Google fa miracoli con le foto

Google fa miracoli con le foto

Sviluppato un software, basato sulle reti neurali, in grado di aggiungere dettagli alle immagini a bassissima risoluzione. Così da rendere alcuni dettagli più riconoscibili

 

 Il team di Google Brain ha sviluppato un sistema basato su reti neurali in grado di aggiungere dettagli alle immagini a risoluzione molto bassa. Sebbene il risultato che si può ottenere sia ancora lontano dall’essere perfetto, in molti casi può avvicinarsi alla realtà. Una immagine di un primo piano da 8×8 pixel è inutilizzabile, ma grazie a questo software può diventare in pochi istanti un viso riconoscibile.

Se si guarda l’immagine sopra riprodotta, tratta dal documento di presentazione della tecnologia, si vede che la colonna di sinistra contiene una immagine da 8×8 pixel (indistinguibile), mentre nella colonna al centro si può vedere l’immagine che il software di Google Brain è in grado di creare dalla sorgente 8×8 pixel. Nella colonna a destra sono mostrate le immagini reali per effettuare una comparazione. Come si può vedere, il software ha apparentemente estratto una quantità incredibile di dettagli da soli 64 pixel.

Google Brain sfrutta una combinazione di due reti neurali. La prima, la rete condizionata, prova a rappresentare la sorgente 8×8 pixel confrontandola con altre immagini ad alta risoluzione, dopo averle ridotte a 8×8 pixel e cercando di farle combaciare. La seconda, la rete prioritaria, utilizza una implementazione di PixelCNN per ricercare e aggiungere dettagli realistici ad alta risoluzione all’immagine sorgente da 8×8 pixel. In sostanza, la rete prioritaria incamera un gran numero di immagini reali ad alta risoluzione – nel caso preso in esame, di celebrità e di camere da letto. Poi, quando l’immagine sorgente viene ingrandita, essa cerca di aggiungere nuovi pixel che combacino con ciò che la rete “conosce” circa quella classe di immagine. Per esempio, se c’è un pixel marrone verso la sommità dell’immagine, la rete prioritaria può identificare quell’elemento come un sopracciglio. Così, quando l’immagine è portata a risoluzione maggiore, può riempire il vuoto con una collezione di pixel marroni a forma di sopracciglio.
Per creare l’immagine finale ad alta risoluzione, i risultati delle due reti neurali sono mescolati fra loro. Con il risultato finale di avere aggiunto nuovi dettagli.
La tecnica ad alta risoluzione di Google Brain è sufficientemente efficace nei test effettuati nella realtà. Quando agli osservatori umani è stata mostrata una immagine reale ad alta risoluzione di personaggi celebri, per confrontarla all’immagine ingrandita dal computer, questi sono stati ingannati per il 10 per cento delle volte (il 50 dovrebbe essere un punteggio ideale). Una percentuale maggiore (28 per cento) di osservatori si è fatta ingannare dall’immagine computerizzata di una camera da letto.

Non è ancora chiaro a chi potrebbe tornare utile una simile applicazione. Google Plus (su alcuni smartphone Android) dispone già di una funzione simile per la compressione delle immagini. È importante notare che l’immagine computerizzata ad alta risoluzione creata da Google Brain non è reale. I dettagli aggiunti – che vanno sotto il nome di “allucinazioni” nel gergo dell’image processing – sono niente altro che le migliori supposizioni. Questo fa sorgere alcuni problemi spinosi di applicazione, specialmente nel campo della sorveglianza e forense. La sofisticata tecnologia Google non potrebbe essere utilizzata dalla polizia, ad esempio, per identificare in modo definitivo un sospetto (non allo stato attuale, almeno), ma potrebbe aiutare a convalidare il fatto che un elemento sospettato sia realmente presente sullo sfondo di una fotografia. Inoltre, potrebbe essere utile per chiarire piccoli dettagli nelle foto, che sfuggono quando queste sono portate a dimensioni maggiori.

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Nextbit, c’è un nuovo smartphone in città

Nextbit, c’è un nuovo smartphone in città

Ex-Google ed ex-HTC assieme per un nuovo modello di sviluppo. L’annuncio del primo terminale il prossimo settembre.

Nextbit

Provare a scalare la vetta del mercato seguendo una strada diversa: i proclami del management di Nextbit, azienda sconosciuta ai più che ha ottenuto però già un buon successo con un software per il backup su Android venduto in Giappone, sono sfrontati e arrembanti. Puntano diritto a scardinare l’attuale equilibrio dell’ecosistema mobile, al momento dominato da Samsung ed Apple con quest’ultima l’unica a fare davvero tanti quattrini con la vendita di smartphone.

Per ottenere questo risultato, che c’è da dire è piuttosto ambizioso, Nextbit ha messo insieme una squadra completa: ci sono ex-googler che arrivarono a Mountain View con l’acquisizione di Android, dunque conoscono meglio di molti altri le qualità e le capacità del sistema operativo mobile del robottino verde. Poi c’è l’ex-HTC Scott Croyle, uno dei designer artefice dell’apprezzato One M7: si tratta di uno dei primi smartphone in circolazione interamente realizzato in metallo, ed è facile immaginare che anche lo smartphone Nextbit sarà realizzato in materiali pregiati.

In una intervista rilasciata a ZDNet, il CEO di Nextbit Tom Moss non si sbilancia troppo per quanto attiene le caratteristiche tecniche ed estetiche dello smartphone: però mette in chiaro che l’azienda punterà molto sullo sviluppo software della piattaforma anche e soprattutto dopo la messa in vendita. In un certo senso il terminale migliorerà col tempo, visto che il team di sviluppo continuerà a elaborare modifiche e miglioramenti per il dispositivo: al contrario di quanto accade normalmente oggi nella maggioranza dei casi, l’idea di Nextbit è di cercare di staccarsi dalla base di Android per migliorare performance e funzioni, senza tuttavia perdere di vista l’esperienza utente elaborata a Mountain View in questi anni.

Tutto questo dovrebbe servire a rendere il prodotto Nextbit meno incline a una obsolescenza precoce, senza tuttavia inserirlo in un universo parallelo come accaduto al Fire di Amazon. Questo assieme al design dovrebbe convincere gli utenti a sborsare una cifra superiore alla media, riconducibile comunque nella fascia di mercato compresa tra 300 e 400 dollari: con un prezzo simile ci dovrebbero essere margini bastanti a ripagare i costi di sviluppo e generare anche un profitto, indispensabile per tenere a galla le ambizioni di Nextbit.

L’annuncio del primo smartphone dell’azienda, che conta anche Google Ventures tra i suoi investitori, avverrà il 1 settembre prossimo.

Android, beta più flessibili

Android, beta più flessibili

Android, beta

Gli sviluppatori di app per gadget Android avranno a disposizione nuove possibilità per invitare gli utenti a partecipare alle fasi di test del codice. Via, tanto per cominciare, il requisito minimo di far parte del network di Google Plus.

Google ha aggiornato gli strumenti a disposizione dei creatori di app Android per aprire e gestire le campagne di beta testing, una fase dello sviluppo che è ora caratterizzata da un maggior livello di flessibilità e da una dipendenza minore dai servizi proprietari di Mountain View.

La gestione del beta testing tramite Google Play Developer Console diventa prima di tutto indipendente da Google+, social network sempre meno centrale nelle politiche espansive della corporation dell’advertising, il cui accesso era in precedenza un requisito necessario alla partecipazione.

Gli sviluppatori avranno quindi a disposizione due nuove modalità per il testing, una “open beta” a cui gli utenti potranno partecipare come tester liberamente e seguendo un semplice link ipertestuale, e una “closed beta” basata sull’opt-in da parte degli utenti dotati di un indirizzo email valido.

Il requisito di Google+ sparisce, ma gli sviluppatori avranno comunque pieno controllo sulle campagne di beta testing aperte al pubblico: nelle open beta sarà possibile limitare il numero massimo di tester supportati, mentre nelle beta chiuse la partecipazione o meno di un utente sarà a totale discrezione dello sviluppatore.

Gmail, meno spam per tutti

Gmail, meno spam per tutti

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Google annuncia importanti novità nell’ambito della lotta allo spam su Gmail, un problema che Mountain View intende affrontare con strumenti specifici sia per gli utenti finali che per le aziende che comunicano con gli utenti a mezzo posta elettronica.

Nel confermare il fatto che i suoi utenti non hanno particolari problemi con lo spam su Gmail, Google sostiene altresì di avere l’intenzione di ridimensionare ulteriormente il numero di missive spazzatura che, in media, già costituiscono appena lo 0,1 per cento delle email presenti nelle inbox Gmail.

L’identificazione delle email di spam su Gmail non è sufficientemente “perfetta”, sostiene Google, quindi la corporation di Mountain View ha pensato a un paio di nuove soluzioni per incrementare le percentuali di riconoscimento fin dove è possibile.

La prima soluzione al (poco) grave problema dello spam su Gmail si chiama Gmail Postmaster Tools, uno strumento pensato per quelle aziende che inviano un gran numero di email legittime ma corrono comunque il rischio di finire nella cartella “Spam” della mailbox dell’utente.
Grazie a Gmail Postmaster Tools, alcune aziende “altamente qualificate” nella pratica del mass mailing legittimo avranno accesso a informazioni riguardanti gli errori nella consegna delle missive, rapporti sullo spam e la “reputazione” del business. Il tutto, beninteso, per applicare tutte le “best practice” necessarie a non finire più nella cartella Spam.

Per quanto riguarda gli utenti finali, invece, gli aggiornamenti anti-spam di Google sono automatici e includono l’impiego di una rete neurale artificiale per l’identificazione e il blocco di quelle email spazzatura particolarmente difficili da gestire, nuovi algoritmi di machine learning per una gestione più intelligente e personalizzata delle newsletter e una capacità migliorata per identificare mittente fasulli o impostori.

FBI, operazione Fappening

FBI, operazione Fappening

Raid a Chicago con sequestro di computer e smartphone. Si dovrebbe trattare di dispositivi sfruttati abusivamente dai veri autori degli attacchi ai VIP.

FBI,

L’FBI ha fatto irruzione in un edificio di Chicago e sequestrato diversi computer e dispositivi mobile sospettati di essere collegati al cosiddetto “The Fappening”, la doppia ondata di immagini molto private rubate alle VIP e diffuse in Rete lo scorso ottobre.

Tutti i dispositivi sembrano di proprietà di un solo uomo, Emilio Herrera, che secondo l’FBI, tuttavia, per il momento non è tra i sospettati.
In ogni caso il mandato per il raid è stato emesso perché sembrano esserci sufficienti prove che documentano l’origine di alcuni degli attacchi informatici e dei conseguenti accessi ai dispositivi dei VIP contenenti le immagini rubate.
Tali dispositivi, dunque, insieme alle email di Herrera, sarebbero stati utilizzati da cracker terzi per compiere i loro attacchi: nel dettaglio le autorità parlano ora di oltre 572 account violati per almeno 6 volte e 5mila tentativi di resettare 1.987 altre password iCloud.

Apple era stata inizialmente il soggetto maggiormente coinvolto nello scandalo (a causa della presunta insicurezza di iCloud) insieme a 4Chan e Reddit, e le prime conseguenze erano poi sorte per Google, minacciata di denuncia per 100 milioni di dollari se non avesse rimosso le immagini sottratte e pubblicate anche su YouTube e pagine di Blogger.
Da parte sua Apple ha dimostrato di voler fare il possibile per riscattarsi e da ultimo, nel corso della WWDC 2015, ha presentato per iCloud la nuova interfaccia per l’autenticazione in due passaggi (two-step verification) introdotta e consolidata proprio in seguito all’affaire Fappening.

Google I/O, i nuovi Nexus e Android M

Google I/O, i nuovi Nexus e Android M

Ancora indiscrezioni sulle novità che Mountain View presenterà nel corso della conferenza per gli sviluppatori, un appuntamento che dovrebbe sancire il debutto di nuovi Android, nuovi terminali e molto altro ancora.

Nexus e Android M

A pochi giorni dall’avvio della conferenza I/O, appuntamento annuale che Google dedica agli sviluppatori e alla presentazione delle novità tecnologiche prossime venture, le ultime indiscrezioni parlano di nuovi terminali e (presunte) funzionalità della prossima release di Android.

Di cose nuove da dare in pasto a programmatori, aziende di terze parti e utenti ve ne saranno in gran quantità, suggeriscono le previsioni, ma a occupare un posto d’onore tra le notizie provenienti da Google I/O saranno prevedibilmente i terminali Nexus in arrivo entro quest’anno.

Nel 2015 Mountain View lancerà ben due smartphone della linea Nexus, dicono i bene informati, uno realizzato da LG (“Angler”) e l’altro prodotto da Huawei (“Bullhead”): il primo terminale avrà uno schermo da 5,2″, una batteria 2700mAh e un chip SoC Snapdragon 808, mentre il secondo sarà equipaggiato con schermo da 5,7″, batteria da 3500mAh e SoC Spandragon 810.

Niente tablet Nexus, almeno per quest’anno, così come è ignota la possibilità di far debuttare la nuova versione di Android con i suddetti smartphone next-gen: Android M sarebbe al momento noto con il nome in codice interno (soggetto a modifica prima della release pubblica) di Macadamia Nut Cookie (MNC), e tra le novità più significative includerà un nuovo piano di supporto integrato per gli OS Android su terminali vecchi e nuovi.

Google si impegna a rilasciare aggiornamenti per il sistema operativo fino a 2 anni dall’uscita, dicono le indiscrezioni, mentre gli aggiornamenti di sicurezza “garantiti” si dovrebbero protrarre per 3 anni o 18 mesi per i gadget meno recenti acquistati direttamente da Google.

La prospettiva che infine non stupisce, viste le continue lamentele degli utenti, è che per Android “MNC” M Mountain View pare si sia concentrata soprattutto sul fronte del consumo della batteria e della RAM integrata sul terminale.