Spotify,restrizioni per il servizio gratuito

Spotify, restrizioni per il servizio gratuito

Dietro le pressioni delle etichette, Spotify sembra sul punto di introdurre una serie di restrizioni per gli utenti non paganti, nel tentativo di incrementare il numero di abbonat.

Spotify

Spotify sembra essere sul punto di considerare una misura che avrà la conseguenza di limitare la fruizione dei contenuti e del servizio da parte degli utenti che non sono sottoscrittori di un abbonamento. Si tratterebbe dell’implementazione di un modello di business di tipo “gated access” in cui solamente determinati contenuti saranno disponibili senza restrizioni solo agli utenti paganti, mentre gli utenti non abbonati potrebbero non accedere al contenuto o accedervi in forma limitata in termini di tempo o di numero di riproduzioni.

Vi sono comunque varie possibilità per inserire nel servizio le formule gated access o premium only e che al momento sarebbero ancora in fase di valutazione. Per esempio si parla della possibilità che potrebbe consentire agli utenti non abbonati di accedere solamente ad alcuni brani di un album completo, che sarebbe invece liberamente accessibile agli abbonati.

Si tratta di un tentativo di portare sempre più utenti ad aderire ad un piano a pagamento per il servizio di streaming musicali. Il meccanismo di base è infondere la percezione negli utenti non paganti che stanno effettivamente perdendosi qualcosa, una leva psicologica ben diversa dal semplice “obbligo” di ascoltare le pubblicità. Se Spotify dovesse decidere di procedere concretamente su questa strada, le modifiche al servizio verranno condotte probabilmente nella prima parte del 2016.

E’ inevitabile supporre che queste misure siano una conseguenza delle pressioni che Spotify sta ricevendo da tempo dalle varie etichette musicali. Pare, inoltre, che le tre più grandi major (Sony, Warner e Universal) debbano ancora rinnovare gli accordi di licenza con Spotify, che giungeranno a scadenza il prossimo 1 ottobre. Le etichette potrebbero usare questo come leva per spingere Spotify ad effettuare le variazioni al servizio, nonostante il CEO Daniel Ek abbia detto di “odiare” l’idea di dover aggiungere un sistema di restrizioni alla fruizione dei contenuti

 

 

 

Apple Music può guadagnare dallo streaming altrui?

Apple Music può guadagnare dallo streaming altrui?

Apple-musicApple Music può guadagnare dallo streaming altrui?

La fetta del 30 per cento che Cupertino pretende dai servizi di streaming concorrenti su App Store potrebbe essere una pratica lesiva della concorrenza, ora che Apple Music ha iniziato a suonare.

Apple si è finalmente dotata di un servizio di streaming musicale tutto suo, Apple Music, continua ad offrire sul proprio store le applicazioni concorrenti, quali Spotify, Deezer e via dicendo. Ad esse impone il canonico 30 per cento sulle transazioni degli utenti: da ogni abbonamento stipulato dagli utenti con la mediazione dell’app, Apple racimola una parte cospicua delle entrate dei concorrenti.

Questo apparente conflitto di interessi venutosi a creare dopo l’avvento di Apple Music, per il quale Apple sarebbe in grado di avvantaggiarsi rispetto alla concorrenza contando non solo sulla propria offerta ma anche sulle regole del proprio store, era già stato segnalato da Spotify: nei giorni scorsi il servizio di streaming aveva invitato i propri utenti al risparmio, sottoscrivendo o rinnovando i propri abbonamenti senza passare dall’app, ma operando a mezzo web. Come spiegato anche nelle FAQ, “Acquistare Spotify tramite iTunes costa il 30% in più rispetto all’acquisto effettuato direttamente su Spotify.com a causa dei costi di intermediazione di Apple”.

Ora, secondo le indiscrezioni raccolte da Reuters da tre differenti fonti, diverse piattaforme di streaming concorrenti di Apple Music si sarebbero rivolte alla Federal Trade Commission statunitense affinché analizzi la situazione e valuti il modo di operare di Cupertino: la fetta richiesta da Apple comprime inevitabilmente i margini di guadagno affatto opulenti delle piattaforme che, come nel caso di Spotify, finiscono per riversare i costi aggiuntivi sui consumatori. La Mela proibisce inoltre di rendere noto, nel contesto dell’applicazione sui dispositivi iOS, l’alternativa dell’abbonamento mediato dal Web e impedisce ai gestori delle app anche un solo link ai rispettivi siti Web. Le costringerebbe così, in cambio della presenza sull’App Store, a rinunciare a competere alla pari con il proprio servizio di streaming, tagliando sui guadagni o indimicandosi i consumatori.
FTC, secondo Reuters, ha ascoltato le ragioni dei concorrenti di Apple ma non avrebbe formalizzato alcun tipo di indagine.

Le autorità antitrust statunitensi, ma anche quelle europee, apre abbiano già iniato a sondare il terreno e lo scenario competitivo in cui Apple Music ha gettato le proprie radici: di recente si è appreso che i procuratori generali dello stato di New York e dello stato del Connecticut si sono consultati con le major del disco per fare chiarezza sui rapoorti che intrattengono con Cupeetino, a potenziale danno dei concorrenti e, di conseguenza, delle platee in ascolto.

 

Apple Music, alla buonora

Apple Music, alla buonora

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Uno e trino, il servizio della Mela dedicato allo streaming offrirà libertà di scelta, radio e opportunità social. Dopo una lunga attesa, nulla di nuovo rispetto alla concorrenza?

Il debutto lungamente anticipato di Apple sul mercato dello streaming musicale si è concretizzato nella “one more thing” del keynote della WWDC 2015: Cupertino ha descritto un mercato disordinato e frammentario, servizi ancora incapaci di imboccare l’utente con la musica che vorrebbe consumare. Una premessa per presentare Apple Music: un servizio olistico, capace di giustificare il proprio ritardo su un mercato già sulla via della maturità con la promessa della “rivoluzione” di “aggregare le migliori funzioni per un’esperienza che ogni amante della musica apprezzerà”.

La dispendiosa acquisizione della piattaforma Beats aveva già tradito la necessità di Apple di allinearsi con un’offerta sempre più rigogliosa e fruttuosa, che dall’avvento di piattaforme indipendenti come Spotify è arrivata a coinvolgere colossi come Google: non un’intuizione, come fu per l’avvento di iTunes, ma piuttosto di un’esigenza dettata dai numeri. In linea con le tendenze del mercato, anche Cupertino ha iniziato a soffrire di una contrazione del fatturato totalizzato con i download di musica. Ed ecco che il 30 giugno Apple Music si proporrà in oltre 100 paesi, inizialmente per iPhone, iPad, iPod touch, piattaforme Mac e PC, raggiungendo in autunno anche Apple TV e Android.
Come provvederà Apple a colmare il distacco rispetto alla piattaforme che si sono avvantaggiate conquistando progressivamente basi di utenza sempre maggiori?

La strategia di Cupertino non sembra poter fare leva sui prezzi: a differenza di quanto prospettato dalle indiscrezioni dei mesi scorsi, che suggerivano che Apple intendesse proporre abbonamenti nell’intorno dei 5 dollari, pari a 60 dollari all’anno cioè alla media della disponibilità di spesa su iTunes degli utenti più appassionati, o comunque al ribasso rispetto al resto dell’offerta, Apple ha annunciato abbonamenti che per gli States costeranno 9,99 dollari al mese, dopo tre mesi di prova gratuita (non è ancora dato conoscere le tariffe per gli altri mercati). Il servizio “costerà quanto un album”, ha sottolineato Eddy Cue dal palco del Moscone Center di San Francisco: quello che ha omesso di rimarcare è che 9,99 dollari al mese è esattamente quanto richiesto dai concorrenti come Spotify, Xbox Music, Google Play Music. Ad avvantaggiare Apple Music nell’agone dei servizi di streaming musicale, l’idea dei piani familiari per la fruizione del servizio: per 14,99 dollari, Apple Music sarà disponibile per 6 diversi account personali e personalizzati, a patto che per tutti gli account sia attivo iCloud Family Sharing. Anche Spotify offre un pacchetto familiare, ma a più caro prezzo.

Il modello di business freemium, inviso a certa parte dell’industria ed estraneo alle logiche di quella che è un’azienda che sull’advertising non punta direttamente, non trova spazio nell’offerta di Apple: le proposte a disposizione gratuitamente, con il solo ID, si limitano ad alcune funzioni social per mettersi in contatto con gli artisti, e alla fruizione della musica che Apple seleziona e promuove a mezzo radio. I servizi gratuiti, peraltro, sembrano differire da paese a paese.

Se a trainare le sottoscrizioni non saranno né l’offerta freemium, né una politica di prezzi particolarmente aggressiva, Apple confida nella qualità del proprio servizio e nella razionalizzazione di diverse offerte e diversi strumenti per fruire della musica.
In primo luogo c’è iTunes, con i brani caricati dagli utenti nelle rispettive librerie, il catalogo che conta oltre 30 milioni di brani, contenuti aggiuntivi come immagini e video, e ascolti offline, così da potersi confrontare alla pari con Spotify, con l’offerta di Google e di altri operatori. Apple assicura inoltre il supporto della fallibile Siri e promette, a partire dalle abitudini e dalle preferenze dell’utente, contando su sistemi automatici e sulle competenze di umani, di saper suggerire brani e playlist graditi nella sezione For You.

L’offerta olistica di Apple Music, poiché le tendenze del mercato mostrano che la fruizione musicale si va configurando sempre più come casuale, complementare ad altre attività e sotto forma di adesione a un servizio, annovera poi la radio Beats 1, live 24 ore al giorno in tutti i paesi, con musica, selezioni di DJ blasonati, interviste e approfondimenti per un pubblico evidentemente generalista e interessato al “meglio di quello che sta accadendo nel mondo della musica”.
D’altro canto, Cupertino sembra concedere ancora un’opportunità ai generi, di cui Spotify ha paventato la morte: Apple Music Radio offrirà stazioni musicali sotto forma di playlist incentrate proprio sui generi, offrendo la possibilità agli utenti paganti di saltare brani e di concentrarsi su quelli più graditi, fra le tracce selezionate, Apple lo sottolinea ancora una volta, da curatori umani.

Il terzo aspetto della proposta della Mela, come prevedibile, è incentrato sulle funzioni social ereditate da Ping, che in passato non si è dimostrato all’altezza delle aspettative, lanciato proprio quando modelli come MySpace iniziavano a declinare a favore di alternative generaliste come Facebook: Connect, aperto anche ad artisti che non abbiano un contratto, permetterà ai musicisti di aprire una vetrina sulla piattaforma e un canale di comunicazione con gli utenti.

Apple, con la propria offerta una e trina, punta a conquistare tutto il mercato, aprendo per la prima volta anche agli utenti Android con una applicazione nativa: un segno del fatto che Cupertino sta puntando a sfidare concorrenti come Spotify rinunciando all’esclusività del proprio ecosistema in vista della sterminata platea potenziale rappresentata dagli utenti mobile in forze a Google.
Ma in attesa del lancio e quindi della prova sul campo, secondo numerosi osservatori, la soluzione di Apple non sembra in grado di spiccare sulle offerte della concorrenza, delle quali si limiterebbe ad accorpare gli elementi di successo, apparentemente rinunciando a mettersi in luce con tratti distintivi quali il bitrate dei brani, al quale non si è fatto alcun accenno nel corso del keynote, o le tanto vociferate esclusive sui contenuti, frangente sul quale Cupertino sembra ancora indaffarata.

Anche la concorrenza, in un turbinio di commenti, ostenta sicurezza: da Spotify, con il tweet presto rimosso dall’annoiato CEO Daneil Ek, al sarcastico benvenuto di Rdio, che echeggia una vecchia pubblicità Apple che si faceva beffa di IBM, passando per l’affondo di Slacker, che sottolinea come l’umanità dell’opera di curation non sia certo un’esclusiva della Mela.

Ma Apple ha dalla sua parte la simpatia delle etichette, il marketing, fatto di promozione ed emozioni, ma soprattutto la fedele base di utenti registrati ai propri servizi con le loro generose carte di credito. Il 30 giugno è ormai vicino: presto ogni dubbio verrà dissipato e si comincerà ad intravedere la strategia su cui Apple ha profuso tanto tempo e denaro.