YouTube paga, ma Facebook incassa

YouTube paga, ma Facebook incassa

La campagna del social network per conquistare spazio nel settore della condivisione di video passa per lo sfruttamento di quelli del Tubo, caricati dai suoi utenti attraverso il player nativo.

Facebook e YouTube

La corsa di Facebook al mercato dello streaming ed il suo tentativo di imporsi come piattaforma per la condivisione di video si sta già scontrando con il grande dominatore del settore: YouTube. E a farne le spese, per il momento, sono gli autori.

A sollevare la polemica sono due YouTube Star che con il loro canale ci vivono: Destin Sandlin, che ha 2,8 milioni di abbonati al suo SmarterEveryDay e Grant Thompson, con oltre 4 milioni di iscritti al suo “The King of Random”.

Il canale di Sandlin ha basato il suo successo su video con piccoli esperimenti (come quello sull’atterraggio dei gatti) e spiegazioni scientifiche su fatti curiosi (come l’influenza della routine sulle capacità del cervello, meccanismo spiegato per esempio in un video sull’andare in bicicletta): l’ultimo della serie, dal titolo “TATTOOING Close Up (in Slow Motion)” avrebbe dovuto rappresentare il suo maggior successo svelando cosa succede sulla pelle durante un tatuaggio, tuttavia nonostante più di 18 milioni di visualizzazioni solo nei primi due giorni online gli introiti per Sandlin sono stati limitati.

Infatti il video è stato ripreso (scaricato e rippato) dalla rivista online Zoo dell’editore britannico Bauer Media e condiviso, senza i riferimenti al suo canale YouTube, attraverso il lettore nativo di video di Facebook: una pratica in realtà molto comune tra i giornali, come dimostrano per esempio le colonne di destra dei siti dei principali giornali italiani che fanno incetta di video di successo condividendoli con il proprio logo ed il proprio player sulle proprie pagine.

Per descrivere questo comportamento, il filmmaker Brady Haran nel suo podcast Hello Internet ha coniato il termine “Freebooting” (saccheggio) ritenendo che “violazione di diritto d’autore” non fosse una descrizione accurata, anche se la pratica rientra in maniera quasi da manuale in tale definizione: viene violato il diritto dell’autore nel riprodurre un’opera integralmente (dal momento che viene tagliata e distribuita sotto forma alternativa), la sua paternità (spesso non ci si premura neanche di riportare il nome dell’autore) e l’esclusiva di divulgazione, dal momento che viene preso dalla piattaforma in cui si trova, attraverso cui è peraltro condivisibile liberamente anche attraverso embed, per essere trasportata su una diversa piattaforma. Il termine freebooting, in ogni caso, è stato ripreso anche da Sandlin che lo ha spiegato con un video ad hoc.

Tale pratica, in poche parole e come evidente nel caso del video TATTOING Close Up, consiste nel prendere i video user-generated di YouTube e condividerli su diversi circuiti fuori dal controllo dei propri autori e dal sistema di visualizzazione di YouTube, che in base alla pubblicità legata ai singoli contenuti ed effettivamente mostrata remunera i propri autori amatoriali.

Con l’ingresso in campo di un colosso come Facebook gli equilibri di potere rischiano di essere del tutto sconvolti: così l’altra YouTube Star impegnata su questo fronte, Grant Thompson, testimonia di ricevere giornalmente email di suoi fan che lo avvisano di versione rippate dei suoi video che appaiono su Facebook. Un problema sostanziale per i suoi introiti: il video in cui mostra come fare mini-Lego con caramelle gommose ha ricevuto sul Tubo 600mila visualizzazioni, ma è circolato su Facebook nella versione rippata da un altro utente arrivando a 10milioni di visualizzazioni.

La beffa è che neanche chi lo ha rippato e caricato su Facebook ci ha guadagnato: mentre YouTube riconosce ai suoi autori una percentuale degli introiti generati dall’advertising, al momento il social network non associa pubblicità ai contenuti caricati, così i freebooter guadagnano solo in visibilità.

Questa situazione si è venuta a creare principalmente per le scelte tecniche di Facebook che, interessata ad ospitare i contenuti e non solo a diventare tramite di condivisione di video e articoli caricati su altre piattaforme, ha sviluppato un lettore che mette in una vetrina privilegiata i video condivisi tramite di esso e con l’opzione auto-play quando gli utenti scorrono la propria timeline: una scelta che l’ha portata, lo scorso settembre, a conteggiare più di un miliardo di visualizzazioni video al giorno e più di 4 miliardi già ad aprile scorso.

Lo scontro Google-Facebook, insomma, è inevitabile e si giocherà su più piani: al momento YouTube, piattaforma cresciuta anche grazie ad un primo periodo di sostanziale libertà di caricare video protetti da diritto d’autore, deve ancora trovare il metodo di business più remunerativo e trovare il modo per difendere i contenuti dei suoi utenti migliori senza compromettere la sua capacità di essere un mezzo di condivisione; Facebook da parte sua deve dimostrare di non servire solo ad ospitare contenuti potenzialmente virali, ma di poter essere una piattaforma video tout court.

Per farlo – come dimostrato proprio da YouTube – avrà bisogno principalmente di ingredienti: gli utenti che creino contenuti all’altezza e la fiducia da parte dei detentori dei diritti.

Così, mentre ha già annunciato un piano per iniziare ad introdurre advertising all’interno di alcuni video riconoscendo parte degli introiti agli autori, Facebook dovrà anche dimostrare che il suo strumento di identificazione di contenuti protetti da diritti di proprietà intellettuale, il noto Audible Magic, sia all’altezza del Content ID con cui YouTube ha progressivamente contenuto le denunce di violazione che hanno accompagnato la sua crescita. La sorte delle YouTube Star che minacciano querele potrebbe segnarne il destino.