WebTorrent porta BitTorrent sul Web

WebTorrent porta BitTorrent sul Web

Un nuovo progetto vuole rivitalizzare la scena BitTorrent traslando il protocollo di P2P in un meccanismo di comunicazione nativo per il Web. La prospettiva di un uso più efficiente della banda di rete titilla Netflix e non solo.

WebTorrent porta BitTorrent sul Web

Lo sviluppatore Feross Aboukhadijeh ha deciso di “tradurre” il protocollo BitTorrent portandolo dal file sharing via client dedicati a una tecnologia nativa per il Web, un sistema potenzialmente in grado di aprire nuove prospettive di efficienza (e quindi di business) ai grandi colossi di rete e alle aziende dello streaming videoludico sopra tutti.

WebTorrent, il progetto nato appunto dalla conversione Web di BT, viene descritto dall’autore come “un client di streaming torrent per il browser”, scritto completamente in JavaScript e basato sull’uso del nuovo protocollo WebRTC per una “autentica” comunicazione peer-to-peer che non necessita di plug-in o estensioni aggiuntive per funzionare.

Esattamente come nei client di BitTorrent classici, un sito che fa uso di WebTorrent condivide con i suoi visitatori il carico di trasmissione dei dati a tutti gli utenti connessi in contemporanea raggiungibili da uno o più nodi della rete. Lo streaming audiovisivo di portali come YouTube e non solo sarebbe in tal modo “accelerato” e gioverebbe, piuttosto che soffrirne, della presenza online di un gran numero di utenti.

WebTorrent è in realtà pensato come una vera e propria traduzione completa di BitTorrent per il Web, quindi il nuovo protocollo può essere utilizzato per condividere i dati di qualsiasi tipo di sito Web e non solo delle trasmissioni audiovisive in streaming.

Prevedibilmente, la prospettiva di migliorare, piuttosto che ridurre la qualità video nelle ore di punta è una prospettiva che attrae soprattutto i siti di streaming: il succitato Netflix ha già contattato da tempo l’autore di WebTorrent, mentre l’Internet Archive sta valutando la possibilità di implementare la tecnologia per la distribuzione dei propri contenuti video.

Build 2015, in diretta la tappa di Milano

Build 2015, in diretta la tappa di Milano

build

Tutte le novità dell’anno racchiuse in un appuntamento esclusivo: la tappa milanese del tour Build 2015 è fissata per domani, 10 giugno. Sul palco degli East End Studios del capoluogo lombardo si avvicenderanno evangelist e tecnici provenienti direttamente dal campus di Redmond di Microsoft, per raccontare tutte le novità relative a Windows 10, la nuova Universal Windows Platform, il browser Edge e tutto quanto costituisce lo stato dell’arte dell’ecosistema software più popolare al mondo.

I biglietti sono andati rapidamente esauriti, ma per chi non potrà essere a Milano domani non tutto è perduto: su questa stessa pagina sarà disponibile a partire dalle 9 la diretta streaming della giornata, e seguiremo l’evento con un live-blogging che coprirà il keynote d’apertura tenuto da Andrew Wigley, uno degli evangelist di punta di Redmond specializzato in piattaforme mobile e la convergenza di queste ultime con l’universo desktop.

Tra gli altri speaker di giornata figurano Nikola Metulev e David Rousset: il primo è volato a Milano direttamente da Redmond, dove si occupa di quelle applicazioni cross-platform che sempre più importanza ricopriranno con il lancio di Windows 10 e la sua estensione a dispositivi mobile e form-factor più tradizionali. Il secondo arriva dalla Francia, ed è uno specialista del Web: tra i suoi lavori figura il framework WebGL Babylon.js.

Durante la giornata si alterneranno sessioni demo ed esempi di programmazione per la piattaforma Windows, condite con momenti nei quali il pubblico potrà porre le proprie domande ed esporre i propri dubbi agli speaker. Per tutta la durata della conferenza è previsto un servizio di traduzione simultanea, che vi proporremo nella diretta streaming.

L’appuntamento è per domattina alle ore 9, qui su questa pagina, per seguire live la fitta agenda di Build Milano 2015.

Amazon dal primo maggio l’IVA si paga

Amazon dal primo maggio l’IVA si paga, è finita la pacchia del reverse charge

È finita l’era del risparmio dell’IVA legalizzato tramite Amazon. Dal 1 maggio la multinazionale degli acquisti online applica l’IVA italiana e non più il meccanismo del “reverse charge”.

Amazon

“Gentile Signore, riguardo al suo quesito in merito alla fattura dell’ordine XXX-XXX-XXXX, le confermo che ha trovato l’IVA addebitata nel suo ordine in quanto dal 1 Maggio 2015 Amazon ha aperto la succursale italiana. Pertanto, per tutti gli ordini effettuati dal 1 Maggio 2015 verrà applicata l’IVA italiana e non sarà più applicabile il meccanismo del reverse-charge”. Ecco la sintesi della e-Mail che Amazon ci ha inviato in risposta ad un nostro quesito.

É la conferma ufficiale della fine dell’era del risparmio dell’IVA legalizzato tramite Amazon. Lo abbiamo scoperto per caso, acquistando un prodotto per il nostro ufficio e sorprendendoci del fatto che la multinazionale degli acquisti online ci addebitasse l’IVA. Per noi non cambia nulla, perché depositeremo la fattura in contabilità e gestiremo l’IVA in fase di dichiarazione mensile.

Per molti furbi o presunti tali invece, la pacchia è finita. Da ora Amazon Italia addebiterà sempre l’IVA in fattura e quindi non sarà più possibile, per i detentori di Partita IVA, comprare oggetti di qualsiasi tipo e scaricare indebitamente l’imposta più odiata dagli italiani.

Dov’era il problema? Eravamo tutti abituati al fatto che Amazon Italia gestisse l’IVA con il meccanismo dell’inversione contabile (reverse charge), la stessa politica che si applica quando fai un acquisto aziendale all’estero.

Non c’era nulla di formalmente scorretto, perché l’e-Commerce faceva risultare che gli acquisti erano fatti direttamente con la sede di Lussemburgo. Il tutto ovviamente sollevando un fiume di polemiche e accuse di concorrenza sleale da parte di tutti i negozi online concorrenti.

Il problema vero era nell’applicazione pratica. Una volta che un cliente verificava la propria Partita IVA nel suo account – pratica che nei primi anni non era nemmeno troppo rigorosa – qualsiasi prodotto “Venduto e spedito da Amazon” diventava esentasse: scarpe, mobili, giocattoli, videogiochi, televisori, biancheria intima. Senza andare troppo per il sottile, perché ovviamente non sta al venditore verificare che il cliente abbia diritto di acquistare determinati oggetti come beni strumentali alla propria attività.

Ovvero, fino a ieri Amazon non aveva una partita IVA italiana, o se ce l’aveva, non la usava per la gestione delle vendite. Certo ci stupisce leggere queste parole, perché era davvero singolare che un’azienda senza succursale italiana gestisse comunque nel nostro paese enormi magazzini e centri di smistamento, oltre ad uffici prestigiosi nel centro di Milano. È davvero la fine di un’epoca, con buona pace dei furbi o presunti tali.