, deve ancora trovare il metodo di business più remunerativo e trovare il modo per difendere i contenuti dei suoi utenti migliori senza compromettere la sua capacità di essere un mezzo di condivisione; Facebook da parte sua deve dimostrare di non servire solo ad ospitare contenuti potenzialmente virali, ma di poter essere una piattaforma video tout court.

Per farlo – come dimostrato proprio da YouTube – avrà bisogno principalmente di ingredienti: gli utenti che creino contenuti all’altezza e la fiducia da parte dei detentori dei diritti.

Così, mentre ha già annunciato un piano per iniziare ad introdurre advertising all’interno di alcuni video riconoscendo parte degli introiti agli autori, Facebook dovrà anche dimostrare che il suo strumento di identificazione di contenuti protetti da diritti di proprietà intellettuale, il noto Audible Magic, sia all’altezza del Content ID con cui YouTube ha progressivamente contenuto le denunce di violazione che hanno accompagnato la sua crescita. La sorte delle YouTube Star che minacciano querele potrebbe segnarne il destino.

 

Facebook, profilo pubblico ma non di pubblico dominio

Facebook, profilo pubblico ma non di pubblico dominio

Le basi del diritto d’autore sono chiare e la sentenza del Tribunale di Roma non fa che ribadirle: i contenuti rintracciabili online non godono di meno diritti.

facebook

Il Tribunale di Roma ha ribadito i concetti base del diritto d’autore ricordando che la pubblicazione su Facebook delle fotografie non ne esaurisce il diritto rendendole liberamente utilizzabili da chiunque.

Il caso che ha permesso ai giudici di tornare sulla questione è relativo alla pubblicazione di alcune foto nella pagina Facebook di un giovane fotografo scattate dallo stesso in una nota discoteca romana e successivamente apparse – all’insaputa dell’autore – su un quotidiano nazionale e poi in alcuni programmi televisivi di rilievo nazionale per descrivere una serie di notizie relative al fenomeno della frequentazione di locali da parte di soggetti di giovane età.

Fermo restando che qualsiasi fotografia (se viene accertato il carattere di opera fotografica ai sensi dell’art. 2 della Legge n. 633/41) è tutelato dal diritto d’autore e che, se ad essere ritratte nell’immagine sono una o più persone, ci sono da considerare anche i diritti connessi all’immagine ed alla privacy di queste ultime, con ulteriori premure da considerare se si tratta di minori (chiede precauzioni in questo senso anche il codice deontologico dell’ordine dei giornalisti), la questione è finita apparentemente per complicarsi con l’intermediazione del social network più famoso.

Se, infatti, l’episodio in questione avesse riguardato foto pubblicate da un fotografo professionista sul suo book, allora la violazione dei diritti sarebbe stata evidente e i giornali non avrebbero probabilmente cercato di contestare le accuse: anche perché il diritto alla pubblicazione delle fotografie da parte dei giornali si innesca solo in presenza di necessità di giustizia o di polizia, per scopi scientifici, didattici e culturali, ovvero se sono direttamente collegate ai fatti, agli avvenimenti o alle cerimonie di interesse pubblico raccontate.
Tutto ciò non dovrebbe cambiare nel caso in cui le fotografie siano pubblicate online.

Mentre è noto che Facebook si riserva attraverso la licenza d’uso alcune libertà di utilizzo dei contenuti caricati dagli utenti, un diritto ben distante dal possesso, e che è condizionato da diversi paletti che non le permettono per esempio di utilizzare le foto profilo degli utenti per la pubblicità pubblicata sulla propria piattaforma, diverso è il discorso legato all’utilizzo di foto ed altri materiali rastrellati su Facebook (o in generale in Rete) da soggetti terzi come i giornali.

La comunicazione pubblica sull’argomento, e di conseguenza il sentire comune circa le libertà concesse dal diritto d’autore, dipendono d’altra parte anche dai comportamenti di chi a parole difende i diritti di proprietà intellettuale e poi finisce per agire senza considerarli: oltre agli editori ed ai giornali che finiscono per utilizzare indiscriminatamente le opere altrui (per poi battere i piedi in difesa delle proprie), sorprende come siano anche le istituzioni a cadere nel tranello di diritti ignorati a causa della facilità con cui si possono violare. Uno degli ultimi esempio riguarda il sito istituzionale Verybello.it accusato dall’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti di essersi arrogato fin troppe libertà arrivando addirittura a dire che “le immagini pubblicate, nel rispetto dei diritti degli autori dei contenuti raffigurati, sono considerate di pubblico dominio salvo diversa indicazione espressa”.

Questa posizione – tuttavia – non rispecchia assolutamente le normative vigenti in materia, ma solo la convinzione comune: proprio per questo è allarmante, così come era stata allarmante la scelta del Corriere della Sera, la cui attività editoriale si fonda proprio sul diritto d’autore, di costruire un instant book dedicato a Charlie Hebdo con delle vignette rinvenute in Rete, senza chiedere autorizzazione.

Al contrario, il diritto d’autore prevede che le immagini siano condivisibili quando l’autore stesso le offre per tali finalità, ad esempio con licenza Creative Commons, spesso condizionate alla citazione dell’autore o all’utilizzo non commerciale.
In tutti gli altri casi, la presunzione automatica è quella dell’esistenza di un diritto dell’autore e non, come apparentemente suggerito dalla licenza d’uso di Verybello.it, della non esistenza di tale diritto.

Ed è proprio contro tale erronea convinzione comune che si è espressa con la sentenza del primo giugno 2015 n. 12076 la IX sezione del Tribunale di Roma

In essa si conferma che la pubblicazione di foto sulla propria pagina Facebook “non comporta la cessione integrale dei diritti fotografici” da parte degli autori.

Facebook, tutti gli Sgarbi all’Origine della Vita

Facebook, tutti gli Sgarbi all’Origine della Vita

Nuovo blocco per il capolavoro di Courbet, giudicato ancora una volta troppo esplicito dal social network. Stavolta a farne le spese è la pagina del politico e critico d’arte italiano che ora minaccia querele.

Nella giornata di sabato Facebook ha bloccato per 24 ore e poi riattivato il profilo di Vittorio Sgarbi: al centro di tutto, l’Origine della Vita, opera del 1866 di Gustave Courbet che rappresenta quasi anatomicamente un organo genitale femminile.
Per lo stesso quadro, peraltro, Facebook si trova già sul banco degli imputati in Francia, dove a far ricorso contro la sua decisione di blocco di un account che aveva pubblicato un’immagine dell’opera di Courbert è stato il professore Fréderic Durand-Baïssas che aspetta ancora di avere giustizia: per quanto la denuncia sia stata depositata ormai da 4 anni, il caso è ancora fermo alle questioni di giurisprudenza, con Facebook che ha fatto appello contro la sentenza del Tribunale francese che ha dichiarato di poter decidere del caso nonostante Facebook sia un’azienda statunitense.

Come il professore francese, anche il politico, commentatore televisivo e critico d’arte italiano Vittorio Sgarbi aveva pubblicato una foto dell’opera d’arte (scattata riprendendo anche se stesso al Museo d’Orsay): a quanto pare tale immagine ha infastidito qualcuno, tanto da diventare oggetto di segnalazione e poi di censura da parte del social network, il cui sistema ha ritenuto che l’immagine fosse troppo esplicita e quindi in violazione delle sue policy.

Il blocco della pagina di Sgarbi, a differenza di quella del professore francese, è durato solo 24 ore. Tuttavia il critico d’arte, peso massimo delle polemiche, non si è certo accontentato del tornare online, ma ha attaccato il social network: “Come sempre la censura di Facebook introduce elementi di astratto moralismo (tra cristiano e islamico), sottoponendo la libertà dell’arte a una insopportabile censura. È l’equivoco tra contenuto e forma. I Bronzi di Riace sono nudi come Rocco Siffredi, ma appartengono all’arte, non alla pornografia!”
“Censurare una fotografia – ha riferito inoltre – non in una camera da letto in atti intimi, ma davanti al capolavoro di Courbet al Museo d’Orsay, è un crimine contro la civiltà. È una gravissima censura all’arte che Facebook dovrà pagare”.

Così adesso sotto la foto tornata online sul profilo di Sgarbi è comparso un commento in cui si spiega che il suo avvocato Giampaolo Cicconi si è mosso per chiedere 50mila euro di danni al social network per la censura subita per la foto che in poco tempo aveva raggiunto secondo il legale “un milione di visualizzazioni”.
Secondo l’avvocato non sarebbero sussistiti i presupposti per la rimozione, in quanto si tratta di “pubblicazione di nudi pittorici e non di nudi fotografici, pubblicazione, in simili casi, consentita dal vostro regolamento interno”.

Ecco l’accessorio Bluetooth per il miglior selfie di Facebook

Ecco l’accessorio Bluetooth per il miglior selfie di Facebook

Selfie+ è un buffo aggeggio che potrebbe spopolare e fare la fortuna dei suoi ignoti inventori cinesi.

Bluetooth selfie di Facebook

Rassegniamoci al selfie. Cafonata dell’anno o nuova frontiera del social? In attesa che i garanti del bon ton si esprimano in merito, l’autoscatto con lo smartphone è stato ormai sdoganato da Obama e Papa Francesco. Persino il compassato e blasonato Oxford Dictionary è stato costretto a prenderne atto. Selfie è il neologismo dell’anno..

Ultimo indizio. Già un milione di download per l’applicazione CamMe della software house israeliana PointGrab, che aiuta a scattare selfie. Ha vinto pure il Global Mobile Awards nella categoria app più innovativa al Mobile World Congress di Barcellona. Così scrive, enfatica, la giuria : – Un’app che cambia per sempre il modo in cui scattiamo foto. Usando intelligentemente i gesti della mano, questa app cool e ingegnosa è destinata a segnare una nuova era nell’epoca dei Selfie.

E nessuno ha ancora visto la vera killer application del selfie! Solo noi di Tom’s Hardware possiamo rivelarvela in anticipo. L’abbiamo scovata tra gli stand più nascosti del MWC di Barcellona. Trespolo o canna da pesca Bluetooth? Quando arriverà nei negozi, il mondo non sarà più lo stesso.

Belgio: i cittadini si difendano da Facebook

Belgio: i cittadini si difendano da Facebook

Il social network è nuovamente ammonito al rispetto delle leggi locali, mentre i netizen dovrebbero attrezzarsi contro il tracciamento. Facebook, dal canto suo, fatica a confrontarsi con i particolarismi europei.

facebook belgio

Le autorità che vigilano sulla privacy del Belgio, che guidano una coalizione di authority europee negli accertamenti sui comportamenti di Facebook nel quadro normativo che tutela i diritti dei netizen comunitari, non intendono ammorbidire la propria posizione nei confronti del social network: Facebook traccia gli utenti senza avere ottenuto alcun consenso esplicito, anche attraverso soluzioni tecnologiche non pienamente trasparenti, e se non recepirà le raccomandazioni dovrà affrontare le conseguenze del caso.

Ultimo atto della battaglia ingaggiata dalle autorità del Belgio nei confronti del social network, è un corposo documento che ripercorre i comportamenti di Facebook e li mette a confronto con la legge, per dispensare ammonimenti nei confronti della piattaforme e suggerimenti a favore di amministratori di siti e utenti.

Basato sulla recente analisi condotta nel contesto belga a proposito delle pratiche di tracciamento a mezzo social plugin e alla possibilità di sfruttamento dei dati degli utenti introdotte con l’aggiornamento delle policy del social network, il documento del Garante belga sbaraglia qualsiasi recriminazione avanzata da Facebook: la disseminazione dei cookie presso i non utenti e la raccolta dei dati attraverso i social plugin non è lecita senza un’informativa trasparente e senza il previo consenso del netizen. Fino a quando Facebook non avrà apportato le opportune modifiche, la pratica dovrà essere sospesa.

Nel frattempo, raccomanda il Garante belga, gli amministratori dei siti che intendono integrare i plugin social di Facebook devono provvedere a informare adeguatamente gli utenti dei rischi per la privacy a cui vengono sottoposti e ottenere il loro consenso, eventualmente sfruttando gli strumenti tecnici già a loro disposizione.
A favore degli utenti, l’authority suggerisce poi di impiegare funzionalità dei browser come add-on o la navigazione privata per tutelarsi dall’invasività del social network.

“Siamo a un punto di rottura” ha commentato il presidente dell’authority Willem Debeuckelaere, suggerendo come per Facebook sia arrivato il momento di adeguarsi, o di affrontare lo scontro con le istituzioni. Facebook, per voce del vertice europeo della divisione che si occupa di policy sulla privacy Stephen Deadman, si mostra convinta di doversi adeguare al solo quadro normativo del paese in cui ha sede, vale a dire l’Irlanda, con le sue specificità. Almeno fino a quando l’Europa non avrà sviluppato un contesto legislativo armonico e comune, come previsto dalla strategia volta a creare un vero Mercato Unico Digitale.